“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Prima di incontrare gli dèi, Gian Piero Bona si imbatté in un volto sconosciuto: il proprio. Ancora bambino, davanti allo specchio, provò il turbamento di chi osserva un viso che gli appartiene e tuttavia sfugge. Quell’antica perplessità, consegnata più tardi alla scrittura, sembra anticipare un’intera esistenza trascorsa a indagare l’identità umana, i confini della coscienza, la possibilità di oltrepassarli. L’episodio offre una via d’accesso alla sua opera più vivida delle consuete genealogie letterarie. Nato nel 1926 e scomparso nel 2020, Bona attraversò il Novecento coltivando una singolare familiarità con la classicità, le tradizioni sapienziali, la critica sociale e il pensiero della fine.
Fra le rovine di Babilonia, nel 1951, il sublime traduttore di Gibran e Rimbaud, andato in cerca di sé stesso, conobbe Mohamed, mendicante sufi. L’incontro lasciò un’orma luminescente. Quel paesaggio ricco di arcane vestigia, dove la pietra serba l’impronta di civiltà scomparse, sembra già appartenere alla geografia spirituale dei suoi libri più celebri. Sarebbe tuttavia arbitrario ricondurre a un solo episodio l’origine della vocazione: la curiosità per l’Oriente, i sistemi simbolici e le regioni meno esplorate dell’esperienza spirituale collettiva precedeva quel viaggio e continuò a nutrirsi di letture eterogenee. Nel sufismo Bona trovò soprattutto una lingua per interrogare il rapporto fra la persona e ciò che la trascende, l’esilio e la dimora, l’amore e lo smarrimento della propria figura.
Con I giorni delusi, uscito nello «Specchio» Mondadori nel 1955 con l’avallo di Vittorio Sereni e il plauso meravigliato di Jean Cocteau, Bona entrò in una stagione letteraria le cui tendenze maggiori erano lontane dalle sue. Da subito la fedeltà alla rima, l’inclinazione metafisica e il lessico popolato di numi, angeli, astri e filosofi antichi potevano suonare inattuali; egli coltivò tale distanza con ostinazione, talvolta con un gusto dichiaratamente polemico. Alle mode della contemporaneità oppose una domanda che eccedeva i confini della letteratura: quali conoscenze restano possibili quando gli strumenti ordinari del giudizio si arrestano? Di silloge in silloge mutano gli accenti, le immagini e le occasioni del dissenso; ma nessuna risposta o credenza gnostica sperimenta la quiete di un sistema.
Una formulazione particolarmente nitida compare nel saggio Destino e creazione, pubblicato nel 2002 su “Trame di letteratura comparata”:
“Gli dèi si sono nascosti e lui [il poeta] si assume l’incarico di serbare la loro effige; è il fedele che mantiene lo sguardo sulla luce già tramontata, che non si lascia più vedere, ma all’orizzonte ancora tenuemente traspare”.
L’assenza divina richiede una disciplina dell’attenzione, il paziente custodire di un’impronta la cui origine rimane inaccessibile. Da qui i messaggeri, gli animali araldici, le apparizioni che attraversano i componimenti con la discrezione di ospiti inattesi. Anche la clandestinità evocata nel titolo del presente ricordo guarda la natura intermittente di tali presenze, amate compagnie di una straniante viandanza terrena.
Quando ragiona sull’ispirazione, l’autore rovescia la domanda abituale: “Non potremo più domandarci come fare poesia, ma come scoprire poesia”. Scoprire presuppone qualcosa che ancora sfugge, un’intuizione da inseguire senza garanzia di approdo. La pagina diventa allora superficie d’ascolto, radura di prova, talvolta luogo di un’apparizione mancata. Le convinzioni affiorate in un componimento possono incrinarsi nel successivo, sotto la pressione di un interrogativo o di uno scarto ironico. Anche per questo le sue affermazioni più solenni chiedono di essere lette accanto alle smentite che egli stesso dissemina. A dare misura di simile concezione è una breve lirica tratta da Detriti del fiume celeste, nella quale l’atto creativo si presenta come un esercizio di ascolto e di perdita:
“La poesia è un codice di vita. Su questo dettame hanno scritto le mie dita il rottame di un credo. Ecco perché trovo versi che non vedo. Ecco perché poetare è parlare col dove dell’altrove”.
