“Trump è un razzista, Obama non meritava il Nobel per la pace (né Bob Dylan quello per la letteratura), l’Islam è responsabile di un fondamentalismo distruttivo”: intervista fiume a Wole Soyinka

Posted on Marzo 23, 2019, 7:28 am
26 mins

[Wole Soyinka, di fatto, è il solo scrittore africano insignito del Nobel per la letteratura. Il premio gli è accaduto nel 1986; gli altri due ‘nobeliati’ sono sudafricani bianchi, Nadine Gordimer (era il 1991) e John Maxwell Coetzee (nel 2003). I suoi libri sono pubblicati in Italia da Jaca Book, che l’anno scorso ha mandato in libreria “L’uomo è morto? Smurare la libertà” e tra l’altro, con il marchio Calabuig, ha stampato testi importanti come “La strada” (2018), “Gli interpreti” (2017), “L’uomo è morto” (2016). L’editore Bompiani ha pubblicato nel 2015 “Africa”. In maggio Jaca Book pubblicherà il testo poetico “Ode Umanista per Chibok”. Quest’anno Soyinka compirà 85 anni. Già drammaturgo al Royal Court di Londra e prof a Yale e ad Harvard, voce critica della letteratura africana – e per questo, antipatico ai dittatori – Soyinka è stato intervistato da Henry Louis Gates Jr. L’esito è reso pubblico dal “New York Review of Books” con il titolo “There’s One Humanity or There Isn’t: A Conversation”. Traduciamo ampi stralci dalla conversazione]

***

Henry Louis Gates Jr.: Wole, qual è il suo punto di vista circa l’impatto di Donald Trump in Africa, e come viene percepito nel continente?

Wole Soyinka: Mi permetta di dirlo senza tanti giri di parole. Viene considerato una mina vagante che sta dimostrando comportamenti razzisti, xenofobi, e tenuti nascosti a lungo.

Gates: Esiste un rapporto di causa-effetto tra il fatto che un uomo di colore abbia occupato la Casa Bianca per otto anni e che poi sia stato eletto il suo esatto opposto?  

Soyinka: Trump si è presentato con un programma basato sul disprezzo politico, razziale e ideologico nei confronti di Obama. Non è stato nemmeno discreto riguardo alla sua missione di smantellare l’eredità di quest’uomo di colore.

Gates: Ed è senza precedenti, nella mia esperienza, che un politico dica: “La cosa più importante per me è cancellare i provvedimenti politici del mio predecessore”.  

Soyinka: È insolito. In Nigeria e in altri paesi, quando si sente che un presidente o un governatore è arrivato e ha iniziato a sparlare delle politiche, dei traguardi o delle attività del proprio predecessore, di solito è per un solo scopo. Cancella questo, quello, quell’altro, così può ricominciare da capo a guadagnarsi i soldi. In altre parole, spesso alla radice c’è la corruzione. [ride] Questa è la prima volta che ho visto un approccio iconoclastico, la negatività pura come scopo, come ideologia di un nuovo presidente. È come dire agli americani “Vi hanno venduto uno scemo. Io sono l’autentico americano e quindi posso fare quello che voglio”.

Gates: È corretto dire che Donald Trump è razzista?

Soyinka: Direi proprio di sì. So che i politici possono dire o fare qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo, credo sia del tutto meschino che un’arma pericolosa come il razzismo possa essere usata per fare carriera. Il razzismo politico è controverso. Viene deliberatamente usato come arma per mettere una parte contro l’altra. Qualsiasi capo di Stato, persino un funzionario minore, può fare affermazioni riguardo a “paesi di merda” – e addirittura menzionarli! – e dire, “D’altro canto, potete portarmi i norvegesi con occhi azzurri. Non mi importa che loro entrino nel paese”. Si può essere più razzisti? Ci si può avvicinare oltre alla funesta dottrina dell’ideale di umanità degli ariani con gli occhi azzurri?

Gates: Ha strappato la sua green card quando ha sentito che Trump era stato eletto presidente. Perché l’ha fatto?   

Soyinka: Perché ho capito cosa stava succedendo. E molti non sanno quanto io sia legato alla nostra diaspora, non solo storicamente o intellettualmente, ma anche emotivamente.

Gates: La diaspora africana?

