Quando i ghepardi saettavano lungo la spiaggia di Riccione. “Se diamo il potere all’inappropriato è impensabile l’errore: tutto vive nel miracolo”

Posted on Luglio 31, 2020, 6:36 am
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Sulla spiaggia albeggiavano arbusti dalle radici tenaci, etimo della lotta arcana tra la terra e il mare; al posto dei turisti, poi, dei corpi offerti, del bivacco della nudità, c’erano le fiere, per lo più ghepardi, giaguari. Bestie, nel bagliore – lì i ghepardi saettavano finché glielo consentiva la corda e l’intelligenza del domatore. La fiera correva ingorda di spazio per decine di metri, tra decine di predatori; il nodo la riportava dalla velocità all’essere, i domatori agivano come se potessero orientare le fasi lunari di un astro, di cui le bestie erano i raggi, il ruggito. Qualche domatore, rivestito di una corazza in cuoio, moriva, consapevole di essere scelto dalla bestia – sperando, per esigenza pitagorica, di rinascere nel corpo di chi ti uccide.

Dall’epoca di Tiberio fino al regno dei Goti, i vasti spazi intorno a Rimini, colonia fondata dai Romani nel 268 a.C., erano usati come luogo di addestramento per le fiere. Le bestie, che approdavano ad Aquileia e a Ravenna, venivano contenute, saziate e raffinate; ad alcune era dipinto il manto con motivi ornamentali o con moniti, altre fuggivano ed erano elette divinità nelle campagne. Dove oggi sorge Riccione, le aziende balneari, gli alberghi, fino a mille e cinquecento anni fa correvano i ghepardi, trottavano i giaguari, giacevano, enigmatici e annoiati, i leoni. L’incongruenza di questa immagine – le bestie feroci sulla spiaggia romagnola – può farci pensare che il benessere risiede nel rischio e nella pena, che la bestialità non è arrogante ma dotata di eleganza. Il Museo del Territorio mostra reperti paleolitici che testimoniano l’antichità dell’insediamento umano a Riccione – alcune figure incise su pietra fanno supporre che in queste zone abitassero delle pantere, dei puma. Secondo una leggenda medioevale, è a un ragazzo che tiene al guinzaglio tre pantere, sorridente, che vengono consegnati i segreti dell’Impero. Se diamo la vita a ciò che è incongruo, il potere all’inappropriato, è impensabile l’errore: tutto vive nel miracolo.

Le bestie addestrate a Riccione, poi, venivano indirizzate all’anfiteatro di Rimini – dove dal II secolo si svolgevano imponenti giochi gladiatori – oppure a Padova, a Fano, a Imola. Queste fiere dovevano essere molte e importanti: a Nizza, nel III secolo, si ipotizzò, per consuetudine al caos, di eleggere a imperatore una tigre ariminensis – di Rimini – uscita indenne da giorni di giochi.

A volte immagino la corsa dei ghepardi sul mare – l’acqua che si polverizza come una promessa di cristallo – e la ragazza che redime il morso in corona. Vicino alle terme di Riccione c’è un enorme edificio, un tirannosauro di cemento, abbandonato. L’erba ha avuto ragione di ogni cosa e stritola la struttura; s’intravede il rettangolo di un campo da tennis, corroso dai cespugli. I cardi hanno una necessità biblica. Costruito negli anni Sessanta, un tempo questo albergo ospitava le celebrità – oggi lo sfida qualche coppia che non ha paura di amarsi nel folto dei ratti. Tra le sue ombre, ogni volta, mi sembra di vedere un giaguaro pronto ad assalirmi – forse è nascosto qui il cuore nero che annienta il tempo e riduce ogni cosa a una copia, a un aforisma segregato nell’eresia. L’ultima ragazza nuda che ho visto – spogliata perfino del nome – aveva una pantera tatuata tra la schiena e la coscia destra.

Davide Brullo 

*Il testo, dal titolo “Giaguari a Riccione”, è edito in origine sull’ultimo numero de “Il Bestiario degli Italiani”

*In copertina: Giovanni Stradano, “Torneo con bestie”, 1578