“L’affascinante visione dei nostri infiniti destini”. Il libro dell’estate: “Meditazioni sullo scorpione” di Sergio Solmi, un salutare veleno

Posted on Agosto 15, 2019, 7:03 am
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Quel libro che ha valore di un aculeo. Uscito nel 1972, dal titolo indimenticabile, Meditazioni sullo Scorpione, chiunque lo conosca continua a rileggerlo, a tenerlo sotto il cuscino, ne tramanda il segreto. Qui siamo al vagabondaggio del pensiero che semina rasoi sotto le palpebre. Sergio Solmi, insomma, è uno dei più raffinati scrittori e pensatori dell’epoca, ma pochi lo sanno, presi a omaggiare Manganelli o Landolfi o altri esteti del bello stile, lo traviano all’oblio.

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Eugenio Montale, 14 dicembre 1969, sul Corriere della Sera, ne narra il ricamato pudore. “Solmi non è mai impre­parato a nulla, ha sempre qualcosa da insegnare. Uomo mite, ricco di humour (sa­ranno una sorpresa poesie ed epigrammi tuttora inediti), uomo scarso di voce e di ge­sti, è stato anche, quand’era il caso di esserlo, un uomo impegnato nella vita civile. Incarcerato dai nazisti nel ’44 ha saputo dileguarsi in modo addirittura metapsichico, un segreto che lui solo conosce. Non ha mai tenuto a esibirsi, a farsi vedere”. Esposto ai regni al di là di questo, non gl’importava l’esibizione, ambizione di chi non ha volto. Pur nei meandri della Storia, si è dileguato – un vero mago, uno sciamano.

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Ci fu una specie di venerazione verso Solmi, nato 120 anni fa, cresciuto a Torino, impiegato ad alto livello nella Banca Commerciale Italiana (il che gli impedì di infognarsi nel battibecco letterario, da cui si tenne a distanza). Carlo Bo ne scrisse così: “Solmi è stato antifascista, combattente del­la Resistenza e nella sua fa­mosa fuga dalla caserma del­le brigate nere di via Ro­vello dobbiamo rilevare un tratto che illumina anche lo studioso e il poeta. La­sciato per un momento li­bero dai suoi aguzzini, il Solmi chiese dove fosse l’u­scita e se la squagliò. Que­sto è stato sempre il suo modo di comportarsi anche in letteratura: presente e li­bero, padrone di se stesso e in grado di giudicare le de­bolezze e i ‘vuoti’ degli al­tri. Proprio per questo, sen­za mai venire meno alla re­gola del riserbo e della pru­denza, insomma fuor della mischia, è arrivato più in là degli altri, senza aver pagato scotti di nessun ge­nere, arbitro dei suoi lun­ghissimi e intensi approcci alla verità poetica”.

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Nella ricostruzione di un Mitreo ho visto il toro di bronzo che si allontana, disfacendo il corpo, dallo scorpione con la coda irta, simile a una lanterna. Scorpione fuoco in fuga, perpetua agnizione. Dello scorpione, inteso anche come sego zodiacale (“vermiglia, al centro dell’addome, brillerà la luce di Antares”), Solmi fa il centro dell’enigma, dell’ambiguità d’esistere, del ritorno allo scatto che uccide, vibrando la vita. “Attenuandosi il febbrile scompenso che diciamo esistere, ci sembrerà sempre più di ‘essere’, come gli animali e le piante, che tanto più di noi coincidono con la loro figura, affermano senza dubitazioni la loro essenza… Il fertile abisso dell’inesistenza d’aprirà ancora una volta a picco nel nostro essere, la guerra madre di tutte le cose ci metterà ancora contro noi stessi, e un fresco pullulare d’inafferrabili memorie rispumeggerà ancora dalla cieca corrente: inebriante movimento, cara vertigine di sentirci ancora fuggenti tra essere e non essere, estrema ventata di poesia”. Cavalcare lo scorpione e suggere tutti i veleni del vivere, come voleva Rimbaud, tra i totem della ricerca letteraria di Solmi.