Soyinka: Sì, assolutamente, la diaspora africana, che sia negli Stati Uniti, ai Caraibi o persino in Iraq, dove abbiamo scoperto gli Zanj [minoranza africana, nata da schiavi, in Iraq, ndr]. Uno dei fatti poco noti su di me è che ho avuto una piccola, minuscola parte nella desegregazione dell’America, quando ho personalmente abolito la segregazione in una piscina ad Atlanta durante una conferenza tenutasi lì nei primi anni Sessanta. L’emozione provata nel vedere un uomo di colore salire alla posizione più elevata in questa nazione basata su una cultura schiavista, è stata paragonabile alla visione del decollo di un razzo verso lo spazio. Quindi quando ho visto ciò che sembrava un rovesciamento delle conquiste della diaspora nera, mi sono allarmato e abbattuto. L’ho capito, e ho detto ”se gli americani permettono che ciò succeda, quest’uomo che rigurgita una retorica divisiva e razzista, ridurrò la relazione che ho con questo paese”. Quindi non ho detto di aver voltato del tutto le spalle agli Stati Uniti. È stata una dimostrazione di come mi sentivo. In più per tagliare la carta sono andato all’ambasciata.

Gates: L’ha tagliata?

Soyinka: Era difficile strapparla. Non sapevo come fare, quindi l’ho tagliata. La porto in giro come un talismano, così se mi verrà mai negato l’accesso negli Stati Uniti dirò “Okay, so perché lo state facendo. Volete un souvenir? Ve ne do un pezzo”. Perciò sono andato all’ambasciata perché bisogna formalizzarlo.

Gates: Quindi ha firmato il ripudio. Non l’ha più ripresa?  

Soyinka: Valuterò se riprenderla quando vi sarete liberati di Trump.

Gates: Lei è stato insignito del Nobel. Ricordo che molti rimasero sorpresi – alcuni euforici, alcuni scioccati – quando la commissione conferì a Obama il Premio Nobel per la pace poco dopo essere stato eletto. Cosa ne pensò lei?  

Soyinka: Posso dirle francamente che non credo sia stato un gesto positivo. Prima o poi i capi di Stato si trovano obbligati a prendere provvedimenti drastici, che non possono essere considerati nell’ottica della pace, ma possono essere giustificati dalle circostanze – se si viene attaccati, ad esempio. Se qualcuno attaccasse persino la mia Nigeria senza alcuna ragione e il presidente non prendesse nessun provvedimento, sarei in prima linea con coloro che lo vorrebbero buttare fuori dall’ufficio. E credo che alle persone in questo tipo di posizione, che devono fare scelte difficili non si dovrebbe consegnare un riconoscimento come il Premio per la pace. Dopo la fine del mandato si possono guardare i risultati e verificare se siano state messe in pratica politiche o azioni che la promuovessero. Perché per me la pace non è una virtù banale. È qualcosa che l’intero universo brama prima o poi. Non bisogna essere all’altezza di un premio. Il riconoscimento dovrebbe essere post factum. Questo è l’unico motivo per cui ero contro il Nobel.

Gates: Come giudicherebbe l’eredità di Obama come presidente?

