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Benvenuti nell’era della post-letteratura. Un saggio di Alain Finkielkraut

Quella della post-letteratura è un’epoca tetra, lugubre, paludosa. Il mondo ha sostituito a sé stesso la sua chimerica rappresentazione – in una sorta di incubo dagli echi schopenhaueriani – in cui il presente vive sotto falso nome, come in una costante menzogna. L’impero della bruttezza domina incontrastato, ogni forma d’arte viene mistificata, è un’era occupata da un esercito di falsari, mossi non più dallo spirito ma dalla sola tecnica, volta a plagiare il già esistente ma adulterandone il senso ultimo, la sua essenza vitale.

La civiltà letteraria appassisce, la sua struttura cede sotto il giogo delle idee semplificatrici e manichee che dilagano incontrastate, dall’antirazzismo delirante al neofemminismo vaneggiante e semplificatore, dal fanatismo ecologista al pallido trionfo del tecnopopulismo, dalle perversioni sessantottine fino all’antielitismo d’élite. Nel suo ultimo libro, L’après littérature (Stock editore) – qui tradotto come Post-letteratura – il filosofo francese Alain Finkielkraut disegna una cartina della nuova geografia culturale e fornisce una bussola con cui orientarsi nella postmoderna comédie humaine in cui ci troviamo ad esistere e in cui a pagare un prezzo altissimo è l’universo letterario.

La letteratura contemporanea, infatti, difetta totalmente di senso della realtà, plasma quella esistente, la manomette, costruisce i mondi che vorrebbe poi traslare nel reale. È il tempo della “letteratura come pretesa” – per riprendere un’espressione che Bruno Leoni soleva utilizzare nel campo della filosofia del diritto –, un’unica, continua, mediocre narrazione, tesa alla creazione di una realtà altra, che vende utopie per verità, deformando le immagini riflesse in quello specchio letterario moderno che, indossando auliche vesti, si sente autorizzato a disprezzare il passato.

I tasselli che compongono questo disordinato mosaico sono molteplici e Finkielkraut ne esamina alcuni particolarmente significativi che hanno traghettato la società e, più nello specifico, l’arte, nell’epoca della post-letteratura, seppellendo il vecchio mondo e la vecchia Europa, ormai dissolta come cenere al vento.

Un caso è quello dell’ecolatria, quando l’ecologia ufficiale, che tutto brutalizza, prende, in natura, il posto della poesia, sostituendo alla bellezza del passato un nuovo, moderno, orrore.

«Come osserva il poeta e pensatore Octavio Paz, ogni società si fonda su un nome, vero banco della sua creazione. Il nome divide il mondo in due: cristiani/pagani; musulmani/infedeli; noi e gli altri. La nostra società non fa eccezione. Oppone il moderno al passato. […] Oggigiorno la terra grida pietà e il cielo si comporta in maniera imprevedibile. Tutto dipende dall’uomo, anche il clima, e niente va come lui vorrebbe. La natura sta entrando nella Storia e questa non è certo una buona notizia. Perché la locomotiva della Storia è priva di macchinista. “A che serve” scrive Renaud Camus, “pretendere di lottare contro il riscaldamento globale, se è per la creazione di un mondo infernale, industrializzato fino alle sue ultime trincee, fino in alto mare, senza alcun rimedio per l’anima?”. Niente di divino, niente di etereo, nessun alito di vento nelle turbine eoliche. Niente di bucolico, ma solo una bruttezza in continua espansione».

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Come trovare allora le parole per spiegare al mondo esterno che l’energia verde è diventata un incubo?

«Non conosciamo più l’esuberante prodigalità della natura, ma la biosfera, la biodiversità, le emissioni di carbonio. Abbandoniamo la contemplazione e la salvaguardia dei paesaggi per i problemi dell’ambiente. E non abbiamo tempo da perdere con la bellezza del mondo se nel frattempo la nostra casa brucia. […] La natura – selvaggia o addomesticata – ha bisogno di poeti per far sì che riusciamo a vederla e ammirarla. Ma, invisibile tragedia, sono ormai scomparsi quelli che Francis Ponge chiama gli “ambasciatori del mondo silenzioso”. Virgilio, Ronsard, Wordsworth, Hölderlin, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet non sono più lì a plasmare la nostra visione. Nessuna traccia di poesia tra i nuovi notabili ambientalisti che, prima di arrivare al potere supremo, ora governano diverse grandi città francesi. Non sono certo la dolcezza o lo splendore delle cose ad occupare le loro menti. Hanno altre priorità. Installare monopattini lungo le strade, “rigenerare” e vegetalizzare i cortili delle scuole, cacciare dai propri confini le tappe del Tour de France, questo evento sportivo machista e inquinante di cui si nutrono, mangiando patatine e sorseggiando birra fresca, schiere di “bifolchi” distesi sui loro divani. Il verde dei Verdi non è più il colore della natura, ma quello della mobilità dolce, delle grandi moschee e della scrittura inclusiva.