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All’apparenza, di Solmi c’è tutto – ma è il nulla. Adelphi ha preso a stampare le sue Opere (il primo volume è dedicato a “Poesie, meditazioni e ricordi”, 1984), l’ultimo volume, il sesto, è uscito nel 2011 e raccoglie gli “Scritti sull’arte”. I volumi sono pregiati, costosi, introvabili. Il libro delle Poesie complete pubblicato nella ‘Biblioteca Adelphi’ è orfano, non ha spazio in libreria. Che strazio: Solmi è un pensatore disorganico e geniale, dalla scrittura cristallina (pare, a spanne, Cristina Campo), è il nostro Cioran, depurato dai neri estremismi. Porta la lingua italiana al di là del salotto, inadempiente agli ordini ma tesa alla disciplina (le fatali Meditazioni sullo Scorpione sono il distillato di ispirazioni “che vanno dal 1925”: cinquant’anni di pensare in poco più di 150 pagine necessarie).

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Cecità sterminata è non citare Solmi se si parla di Leopardi, soprattutto nel bicentenario de L’Infinito. Solmi aveva una preziosa mania per Leopardi: i suoi Studi leopardiani riempiono il secondo volume delle sue opere. Tra i tanti saggi, quello su Leopardi e Valéry ha un ingresso geniale, proprio di un genio privo di didascalia e di didattica a norma di critica. “Non so se alcuno abbia mai parlato dell’orrore di questi cieli italiani, privi di vòlta, sbiancati, divorati dal pulviscolo luminoso. Sono cieli che, a fissarvi lo sguardo, danno le vertigini… Cieli del nord, cieli a cupola, conclusi, fatti a misura umana. Ma questi vuoti, scolorati cieli della riviera, se insiste all’orizzonte una leggerissima bruma, si confondono col male e lo annientano nel loro scintillio vorace. Sulla spiaggia, ci sentiamo soli, a picco su un vuoto senza alto né basso, il vuoto vibratile e brulicante degli spazi, un chiarissimo nulla. Mi piace supporre che sia stata la contemplazione di questi cieli a suscitare in Leopardi l’idea, che insistentemente ritorna nello Zibaldone, e curiosamente precorre Einstein, di un universo finito e, a contrasto con esso, della infinità del nulla”.

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Le Poesie di Solmi abitavano nella collana de ‘Lo Specchio’ Mondadori: era troppo austero, un estroso della riservatezza, per giocare a fare il poeta. Per questo, rispetto a troppi poeti a comando, le antologie d’ufficio si dimenticano di lui, l’eccentrico. Questa Preghiera alla vita è la sua poesia più nota:

Perché più bruci, per meglio sentirti,
perché sempre il cuor mi divida
il tuo taglio assetato di lama,
perché la notte smanioso
invano a cercarti io mi dibatta
e mi raggiunga l’alba
come una morte amica,
tregua non darmi, mia vita,
lasciami l’umiliata povertà,
le nere insonnie, le cure ed i mali.
Lasciami il delirante desiderio
che si gonfia in miraggi
e il timido sangue che s’agita ad ogni
soffio.

Perché più bruci, per meglio sentire
questo tuo bacio che torce e scolora,
ogni mia fibra consuma al tuo fuoco,
ogni pensiero soggioga ed annulla,
ogni tuo dolce, la pace e la gioia,
negami ancora.

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A proposito di Cioran – di cui è depurato sodale – Solmi scrive: “Questo scrittore mi ha sempre molto interessato: anche per il suo gusto per la decomposizione. È un brillantissimo causeur, ha cultura a strafottere, è un poeta del pensiero… Il pessimismo di Cioran è un pessimismo per ridere”. Una risata sul nulla.

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Cultore dello Zodiaco, incuneato nell’Oriente del desiderio, formidabile traduttore, pioniere della lettura, insieme a Franco Lucentini, sessant’anni fa, nel 1959, per Einaudi, Solmi cura Le meraviglie del possibile, la prima, fondamentale antologia della letteratura di fantascienza. Specializzato in eclettismo, non in qualche ‘specialità’ specifica, rabdomante della cultura, curioso, mica acclamato accademico. Nell’antologia, che esaltò il ‘genere’ in Italia sono raccolti testi di Ray Bradbury e di Frederic Brown, di Philip K. Dick e di Richard Matheson, di Isaac Asimov e di H.G. Wells. A Wells, Solmi dedica un saggio, nelle fatali “Meditazioni”, che sfoga nell’iridescenza irrazionale: “Quante volte molti di noi, magari in condizioni di veglia perfetta, dopo la doccia fredda mattutina, rivestendosi, infilandosi le scarpe, non hanno spiato per un momento la propria esistenza parallela, popolata di figure con volti, nomi e professioni determinate, sconosciute alla loro esistenza ordinaria?… I Celesti hanno subito cercato di nascondere la mano dietro la schiena, ma l’esitazione di un attimo li ha traditi una volta per sempre, spalancandoci l’affascinante visione dei nostri infiniti destini”.

