“Ernst Jünger lotta contro i carnefici e ti precipita nel suo sogno”

Posted on Agosto 31, 2019, 7:13 am
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Un tempo François Mauriac era un autore imprescindibile. Nel “Catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore” romanzi come Groviglio di vipere, Gli angeli neri, La farisea, Destini, spiccano come fiori all’occhiello. Nel catalogo del massimo editore italiano emergono molti libri di Mauriac: il romanzo biografico su Santa Margherita da Cortona, il Bloc-notes, le Cronache politiche. Oggi, sostanzialmente, è in circolo la sua Vita di Gesù e Thérèse Desqueyroux, riproposto da Adelphi dieci anni fa. Non credo sia una questione di ‘gusti’ del pubblico, ma di semplificazione editoriale, brutale. Mauriac è uno scrittore che pone dei problemi, che, da buon cristiano, si fionda nello scandalo, dalla parte dello sconfitto e dello scempio. Il 10 ottobre 1985, Elena Guicciardini conclude così un ottimo articolo uscito su “la Repubblica”, dal titolo eclatante (Odiare Mauriac?): “‘Molti l’hanno detestato, fino all’odio, fino al desiderio di ucciderlo’, nota il suo più autorevole biografo, Jean Lacouture. Alcuni per la sua gloria troppo ‘facile’, il continuo plauso che riceveva, la sua approvazione apparente del Potere e della Chiesa. Altri lo hanno denunciato come traditore della sua classe per avere smascherato le miserie della borghesia, gli orrori del fariseismo, le menzogne della crociata franchista, le vergogne di Vichy, e per avere in seguito incarnato la sua fede politica nel radicale Mendès-France e nel franco tiratore De Gaulle… Altri ancora hanno detestato in lui il doppio gioco, il compromesso tra Dio e Mammone, un moralismo da ‘Père-la-pudeur’… Ma molti lo amavano così com’era. Con tutte le sue virtù, i suoi difetti e le sue contraddizioni, François Mauriac può essere odiato o amato, ma non può lasciare indifferenti”.

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Al contrario, oggi una patina di indifferenza cova Mauriac nell’oblio. Nel 1952 fu onorato con il Nobel per la letteratura: a Stoccolma, però, non parlò di auree lettere. Il suo discorso si concentra sul mistero del male. “Il mistero del male – non ci sono modi per affrontarlo. O lo neghiamo, o lo accettiamo come appare dentro e intorno a noi – nelle nostre vite individuali, nelle nostre passioni, come nella storia scritta con il sangue degli uomini da imperi assetati di potere. Ho sempre creduto che ci fosse una stretta corrispondenza tra i peccati individuali e i crimini collettivi: ogni giorno, come giornalista, non faccio che decifrare le connessioni tra l’orrore della politica e la storia invisibile che si svolge nel mio cuore. Paghiamo a caro prezzo l’evidenza che il male è il male, noi che viviamo sotto un cielo dove il fumo dei forni crematori è ancora denso. Abbiamo visto la carneficina di milioni di innocenti, perfino dei bambini. E la storia continua nello stesso modo. Il sistema dei campi di sterminio ha attecchito con radici profonde nei paesi in cui Cristo è stato amato, adorato, servito per secoli… Per un cristiano il male è il più angosciante dei misteri. L’uomo che tra i crimini della storia persevera nella sua fede inciamperà nello scandalo che permane: l’apparente inutilità della Redenzione… Secondo André Malraux, ‘oggi la rivoluzione ha il ruolo in precedenza affidato alla vita eterna’. Ma se il mito fosse, appunto, la rivoluzione? Se la vita eterna fosse la sola realtà? Qualunque sia la risposta, dobbiamo accordarci su un punto: l’umanità scristianizzata resta una umanità crocefissa. Quale potere mondano può distruggere la correlazione tra la croce e la sofferenza umana?”.

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Uno scrittore che ci ricorda il male, fuori e dentro di noi, il male come lotta indubitabile e tema ineludibile – con che parole puoi chiarificarne lo sconfinato? – è un grande scrittore.

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Già nobilitato dal Nobel, nel 1957, Mauriac attua un pensiero sui diari di Ernst Jünger, scritti durante l’occupazione tedesca di Parigi (in Italia il repertorio dei diari è stampato da Guanda come Irradiazioni, Giardini e strade, La capanna nella vigna), mostrandosi lettore attento, sintonizzato, complice. Nella lettura di Mauriac si cita la morte del figlio di Jünger, Ernstel, ucciso a Codena, sulla Linea Gotica, il 29 novembre del 1944, a 18 anni. Era il primogenito di Ernst, non allineato al culto nazista: le sue spoglie furono raccolte da Henry Furst e consegnate al padre, dopo diverse ricerche, dopo anni.

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Ernst Jünger, un tempo autore da leggere nelle catacombe, è diventato imprescindibile – il suo carisma non è ‘esotico’ o estemporaneo, è micidiale. Leggerlo è fare ostacolo al tempo con una più clamorosa rettitudine.