Soyinka: Per come mi ha influenzato personalmente quando detenevo la green card ed ero un residente permanente di questo paese, posso dire grazie al cielo per la Obamacare nei tempi duri per la mia famiglia. Quindi capisco il suo valore, il suo significato per la gente normale. E mi rivolgo a chiunque cominci a smantellarla: per me equivale ad un crimine contro l’umanità. Per quanto riguarda la politica estera, ovviamente Obama è stato risoluto se necessario. Ricordo le sue prime dichiarazioni dopo che divenne presidente: “Offriamo una mano di amicizia, ma allo stesso tempo siamo pronti ad agire con il pugno della resistenza”. Credo che questo esprima chiaramente quale dovrebbe essere la filosofia di qualsiasi governante nel mondo. Alcuni pensano che fosse cauto fino alla timidezza. Non sono affatto d’accordo. L’incremento delle armi di distruzione di massa rende possibile lo scoppio di una terza guerra mondiale. Viviamo in un mondo estremamente precario che richiede equilibrio e attenzione. Lo ha dimostrato nell’incredibile impresa di catturare Osama bin Laden. È necessario un leader cauto, di buoni principi, ed efficace per autorizzare un’operazione del genere come segnale al mondo che non si commette questo tipo di atrocità senza aspettarsi ripercussioni. È servito coraggio. Le persone obiettarono che fu omicidio extragiudiziale. Lo trovo davvero ridicolo. È stato un crimine globale e Obama ha preso provvedimenti. Allo stesso tempo, tuttavia, l’ecumenismo, possiamo dire, di Obama, il suo senso di dedizione per l’uguaglianza delle culture, a volte lo ha condotto sulla strada sbagliata. Ad esempio, credo che la sua affermazione al Cairo sia stata un disastro in termini di liberazione dell’umanità – quando ha parlato del suo, non proprio assenso, ma sostegno al diritto di qualsiasi cultura di costringere le donne ad indossare il velo. Questo genere di discorso ha reso quello di umanità un concetto relativo. Per me, c’è un’unica umanità o non c’è affatto. Nessuna cultura ha il diritto di umiliare la femminilità. Anche se non si può fare nulla a riguardo, quanto meno non si deve mai fare una dichiarazione che supporti una qualsiasi nozione di relativismo culturale, non quando sono coinvolti la dignità e i diritti fondamentali dell’umanità. Inoltre credo che Obama abbia preso troppo le distanze dalla comunità di colore. L’ho trovato piuttosto seccante. Finché non si raggiunge piena giustizia razziale – questo non accadrà nel tempo della mia vita e probabilmente nemmeno della vostra – come una sorta di modalità di esistenza sociale naturale e casuale, deve esserci sempre un qualche tipo di attenzione verso gli strati più svantaggiati della popolazione, sia che si parli in termini di genere che in termini razziali. E penso che Obama abbia voltato le spalle a questo tipo di umanità. Direi che questi sono i problemi principali che ho avuto con Obama. Per il resto, sono convinto che il suo sia stato uno dei mandati più progressisti alla Casa Bianca, e che gli americani abbiano il diritto di rimpiangere la loro scelta nelle ultime elezioni. […]

Gates: Ci aiuti a comprendere il ruolo del fondamentalismo religioso in Nigeria, sia quello islamico che quello cristiano evangelico.

Soyinka: Si presenta sotto varie forme e le persone ritengono saggio essere obbiettivi, ma quando si parla di morti nell’ordine delle centinaia e spesso uccisi in modi orrendi, bisogna essere estremamente diretti e franchi. Esiste un fondamentalismo innocuo e trascurabile e uno maligno e violento, e sfortunatamente è l’Islam a produrre quel genere di fondamentalismo aggressivo e distruttivo. O almeno coloro che hanno commesso questi crimini contro l’umanità affermano di essere musulmani. E non basta che i leader, tra l’altro molto in ritardo, continuino a dire “Questo non è Islam.” Lo sappiamo già. La cosa importante, il fattore decisivo, è che sono i sostenitori del “vero Islam” – stando a ciò che dicono – a commettere questi crimini contro la comunità. All’inizio sono stati coccolati, viziati. Il governo si è fatto in quattro per ignorare gli eccessi. I loro stessi capi religiosi hanno mantenuto il silenzio per qualche tempo, finché sono diventati anch’essi dei bersagli. Ci sono state delle eccezioni, devo evidenziarlo. Grazie al cielo fin dall’inizio ci sono state eccezioni che hanno gridato a squarciagola “Questi non siamo noi. Non è la nostra religione. Queste persone sono criminali. Sono psicopatici. Non abbiamo niente a che fare con loro”. Ma per ragioni politiche il governo si è rifiutato di prendere sul serio questa minoranza fino a tempi recenti, quando si sono verificati episodi vergognosi come il rapimento delle ragazzine portate nella foresta e trattenute per anni. Traumatizzate, deumanizzate. Un’atrocità dopo l’altra.  Fondamentalmente è un problema di impunità. O hai una costituzione o non ce l’hai. O hai delle leggi o non le hai. Se hai delle leggi e un gruppo di persone continua a trasgredirle, sostenendo di essere autorizzate dalle sacre scritture a commettere dei crimini, allora non fanno parte del sistema di governo generale. La prima reazione si sarebbe dovuta verificare quando lo stato del Zamfara decise di adottare la Shari’a come legge del sistema legale. Fu chiaramente detto che ciò era contro la costituzione, la quale non permette uno stato teocratico. Tuttavia, come capita spesso in questi casi, l’allora presidente Olusegun Obasanjo adottò una politica di pacificazione per rimanere al potere. E gli è stato detto “Devi prendere provvedimenti”. Ma intanto stava facendo la corte proprio a questi gruppi per ottenere il loro supporto e prolungare la sua permanenza al governo. E così l’impunità regnò sovrana. Una cosa seguì l’altra, sia su scala maggiore che minore. I diritti umani diventarono un pensiero secondario, ammesso che ce ne sia stato uno. Furono adottati tutti i tipi di pena non presenti né nella costituzione né nella legislazione, ad esempio l’amputazione per i piccoli furti. Sì, un caso si è verificato prima che l’intervento internazionale costringesse il governo a porre fine alla cosa. Ma almeno una di queste pene fu portata a termine e altri furono minacciati. Ricorda il noto caso della donna condannata alla lapidazione? Se una sentenza del genere fosse portata a termine, strapperei il mio passaporto. Non riuscirei a concepire l’idea di vivere in una nazione, definendomene cittadino, che permette queste atrocità: seppellire una donna fino al collo e lapidarle la testa finché non diventa poltiglia. Non importa se succede in Arabia Saudita o in Afghanistan.  Dunque al fondamentalismo religioso è stato permesso di radicarsi. Sarebbe potuto essere fermato, rimesso al suo posto. La religione è un affare privato. Volete organizzarvi, pregare insieme? La costituzione lo prevede. Se si vuole adottare una cultura dettata dalla religione, che non viola i diritti degli altri, non penso che qualcuno possa interferire. Volete coprirvi con il velo dalla testa ai piedi? Potrei considerarlo disgustoso da guardare, però non vi toglierei l’hijab. Ma non si può sfidare la costituzione imponendosi sugli altri aspetti della comunità, non si può obbligare gli altri a rispettare tassativamente le norme della religione. […]

