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“Ma l’uomo crocifisso sul Golgota non si chiamava Gesù Cristo bensì Artaud…”: pensieri su Antonin, un ago che ti buca le pupille per farti vedere meglio

La voce prima delle sue parole. Un gracchiare che sembrava provenire dall’oltretomba, anche grazie all’effetto distorsivo dei tubi. Solo che, a differenza del cilindro che separava Pehnt da Pekish e che disperdeva, o solamente assorbiva i suoni (“Castelli di rabbia”, Alessandro Baricco), qui il suo timbro francese arrivava sino alla platea.

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“Per farla finita col giudizio di dio” è un’opera radiofonica di Antonin Artaud registrata nel novembre del 1947. Una commistione incendiaria di voci, tamburi e xilofoni che ottengono un risultato altro: agghiacciano. E nella sublimazione della parola, sparano la poesia nell’orbita scivolosa e senza ritorno di quello che non si può dire.

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Non occorrono ricorrenze per ricordare i Maestri: basta solamente un po’ di attenzione e di curiosità. E pazienza se il francese non è coglibile: non è necessario capire sempre. La matematica è praxis, saper fare. Pòiesis è attesa, è sedersi e aspettare, accogliere l’arrivo senza chiedersi il significato. Senza voler sapere cosa c’è oltre il muro.

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Aghi negli occhi. Tipo “Arancia meccanica” di Kubrick: Artaud è un ago che si conficca nelle pupille senza farle sanguinare. Le buca per farti vedere meglio.

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Più che farla finita con giudizio di Dio, il “poeta nero” cesura l’arte scenica. E per farlo sceglie la ghigliottina più sottile: la penna. Questione di millimetri, non di chilometri. Ma l’effetto che produce è degno del primo grande orafo del mondo. Imperfettibile.

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“Il teatro deve smettere di proporsi come un doppio della vita, ma diventare vita”.

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In fondo l’idea di metateatro non era nuova: ci aveva pensato Pirandello. Qui però Artaud dà un ulteriore sviluppo al dogma. Stesso paradigma, più o meno, con la differenza che le radici attingono a humus diversi: quello del Nobel di Girgenti nell’eterno gioco delle maschere sociali che si è costretti a indossare per essere accettati, quelle di Artaud nella pazzia allucinatoria che si abbeverava di laudano (un composto a base di alcol e oppio) e di altre droghe.

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“Io sono l’uomo crocifisso sul Golgota. Ma l’uomo crocifisso sul Golgota non si chiamava Gesù Cristo bensì Artaud. La cosa d’altronde non è avvenuta come la raccontano”.

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Artaud ha inventato il “teatro della crudeltà” lì dove la “crudeltà” è intesa come quello stimolo al sacrificio di qualunque elemento non concordante al fine della rappresentazione. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo, e in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola.

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“Il teatro è prima di tutto rituale e magico e non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile. Non si può continuare a prostituire l’idea di teatro, poiché il suo valore risiede esclusivamente in un rapporto magico e atroce con la realtà e con il pericolo”.

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“Per farla finita col giudizio di dio” era stato pensato come il primo atto del “teatro della crudeltà”. Poi è diventato un atto unico.

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“Per farla finita con giudizio di dio” è stato il secchio di acqua gelata che è arrivata addosso agli spettatori che hanno visto “Dovevamo scegliere (e siamo stati scelti)”, spettacolo di Fabio Biondi tratto da “Il minotauro” di Paolo Puppa in occasione della lunga presentazione a Pianoterra, nell’autunno del 2001. Un luogo appena fuori Rimini che oggi non esiste più.

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Una secchiata di parole in francese. Un brontolio espanso delle voci della mente.

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Nel marzo 1948 Artaud morì da solo nel suo pavillon, seduto di fronte al letto, con la sua scarpa in mano, forse per una dose letale di cloralio.

Alessandro Carli

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