“La poesia potrebbe scomparire dal mondo, il signor Thiers non se ne accorgerebbe più di quanto un cieco noterebbe la scomparsa del sole”, scriveva Victor Hugo. Ormai è sparita, e gli ecologisti, questi discendenti del signor Thiers che si credono eredi dei comunardi, non se ne sono accorti, mentre Greta Thunberg ne occupa il posto vacante. […]

Allo stesso modo, Cézanne avrebbe mai dipinto e ridipinto una montagna di Sainte-Victoire fiancheggiata da turbine eoliche? I pittori, altri ambasciatori del mondo muto, subiscono la stessa sorte dei poeti: non hanno più voce in capitolo. Cacciati senza pietà dalle città e sostituiti da giocattoli sgargianti, installazioni moraleggianti o performance concettuali d’arte contemporanea, non sono più lì per trasmettere al mondo la meraviglia. Solo la vita occupa il campo dell’esperienza e, privata dei suoi emissari, la bellezza del mondo viene silenziosamente cancellata».

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E mentre la bellezza – vittima di continue macchinazioni, rimaneggiamenti, falsificazioni – viene gradualmente eclissata, si fanno strada al suo posto i peggiori esempi di arte contemporanea. Alcune opere resistono all’erosione dettata dalla modernità, mentre altre preferiscono morire, infliggersi un autodafè, piuttosto che assistere al dilagare della bruttezza. Un esempio su tutti, il rogo, o meglio, il suicidio di Notre-Dame.

«Uno studente che, sulla banchina dell’Hôtel-de-Ville, ha assistito all’incendio di Notre-Dame, ha dichiarato a un giornalista di Le Monde: “sta crollando una parte di me”. Cattolici o no, credenti o non credenti, francesi di origine o francesi di nuova generazione, molti di noi hanno provato lo stesso sentimento. Notre-Dame de Paris, non ci pensiamo tutti i giorni, ma questa cattedrale esalta la nostra vita sulla terra con la sua bellezza e spiritualità. Notre-Dame non è un’astrazione, è una traccia palpabile del passato che non possiamo sopportare di vedere scomparire. La civiltà è incarnata nelle cose. […] Ma un’altra minaccia ora incombe sulla cattedrale devastata: quella della ricostruzione secondo i criteri dell’estetica contemporanea. L’arte contemporanea, infatti, non è, come sostiene, la negazione dell’accademismo. È la negazione dell’arte moderna: con le loro sciocche performance, i loro giocattoli sgargianti o le loro installazioni di messaggi, gli artisti ai quali il mercato assegna l’etichetta “contemporanea” non proseguono la storia della bellezza, la concludono. Paul McCarthy e Jeff Koons sono i liquidatori, non i successori di Picasso, Matisse o Paul Klee, e poi, chi mai vorrebbe vedere una vagina di Maria in cima a Notre-Dame? […] L’incendio di Notre-Dame non nasce da un attentato, nasce da un incidente, un suicidio. Stremata dall’eccesso di turismo, depressa dai miliardi di selfie a cui fare da sfondo e circondata dalla bruttezza, la cattedrale ha voluto porre fine alla sua vita. Se non sappiamo mostrarci degni della disgrazia che ci ha colpiti, vedrete che ci riproverà».

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Ed anche sul fronte della settima arte, il delirio della modernità sembra oscurare ogni barlume di ragione e buonsenso. In particolare, nel capitolo Ciak finale, il filosofo denuncia le recenti follie antirazziste dell’accademia cinematografica politicalcorrettista e benpensante, che da oltreoceano sono giunte fino in Francia.

«Sotto shock per l’affaire Weinstein e l’assassinio di George Floyd, gli Academy Awards hanno presentato l’8 settembre 2020 un nuovo elenco di criteri di ammissibilità per la categoria Miglior film. Per ricevere il timbro della diversità sullo schermo, un’opera dovrà soddisfare uno o più di questi tre requisiti: un ruolo di primo piano o di supporto significativo da parte di un gruppo “razziale” o etnico sottorappresentato; almeno il 30% dei ruoli di supporto da due gruppi sottorappresentati, “Neri, latinos, donne, persone che si identificano come LGBTQIA+ o persone con disabilità”; la trama, il tema o la storia principale si dovrà invece concentrare su un gruppo sottorappresentato. Così, per Hollywood, i registi non sono più liberi di immaginare i loro personaggi e i personaggi stessi non sono più liberi di essere personaggi: decadono al rango di campioni. Nessuna cattiveria né ambiguità è consentita nemmeno a coloro che rappresentano gruppi minoritari. Questi portavoce devono superare con il loro comportamento esemplare i pregiudizi degli spettatori. Ancora una volta la propaganda invade l’arte. E non si tratta dell’atto di uno Stato totalitario, in quanto prescritto e attuato dalla stessa comunità cinematografica. […]

Al contempo, gli eredi di Agatha Christie hanno annunciato la loro decisione di cambiare il titolo del romanzo Les Dix Petits Nègres. Il titolo del capolavoro di Joseph Conrad, Le Nègre du Narcisse, subirà presto la stessa sorte. E non tollereremo più la presenza della parola “razza” nelle opere di Racine, Malherbe o Péguy. […] “L’influenza della letteratura sugli uomini è forse l’ultimo barlume di saggezza residuo dell’Occidente”, ha scritto Lévinas. Con l’azione del politicamente corretto sulle opere di finzione passate, presenti e future, l’Occidente gli sta dicendo addio. Addio e non arrivederci. Possiamo infatti temere che questa Grande Rettifica non sarà un delirio passeggero presto screditato come tante mode intellettuali, ma l’accompagnamento ideologico di questo inesorabile processo: la de-europeizzazione del Nuovo Mondo e del Vecchio Continente».

*Il servizio e la traduzione di alcuni brani dall’ultimo libro di Alain Finkielkraut sono di Fabrizia Sabatini

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