Gates: In un tempo di sconvolgimento sociale e ingiustizia spesso gli scrittori hanno fatto ricorso ad allegorie per fare l’appello più potente all’immaginazione della libertà. Ora, da maestro del tono mitico, come vede oggi il ruolo dello scrittore/attivista nel mondo che ha appena descritto?

Soyinka: Una delle cose che mi piace sottolineare quando affronto questo tipo di domande è che bisogna sempre considerare questa questione separatamente dall’epoca contemporanea, così da comprendere che in ogni società ci sono sempre stati artisti coscienti, spesso impostati in modo ritualistico. Esistono nella cultura nera e so che ci sono anche in quella etiope. Ci sono tracce nelle società che segnano la celebrazione del pesce d’aprile – chiamato con nomi diversi a seconda dei paesi – durante il quale si esprime una voce alternativa, o direttamente o tramite gli strataggemi artistici come spettacoli, messinscene, burlesques. Perciò quando parliamo del ruolo degli attivisti e degli scrittori oggi, non è una novità. In Africa e nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, viene falsamente considerato un concetto occidentale. Lo trovo irrispettoso in modo criminale. Quindi secondo me non è cambiato nulla. Si stanno solo usando nuovi mezzi: vignette, che sono una caratteristica di spicco in molte società, spettacoli, sketch, commedie satiriche, teatro e ovviamente musica.  È un continuum. Cerco sempre di sottolinearlo; non sta accadendo nulla di davvero innovativo. Semplicemente adesso abbiamo dei mezzi di comunicazione che evidenziano le difficoltà degli scrittori coinvolti in questo genere di attività. È intrinseco nella natura sociale, che non è mai unitaria. In caso contrario l’umanità morirebbe, e questo non ci piace. Continua solo a rivitalizzarsi, rimodellandosi in vari modi e adattandosi alle condizioni particolari. Qual è la differenza tra un giovane uomo completamente sconosciuto che si dà fuoco in Tunisia – dando così inizio alla primavera araba nel paese, dove già da prima erano cominciati dei dissidi – e, a parte le conseguenze individuali, la donna che in Egitto si è scoperta il seno in segno di protesta? È stato per dire “Okay, state dicendo che c’è emancipazione ma noi donne non la percepiamo. Siamo ancora soggette a queste condizioni discriminatorie e umilianti come esseri umani”. E allora si è spogliata completamente fino alla vita e ha postato deliberatamente la foto su internet. Questa è stata la sua forma di protesta. Durante il movimento delle suffragette, le donne si incatenavano alle ringhiere davanti a Westminster. La società, persino quella più rozza e chiusa, trova sempre un modo per mostrare che esiste un’alternativa. Perciò non vedo alcuna differenza nel modo in cui oggi gli scrittori affrontano gli aspetti inaccettabili della loro società.

