“Custodisci il fiore dell’origine”. Lettera di Vincenzo Gambardella a Marco Maraldi
Libri
Vincenzo Gambardella
Nadežda Mandel’štam – di cui sappiamo la geniale ferocia – ha dato di lui un ritratto spietato. Estate 1924, San Pietroburgo. Vladimir Šileyko incontra Osip Mandel’štam e la moglie “alto, magro, dall’aspetto selvaggio”. Indossava una pelliccia perché “a causa della sua maledetta tubercolosi aveva sempre freddo”. Insieme a lui, il cane, Tapka, un San Bernardo. Il padrone gioca a stuzzicare il cane con un panino: glielo mostra, lo alletta, “non glielo lasciava prendere”. Il gioco dura troppo e irrita Mandel’štam, che si arrabbia con l’amico. Lui risponde che un cane va educato così, forzando la fame, finché quel misero pezzo di pane non diventi per lui l’unica cosa commestibile e desiderata al mondo. L’osservazione che segue, di Nadežda, è micidiale: “le nostre autorità lo sanno bene: ci costringono a implorarlo a lungo [quel misero pezzo di pane], finché poi non lo cedono” (lo sketch è in: Nadežda Mandel’štam, Speranza abbandonata, Edizioni Settecolori, 2024, pp.630-632).
Da altre testimonianze, sappiamo che Osip Mandel’štam stimava Šileyko. Erano nati lo stesso anno, il 1891, avevano fatto parte dello stesso circolo, la “Gilda dei poeti” capitanata da Nikolaj Gumilëv. Nel 1913 Mandel’štam aveva esordito con Kamen, “La pietra”; Šileyko pubblicò su rivista diversi testi raccolti sotto un titolo emblematico, “Glosse”. Le sue poesie piacquero a Mandel’štam: disse che Šileyko, all’epoca, insieme a Chlebnikov, era il suo poeta preferito. Le poesie di Šileyko, in effetti, sembrano davvero dei marginalia: punteggiano i microscopici eventi della vita con sussulti e colpi di scalpello. Ciò che pare effimero, in verità, ha la forza di un petroglifo, di una iscrizione incisa su pietra – forse, tra pietra e acqua, tra roccia e vento non c’è poi differenza.
Šileyko non raccolse mai in un libro le sue poesie, uscite postume – in calce all’articolo ne proponiamo qualche reperto –: il genio dell’incompiuto – non dell’incompleto – agitava la sua vita. Nelle cose spezzate – relazioni, poesie, manoscritti – riconosceva una verità ulteriore.
Dieci anni dopo, era cambiato tutto. Nikolaj Gumilëv era stato fucilato dai bolscevichi; Osip Mandel’štam faticava a campare, incapace di installarsi nel ‘sistema’; Šileyko, l’uomo per cui Anna Achmatova aveva rotto con Gumilëv, era stato a sua volta mollato da ‘Anicka’, la musa inquieta. “Šileyko si lamentava del fatto che Anna lo aveva completamente abbandonato e non voleva nemmeno portare il suo cognome”. Il matrimonio tra i due, contratto nel 1918, era durato cinque anni.

Per Šileyko, va detto, la poesia era un hobby. Figlio di un militare in pensione, aveva studiato archeologia a San Pietroburgo. Era un talento nelle lingue: aveva imparato l’ebraico a dieci anni; maneggiava con agio testi in greco antico e in latino, teneva una corrispondenza con il British Museum. La tubercolosi, contratta negli anni dei fecondissimi studi, rallentò le sue ambizioni, rivelandolo alla poesia. Dal 1913, tuttavia, tornò a studiare assiriologia e a confrontarsi con i massimi orientalisti del pianeta per approfondire le sue tesi. In breve: la Russia deve a Šileyko le prime traduzioni degli antichi testi della mitologia babilonese; tra il 1910 e il 1920 il poeta e studioso tradusse l’Enūma eliš, nel 1915 aveva volto nella sua lingua le “Iscrizioni votive dei sovrani di Sumer” – compiva ventiquattro anni.