Alla formazione di Bona – nato in una famiglia di scienziati e industriali, cresciuto nell’immensa biblioteca paterna come un redivivo Leopardi – contribuirono la magia, le tecniche divinatorie, le mitologie antiche e i saperi trasmessi ai margini delle istituzioni religiose. A queste materie dedicò lavori autonomi, fra cui Magia sperimentale. Manuale pratico (Edizioni Mediterranee, 1977) e Il libro delle divinazioni (Vallardi, 1984). La relazione fra parola e mutamento del reale, nei suoi scritti, ha una consistenza teorica precisa. “La poesia era dunque una tecnica magica”, osserva in Destino e creazione, rievocando la prossimità arcaica del vate al profeta e al custode dei riti. È un ragionamento sulla storia del linguaggio sacrale, da leggere nel contesto delle sue riflessioni, senza attribuirgli facili pretese taumaturgiche. Un albero diviene interlocutore di tale immaginario in un’altra composizione dei Detriti: la sofferenza della creatura vegetale incontra il dio dei passaggi, Ermes, e il desiderio di sciogliere i vincoli della materia, tema da sempre caro all’alchemico Bona:
“Dov’ero? Dove andrò? Perché quest’ore? Pover’Albero non fare domande. Un grido senza senso qui s’espande in questa grande selva del dolore. So bene che la tua disperazione è una vecchia religiosa questione. So bene ch’è meglio essere reciso che bruchi affamati sul tuo viso. Eppure qui incatenato sei dal dolore supremo della mente e lagrimi giù da gote lentamente, mentre l’arte di foresta nei miei sogni, l’argentato tuo imitare la vana furbizia d’Ermes il mago, del suo alato calzare lo spago disciogli, tu smanioso di volare”.
Il luogo di ogni esperimento restò la lingua. Bona amava gli attriti fra vocaboli remoti, le affinità foniche inattese, il ritorno ostinato della rima là dove il discorso minaccia di disfarsi. Accanto alla solennità liturgica si addensano gusci, alghe, scheletri, cenere, strumenti musicali, orti: il corpo invade continuamente le regioni del sublime. Da simili collisioni nascono talora immagini di rara energia; altrove l’ingegnosità si fa artificio, il gioco verbale prevale sull’emozione. Sarebbe ingiusto cancellare gli squilibri, poiché appartengono al rischio della sua ricerca. Nella metrica, definita “la gabbia del nume tutelare”, si avverte la frizione fra la costrizione della forma e la libertà di un’auratica visione.
Una parte ancora poco frequentata di questa avventura è la narrativa. Il soldato nudo (Lerici, 1960), Le dimore inquiete (Rizzoli, 1975), Il silenzio delle cicale (Garzanti, 1981), Passeggiata con il diavolo(Garzanti, 1983) e L’apprendista del sole (Rusconi, 1989) affidano a personaggi e vicende il medesimo assillo conoscitivo. Si può avvertire, in certe atmosfere, una parentela con il romanzo metafisico mitteleuropeo, soprattutto con Gustav Meyrink, Hermann Hesse e Jorge Luis Borges; il confronto richiede però cautela. Nei romanzi di Bona l’inquietudine cresce nelle relazioni umane, nella percezione deformata degli spazi, nel sospetto che gli avvenimenti abbiano una consistenza diversa da quella concessa loro dai sensi; il tutto, nella fiducia in un mondo invisibile – cosciente e operante, innervato in quello visibile – da cui trarre echi, presagi, voli, orienti.