Gates:  Qual è la sua spiegazione per l’improvvisa esplosione di creatività da parte delle scrittrici africane? Stiamo assistendo ad una rivoluzione? 

Soyinka: È un fenomeno. Davvero commovente. Ma mi permetta di raccontarle una cosa successa in Nigeria. Alcuni anni dopo la guerra civile, qualcuno mi ha detto esserci stato un incontro dell’organizzazione del gruppo etnico Igbo (chiamata Ohanaeze) durante il quale fu presa una decisione riguardo il riposizionamento della stessa popolazione per permettergli di riprendersi dal trauma e dalla devastazione della guerra civile, sbalzandoli dalla posizione di rilievo che avevano avuto nel paese [Gli Igbo sono uno dei tre maggiori gruppi etnici in Nigeria, e l’organizzazione Ohanaeze Ndigbo, fondata nel 1976, li rappresenta dentro e fuori dal paese. La sua direzione è in parte eletta in modo democratico e le decisioni devono essere rispettate da tutta la Ndigbo. Spesso, il resto della popolazione nigeriana viene a conoscenza delle riunioni dell’organizzazione solo quando le decisioni vengono rese note. Non è insolito che queste decisioni vengano contestate, ndr]. E decisero che avrebbero cominciato a concentrarsi sull’istruzione delle donne, e che gli uomini per ottenere un cambiamento dovevano gestire le risorse economiche degli Igbo. Uscire, commerciare, fare affari per raccogliere fondi per questa rinascita economica, e le donne dovevano assolutamente andare a scuola; in altre parole, invertire la rotta tradizionale. Questo mi è stato detto in confidenza da un Igbo molto affidabile. Le donne che hanno sempre occupato le fasce più basse della società, ora si sentono galvanizzate intellettualmente e dal punto di vista creativo. Sospetto che ciò abbia provocato un fenomeno di emulazione tra questa generazione di donne in Nigeria, specialmente nella parte occidentale. È l’unica spiegazione che immagino. Per questo tendo a credere a questa storia, per la vivacità della creatività femminile, lo spirito imprenditoriale in ambito culturale: anche le arti visive, le riviste, i giornali sono stati inaugurati dalle donne Igbo. Sono stati prodotti degli ottimi romanzi.

Gates: Era sorpreso quando l’Accademia svedese ha insignito Bob Dylan del Premio Nobel? 

Soyinka: Sì e all’inizio provavo sentimenti contrastanti a riguardo. In seguito ho nettamente propeso per quello negativo. Prima di tutto, confrontata con l’industria musicale, la letteratura è nettamente svantaggiata in termini di fondi e riconoscimento popolare. Diciamo le cose come stanno: gli scrittori devono lavorare il doppio rispetto a un musicista, specialmente del genere pop. Non parlo della musica classica, che è più impegnativa. La vedo come una di quelle provocazioni: “Rompiamo gli schemi per il solo gusto di farlo”. Non ne sono rimasto affatto colpito. Anche se si volesse fare una cosa del genere, si dovrebbe procedere come si fa solitamente per la letteratura. Vuoi separare il testo dal suono e affermare che anche quella è letteratura, nonostante sia in musica? Allora bisogna applicare gli stessi rigidi standard, e non credo che sia stato fatto. Guardo la lista di poeti nominati in passato. Paragono le loro opere ai testi di Bob Dylan ed è una cosa ridicola. […]

Gates: L’America nelle sue condizioni migliori ha eletto Obama, ma in qualche modo la reazione è stata eleggere il peggio?

Soyinka: Esatto. Non che mi aspettassi niente di diverso, anzi sono sorpreso che gli elettori americani non sembrassero preparati; e quindi ogni giorno c’è un nuovo shock, una nuova preoccupazione. E so che anche quelli che hanno eletto Trump si staranno chiedendo cosa credevano di fare. Mi dispiace ma non offrirò le mie soluzioni perché non ne ho.

Gates: Da cosa deriva questa attrazione di Trump verso Putin? Come la spiega?

Soyinka: Non ne ho idea.

Gates: Quindi adesso Putin è l’uomo più potente del mondo?

Soyinka: Quello che posso dire è che persino Putin è più credibile come leader rispetto a Donald Trump.

*Traduzione italiana di Giulia Di Blasio