Ad Anna Achmatova piacque quell’uomo geniale, scontroso dietro l’aura di sovrana pacatezza, allampanato ed enorme, chino su testi ancestrali. Amava, soprattutto, lei, poetessa marziale prima che flessuosa, diretta discendente di un khan dell’Orda d’Oro, quel ritrarsi in un tempo arcano, millenario, che precede Omero. L’incontro tra Anna Achmatova e Vladimir Šileyko accadde alla luce dell’Epopea di Gilgamesh, il più antico poema dell’umanità, che mette in scena un eroe assediato di domande, che si interroga sull’irrimediabilità della morte, sull’evanescenza di tutte le cose. Šileyko, di notte, leggeva ad Anna brandelli di Gilgamesh – le tavolette che narrano dell’infinita ricerca della vita eterna e del fiore della giovinezza, quelle che descrivono l’eros come una via di sapienza e di perdizione –, tradotti lì per lì, con l’incostanza dei savi.
Le cose andarono in questo modo. Nikolaj Gumilëv, che amava i safari, le belve feroci e in particolare tutto ciò che gli dava l’idea dei primordi, aveva letto l’edizione di Gilgamesh approntata da Édouard Paul Dhorme. Il domenicano e assiriologo francese aveva tradotto alcuni brani dell’epopea in un testo, Études bibliques. Choix de textes religieux assyro-babyloniens, transcription, traduction, commentaire, uscito a Parigi nel 1907 – anni dopo, per Gallimard, avrebbe approntato una fortunata versione del Vecchio Testamento. Traduttore per estro, da ogni linguaggio – aveva appena volto in russo Coleridge e una scelta di antichi poeti cinesi –, Gumilëv si gettò in Gilgamesh, con l’intento di “offrire una traduzione piacevole a chi ama la poesia”, cioè “ripristinando i versi mancanti, eliminando le noiose ripetizioni, riducendo alcuni episodi”. A conforto della sua traduzione corsara, chiese aiuto a Šileyko, poeta della sua corte e accademico ormai riconosciuto. In effetti, Šileyko scrisse una dotta introduzione al lavoro di Gumilëv, proponendo alcune sue scelte traduttive, per far ‘udire’ al lettore sovietico come suonava il Gilgamesh originale. Ad ogni modo, Gumilëv riesce bene nel suo intento – non diverso, per altro, da quello espresso da Simon Armitage nella sua sgargiante traduzione di Gilgamesh, edita da Faber –: offrire una versione lirica, moderna, di un poema antichissimo e mutilo in alcune parti. Sentite come attacca:
“Di chi tutto ha visto fino al termine del cosmo
dico, di chi conosce il nascosto e tutto ha compreso
valutando il destino della terra e del cielo
e la profondità in sapienza dei sapienti.
Investigò l’ignoto, misurò i misteri risolvendoli”.
Il Gilgamesh secondo Gumilëv (Gil’gamesh: Vavilonskii epos) uscì a San Pietroburgo nel 1919 – Anna aveva optato per Šileyko da tempo.
Grava la mano del fato – o di una fata invidiosa –, piuttosto, sulla versione di Gilgamesh realizzata da Šileyko, la prima in russo dall’originale accadico. Šileyko realizza la traduzione negli anni Venti: il testo avrebbe dovuto uscire per una casa editrice guidata da Maksim Gor’kij, ma non se ne fa nulla; le edizioni dell’Università di San Pietroburgo pubblicizzano la pubblicazione dell’epopea nel 1933 – non uscirà mai. La prima edizione della prima traduzione del Gilgamesh in russo esce nel 2007. Cosa è accaduto? Una catastrofe. Interiore ed esteriore. Dopo la rottura con la Achmatova, Šileyko si unisce a Vera Konstantinova Andreevna, la terza moglie. L’unione non fu felice, ma durò poco: Šileyko muore, di tubercolosi, nel 1930 – il figlio avuto da Vera, Aleksej, aveva due anni. Pare che Šileyko non fosse un uomo facile: ironico fino al sarcasmo, erudito, viveva fuori dal tempo, chino sui manoscritti, coriaceo. Per Vera fu impossibile sovrastare, nella mente del marito, Anna Achmatova. A chi le chiedeva lumi sul Gilgamesh ripeteva, “per volontà del destino i manoscritti di mio marito sono spariti dall’appartamento di San Pietroburgo… questa scomparsa è stata un duro colpo per il mio defunto marito. Qualcun altro completerà la sua opera”.
Gilgamesh, in effetti, era un’evocazione e un’invocazione, il legame di fuoco che univa Šileyko all’inafferrabile Achmatova.
**
Da secoli, l’alba è spietata
ed è proibito ascendere al cielo:
nessun sacrificio ci allea alle altezze.
La stella fossile è svanita, l’anima
brucia tra bianchi fulmini.
La misericordia di Dio
ci incatena, il cuore ora
è rotto, è stato usato a lungo.