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La Storia – individuale e collettiva – la fa chi non nega il male e chi si disincastra dalle azioni ‘a fin di bene’, chi ha il coraggio delle scelte inattuali, inattuabili, il ‘ribelle’. “Noi crediamo che il mondo sussista perché, di generazione in generazione, ci sono sempre stati alcuni uomini che si sono rifiutati non solo di stare al gioco, ma di far finta di non vedere le orribili regole del gioco”. L’uomo, crocefisso alla propria individualità inesausta. Mauriac e Jünger soldati al soldo delle proprie idee, della propria singolarità, nella stessa lotta letteraria – che è sempre per la vita. (d.b.)

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3 agosto

Il 18 ottobre 1943, Jünger annota che ‘Kniebolo’ (così chiama Hitler) “è un fenomeno europeo”. Ciò che capiamo meglio oggi è che Kniebolo è un fenomeno umano. Il suo avvento, la sua ascesa, il suo trionfo hanno scatenato una bestia feroce che non è stata sepolta con lui sotto le macerie della Grande Cancelleria. Vaga, libera, tra le rovine di partiti e ideologie.

Ciò che Ernst Jünger vide e osò scrivere già nel 1943 è questa verità insostenibile, che pure dobbiamo affrontare: per una certa razza d’uomini, molto diffusa, e a cui anche noi siamo legati, le idee sono solo dei pretesti sotto cui cova la ferocia. I teorici del razzismo hanno giustificato la distruzione: “è curioso – osserva Jünger – ascoltare queste menti mentre parlano di scienza, di biologia, ad esempio. Usano tali nozioni come farebbe un uomo dell’età della pietra; un modo come un altro per uccidere. […] Nel corso della loro ascesa sospendono il lavoro cerebrale. Si abbandonano al piacere di uccidere”.

Non arretriamo il nostro pensiero da ciò che Jünger scrive sul suo diario l’8 febbraio 1942. Ha appena ricevuto nota delle intenzioni di Kniebolo, i piani del massacro, ne è terrorizzato. “Dobbiamo capire che molti francesi approvano tali progetti e sono ansiosi di prendere servizio come carnefici”. Questa frase è difficile da sopportare? Ma è valida da allora, da anni, tutti i giorni.

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La faccia oscura della Storia. Ripeto a me stesso che la faccia oscura della Storia è sempre esistita, che la politica ha le sue fogne, le ha sempre avute, che anche i cani sono feroci ma la loro ferocia non è peggiore della nostra: la ferocia dei cani è tale da non ribellarsi contro certi aspetti della natura umana. Quale civiltà non è stata fondata dalla legge della ferocia? Già… ma quale civiltà infine non è morta? Quando ho letto il diario di Ernst Jünger mi è venuto in mente che l’affaire Dreyfus non ci ha reso consapevoli di eventi eccezionali. Ciò che allora era eccezionale fu la combinazione di circostanze che rivelò un banale episodio riguardante l’oscura lotta dei burocrati e della polizia; così come una pietra, rotolando, svela un formicolio oscuro, disgustoso.

Noi crediamo che il mondo sussista perché, di generazione in generazione, ci sono sempre stati alcuni uomini che si sono rifiutati non solo di stare al gioco, ma di far finta di non vedere le orribili regole del gioco.

Perché i nostri capi spirituali praticano la prudenza con quella perfezione che ci travolge? Quante volte, soprattutto durante i quattro anni di occupazione, abbiamo sperato di udirlo, attraverso il fumo dei crematori, calando da una collina di Roma, quel grande, misterioso grido di Cristo morente, sufficiente a spalancare gli occhi del Centurione! Solo allora quel soldato capì che quel miserabile pazzo dal corpo ridotto a uno squarcio, che egli stesso aveva attaccato alla colonna e flagellato, per divertimento, per ridere, capì, solo allora, che quel torturato era il figlio di Dio. Si colpì al petto, pianse.

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Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges ha scritto una Storia universale dell’infamia. Ne conosco solo il titolo, mi riempie di cristallina amarezza.

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4 agosto

Ernst Jünger, durante quegli anni bui, è un soldato vittorioso a Parigi, va a caccia di libri rari, insegue fiori e insetti. Ma i nazisti sono sotto i suoi occhi. Doma l’idea della morte, moltiplica i legami d’amicizia tra la morte e lui. Il figlio diciottenne muore in Italia. Lungo le pagine del diario cerco notizie, preoccupato da questo silenzio. Ho ricevuto il colpo, attraverso questo padre. Cosa lo avrà aiutato? Parigi, anzi tutto, questa Parigi occupata di cui da un lato fugge l’orrore. Ma chi può dimenticare la bellezza della città silenziosa e oscura, la luna sulle strade innevate come l’hanno vita i nostri padri, gli antichi parapetti che si riflettono nell’acqua sacra, e dietro le balaustre, gli alberi delle Tuileries che ricordano uomini che fuggono, che hanno tradito?

E poi Jünger ti porta nei sogni: evasioni di cui non sono capace. Il suo diario si perde nel labirinto di ciò che ha visto nei sogni, in vane interpretazioni. Indifferente ai miei sogni, come possono interessarmi quelli degli altri? La vita religiosa ci confisca ciò che Jünger destina al sogno.

François Mauriac

*Il testo di François Mauriac è stato pubblicato su “L’Express” il 9 agosto 1957