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Perché non si parli ogni giorno di Meditazioni sullo Scorpione è fin troppo chiaro. Quel libro è un veleno, potremmo non avere bisogno di altro. (d.b.)

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Antologia di testi tratti da: Sergio Solmi, “Meditazioni sullo Scorpione”, Adelphi 1972

Una certa ‘idiozia’ è pur necessaria al pensiero: una lentezza maldestra, la presenza d’ostacoli che lo spirito superficiale risolve e supera in un batter d’occhio. La nostra riflessione più vera nasce a quel punto in cui si scopre la mostruosità, l’impensabilità di ‘ciò che è evidente’. L’intelligenza, per vivere, deve per forza nutrirsi di stupidità: cosa sarebbe un’intelligenza senza nutrimento? Certi spiriti eloquenti e approssimativi, implacabili discettatori e sofisticatori, coloro che tengono, in una discussione, ad aver sempre ‘l’ultima parola’, ci offrono un esempio di questa intelligenza agile e vacua, senza nutrimento né sostanza.

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Il nostro pensiero più profondo nasce a volte improvvisamente dal passivo stagnare della nostra vita, come la ninfea nel fango. Nel brulicare d’infinite sciocchezze e vanità, nell’inconsistente polverio che noi chiamiamo ‘vita interiore’, è a volte come un lampo momentaneo: le parole insulse e meccaniche, le incerte visioni corporee che il flutto limoso traeva con sé s’aggrumano e s’organizzano, prendono figura: è il mistero carnale d’ogni creazione, la luce che albeggia sul caos.

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Gli specchi regolano le apparizioni. Penso che una volta la forma umana si riflettesse soltanto nell’aria colpita dalla luce, nell’alone fugace del miraggio, e che, salendo una duna sabbiosa, ci potesse accadere d’incontrare la nostra stessa persona, fatta leggera e luminosa come quella dei semidei. Così, vedersi doveva essere un miracolo, la nostra immagine sorgeva capricciosamente di sotterra, si proponeva a noi senza averla mai cercata né sospettata, con la logica importuna e incomprensibile dei fantasmi. Forse soltanto a qualche privilegiato, a colore che dovevano portare al mondo il male del pensiero, la torpida malinconia della vita dello spirito, accadde talvolta, in qualche mezzogiorno spopolato, di riflettere la propria figura a pochi passi, eguale. L’ombra che portiamo in retaggio, impalpabile e nera come la morte, si animava, assumeva l’incarnato vivido, l’umido lampo che brucia nell’aspetto delle creature, si riannoda, in un soffio di rapita nostalgia, al colorito cerchio delle cose terrestri.

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L’ingrediente di menzogna connaturato al dispiegamento d’ogni forma di vita: le piume variegate degli uccelli, le code iridescenti e flessuose dei pesci della Cina, l’inevitabile amplificazione perpetrata dall’arte e dalla morale. La sincerità come una specie di sfinimento.

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Esistono un pensiero seduto, un pensiero in piedi, un pensiero sdraiato. Il pensiero antico è un pensiero seduto, di contemplatore in vetta a una montagna. Le filosofie moderne sono pensieri in piedi: idealismo, marxismo, pensieri d’uomini immersi nell’immanenza storica, di uomini affaccendati, impegnati nell’azione. L’esistenzialismo è un pensiero in piedi, di uomo smarrito nel labirinto, che cerca inutilmente un varco. Però soltanto il pensiero sdraiato può farci scoprire il rovescio delle cose e le contraddizioni dell’agire. Soltanto il pensiero sdraiato può consentirci di giungere alla suprema verità e giustizia dell’indifferenza, dell’astensione.

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Si sa che nella vita nella mai si decide, nulla mai si risolve. Ci si cicatrizza, e si supera. Dolorando, imprecando, si sale in pallone. Su questo margine estremo, direi che si supera più rapidamente, anche se, sul momento, il dolore è acutissimo. Il pallone sale fulmineo, verticalmente. Ma la nausea è forte.

Sergio Solmi

*In copertina: “Ritratto di Elisabetta Gonzaga”, con lo scorpione che le decora la fronte, attribuito a Raffaello, conservato agli Uffizi a Firenze