Lascia che dicano sterile la carne
e vuoti i seni… diranno che questo
mondo non è degno di giudizio.
*
Splendono i gigli
come cuori nelle mani di Dio
custodi di una vaga idea di Eden
a guardia del giardino. Guardano
questo mondo immacolati –
come gli occhi delle stelle sentinella
che fissano la terra.
*
Il mattino è minaccioso
come tratto in inganno:
perché la sua oscurità
è così precipitosa?
Mezzogiorno sbatte
sui bicchieri: ma non
è altro che una seconda
mezzanotte – pensi.
*
Davanti al fuoco
mi disintegro – il freddo
dona pace a chi come me
vuole dimenticare.
Soltanto tu, cuore, ricordi ancora
le tempeste azzimate, la primavera
i fiori nati dalla nube
cento volte più azzurri
dell’azzurro.
*
Sera austera: la pietra
lungo la strada è rossa
come si dicono addio
i popoli del deserto.
Così il passato ritorna
con tratti irripetibili
e il ricordo mi visita
spesso, come una profezia.
*
Vivo solennemente
fatico e bevo vino.
Ma amo, amo con una forza
terribile, con una meravigliosa
voluttà – solennemente, da tempo.
L’ombra mi insegue ma so
cos’è un uomo determinato:
mi basta avere un giorno
di luglio nella sacca
e il ricordo di una donna folle.
*
…quando le ombre della sera
saranno oro, i fiori spariranno
dallo specchio… l’amore
provoca sempre dolore
chi se ne va lascia segni
e ferite… era dunque
per te che respiravo
come in delirio?
*
“…e mi hai dato tre garofani
senza alzare gli occhi…”
Senza alzare gli occhi: è stato davvero
così? Non osai nemmeno guardarti…
Quando leggo questa frase
l’anima si placa: che solare
tristezza, che tempeste
in questo misero mondo!
Sorrido di un dono
scarlatto: tra i ricordi
questo è un miracolo
come si seccano i fiori
in libri tetri e senza titolo.
*
Pensavo: ho lasciato tutto –
orbite di pianeti insignificanti
e quaderni strappati – ho detto:
non c’è più futuro.
Per questo ho fatto un voto
e ho chiuso le stanze, gettandomi
in Te, Padrone – soltanto Tu scruti
il mio io nel Libro dell’Infinito.
Soltanto Tu sai quanti uomini
hanno latrato alla mia porta.
Il sabato non arriverà mai
mi dicevo, sfogliando i libri.
Eppure – è arrivato.
Scalciavano le candele
intorno a Giobbe, pigolio
di sacri canti. D’improvviso
dimenticai l’ultimo verso
caddi in sudore e sangue.
Ecco… lo sposo… il sabato.
La follia mi incatena e canta
con frenetiche labbra. È
la fine – uccidimi – il tuo
occhio sia implacabile.
*
“C’è qualcuno nell’ombra – mi azzannerà” (Osip Mandel’štam)
La corda che mi lega a te
non si è spezzata: parlo
con parole comuni, è vero
ma mi sento male – i discorsi
mi rendono indifeso, gli occhi
sono cristallizzati di paura
non riesco a prevedere più nulla
e ora sono senza fiato.
*
Vecchia casa di legno
mi sei apparsa ancora:
qui è nato Puškin, anni fa
qui Puškin ha scritto migliaia
di versi e io come Puškin sono
solo e sono un poeta:
morirà ventenne, in duello.
*
Come dovrei parlarti?
Con un alfabeto ultraterreno
potrei rivelarti le leggi
che regolano l’altro mondo
…eppure, basta guardare
una pozzanghera: è autunno
e l’acqua trema – cosa dici:
è il vento che sente dolore
o è l’anima che grida aiuto?
*
L’anima non ha figli e urla –
tu sapevi tutto da quanto
sei entrata e hai cantato
vigilata da qualche candela.
Perché piangi allora: nel
tuo cuore di vetro non c’è dolore
il dolore è fumo, scompare
in questo immenso prato blu.
*
Non perdonare – non farlo.
Nel buio, una voce è scoccata.
Solo gli uccelli piangono
più forte perché il fulmine
li spaventa – i deserti hanno
i loro cortigiani, ma l’oscurità
non ha lati sicuri – è meglio
evitare la luce. Ho raccolto pietre
a sufficienza, le palpebre sono
suddite del sonno: ora so dirti
quanti giorni sa soffrire
il cuore di un uomo.
Vladimir Šileyko
*In copertina: un’opera di Kazimir Malevič