Fotografa, rivoluzionaria e decisamente passionaria. La vita formidabile di Tina Modotti, una Rimbaud della fotografia

Posted on Agosto 28, 2019, 8:41 am
9 mins

“Fotografa e rivoluzionaria” lo è stata, a piene mani: il titolo della mostra ospitata a Jesi sino al 1 settembre è quindi vero come le immagini che ha scattato sul finire degli Anni Venti in Messico. Fotografa, certamente, anche grazie ai Maestri che le hanno insegnato l’arte dello scatto tra una sessione di seduzione e una di street photography. Rivoluzionaria invece lo era già da prima: a 16 anni ha preso la nave e si è bevuta l’Oceano Atlantico per raggiungere la Terra Promessa. Lontana giorni, incognite, notti di paure di non arrivare mai. Un Oceano largo, non misurabile. Un biglietto di sola andata.

*

Tina Modotti, “Mani del burattinaio Louis Bunin”, Messico, 1929 (Photo courtesy Galerie Bilderwelt di Reinhard Schult)

Fortunatamente non tutto si riduce al libro che ha scritto Pino Cacucci su di lei: c’è molto di più, in realtà. Ci sono le persone, i viaggi, l’occhio e i mezzi. E i numerosi letti lasciati disfatti dopo qualche notte d’amore. Fotografa quindi, certamente rivoluzionaria, decisamente passionaria. Tre ingredienti micidiali che hanno fatto saltare il tavolo e fatto cadere ai suoi piedi la meglio gioventù del tempo.

*

Sappiamo che è nata a Udine, nel quartiere di Borgo Pracchiuso, il 16 agosto del 1896 e che è morta in circostanze misteriose a Città del Messico il 5 gennaio del 1942. Il libro di Cacucci parte dalle ultime pagine della sua vita e fa le capriole all’indietro. Un libro storico, una biografia, per dirla con le parole di oggi. Ma mancano le immagini. Maledizione se mancano.

*

Una Arthur Rimbaud della fotografia. A inizio degli Negli Anni Venti conosce Edward Weston e alla fine del 1924 un’esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato. A metà degli Anni Trenta abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Quello che doveva dire lo ha fatto, egregiamente, per poco più di dieci anni. Il maudit Rimbaud, sommo poeta francese, in meno tempo, circa quattro anni, tra i 16  e i 20 anni. L’effetto però è davvero simile: tagli sulla pelle che non guariscono nemmeno sotto il sole, ferite aperte che la polvere del tempo non è riuscito ad arginare, così come l’oblio o le mode. Oggi e domani, se si ha sete di Arte, è necessario attraversarli entrambi: incocciarli, impattarli, lasciarsi accarezzare dalle parole di Arthur e dalle immagini di Tina, e immaginare un abbraccio intenso, lontano e irrecuperabile. Loro non ci sono più. Rimane però quello che hanno fatto. Tanto, molto.

*

“Sempre, quando le parole ‘arte’ o ‘artistico’ vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente che io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto ‘artistico’, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica”.

*

“Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria” è la mostra ospitata a Palazzo Bisaccioni di Jesi a ingresso gratuito. Motivo in più per acquistare il catalogo e portarsi a casa un po’ di bellezza. Ne abbiamo bisogno. Molto bisogno…

*

Perché Tina Modotti, semplicemente, deteneva la bellezza. Bellissima, lei, lo era davvero: occhi magnetici dal sapore orientale e un corpo pieno, succoso, formoso, pionieristico e invitante. Edward Weston glielo ha fermato nelle lastre della sua macchina fotografica per donarlo all’immortalità.

*

Tina Modotti, “Serbatoio numero 1”, Messico, 1927 (Photo courtesy Galerie Bilderwelt di Reinhard Schult)

L’altra bellezza, quella più duratura, apparteneva alla sua sensibilità. Raccontare il Messico nudo e crudo, esattamente come lo vedeva lei attraverso i mezzi che disponeva per rendere materiche le immagini. Fermare l’amore, dargli un ulteriore respiro di vita. Tina lo ha fatto quando Julio Antonio Mella, il guerrigliero bellissimo di cui era innamorata, viene ucciso davanti ai suoi occhi e lei, per ringraziarlo dell’amore che le aveva dato, decide di fotografare il corpo addormentato.

*

Nel 1918 sposa il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, soprannominato “Robo”. Fu grazie a lui che conobbe Weston, non esattamente l’ultimo dei fotografi del Secolo breve.

*

Pare che tra le passioni amorose di Tina ci sia stata anche la pittrice messicana Frida Kahlo. Come a dire, il cuore non guarda se tra le gambe hai una coda o una fessura.

*

La mostra di Jesi è divisa in due parti: le foto fatte da lei e le foto in cui viene ritratta. Sessanta scatti, più o meno, per conoscere meglio una donna che ha mollato tutto le inseguire un sogno: vivere. La grande cisterna, le donne che allattano, i fiori, i burattini, la falce e il martello, i cappelli dei messicani, i pali della luce e le scale. Persone e linee, non serve altro per raccontare il mondo.

*

“Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai in pace.

Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grandioso che viene dalla steppa, dal Don, dal freddo?
Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché il fuoco non muore”.

Pablo Neruda, 5 gennaio 1942. Epitaffio dedicato a Tina Modotti.

Alessandro Carli

*In copertina: Tina Modotti e Roybaix Richey fotografati da Walter Frederick Seely, Los Angeles, 1921 (Photo courtesy Galerie Bilderwelt di Reinhard-Schult)