Con il trascorrere degli anni, il colloquio con il sacro assume toni più aspri. Alla divinità capace di suscitare meraviglia vengono rivolti rimproveri, accuse, domande sull’origine del dolore. La malattia e la violenza della storia incrinano le promesse di consolazione. Nelle raccolte tarde la preghiera sfiora la requisitoria; l’inno si muta talvolta in protesta. Francesco d’Assisi, la tragedia greca, le cosmologie gnostiche e il problema della teodicea affiorano in un dialogo con il Mistero che rimane aperto. L’aspirazione all’assoluto continua a misurarsi con l’esperienza concreta della sofferenza, senza trovare un accordo durevole.
Nella stagione estrema, il dissidio assume persino la forma di un’offerta rivolta alla propria carne, con una conclusione che lascia intatta l’ambiguità della promessa:
“Ogni dolore lo offro a te, mia carne umana, perciò non soffro più quand’esco io da te. Perciò ogni male paga una pena capitale per chi non sale in volo. Perciò sei solo quello che non sei, ché presto capirai il trucco degli dèi”.
La silloge La volontà del vento, pubblicata da Mondadori nel 2018, registra l’avanzare dell’età attraverso un corpo sempre più fragile ed esigente. L’indebolimento dei sensi rende più aspra la curiosità intellettuale. Il destino dei defunti, la sopravvivenza delle immagini, l’enigma di un universo capace di generare coscienza e di consegnarla all’estinzione occupano questi versi. Vi sopravvive anche un gusto mordace per il paradosso. Una rima brusca, una sproporzione improvvisa, un dettaglio quasi comico interrompono la gravità funebre. Perfino nell’imminenza del commiato, la voce conserva una vitalità ostinatamente terrestre.
Pubblicati postumi da Interno Poesia nel 2024, i Detriti del fiume celeste raccolgono scritture di estrema concentrazione: epigrammi, lettere interrotte, minime dispute teologiche. Il titolo allude a ciò che resta dopo il passaggio di una corrente inafferrabile, a schegge trasportate verso rive sconosciute. Per chi scrive, la curatela del volume è stata occasione di confronto ravvicinato con la mobilità e le diseguaglianze di questi ultimi componimenti. Fra i segni della desolazione compaiono un balcone, un veliero; perfino la morte viene trattata, a tratti, come un contrattempo di cui discutere le condizioni. Una delle immagini più toccanti del lutto affida alle ceneri di un’amica un’insospettata continuità di gesti domestici:
“L’amica è stata cremata, entusiasta. Seminata nel giardino del sonno, ora germoglia. Per questo incolonno il suo chiarore in cima al mio dolore. E lei mi piglia la mano e passeggia con me, dove la coda dei suoi cani arpeggia mescolata alla sua cenere lieve come soave capelvenere”.
Sarebbe fuorviante leggere retrospettivamente ogni pagina come preparazione al trapasso. Nei libri di Bona hanno posto la gioia sensibile, il desiderio, il ricordo degli incontri, le creature dei boschi e dei giardini. La sorte individuale torna però con insistenza, fino a diventare un assillo riconoscibile. Nel monumentale e inattualissimo Poema fatidico dell’ignoranza e della morte (Aragno, 2018), come nelle liriche senili, il sapere nasce da una privazione che nessuna dottrina riesce a colmare. L’autore conosce la paura, l’impazienza, il risentimento, persino il sospetto che oltre il confine manchi qualsiasi ordine provvidenziale. Sono esitazioni che resistono alle interpretazioni troppo pacificate. L’oscillazione fra annientamento cosmico e apparizione divina raggiunge un’intensità singolare in sette versi, nei quali il paesaggio della fine viene attraversato dall’incontro con un’ape:
“Il tutto sparirà nel tutto, in cosmiche voragini. Capolavori in ceneri. Ossa di Veneri. E questa terra, teschio rotante in mostruoso cielo. Non io, quando ieri un’ape d’oro, dondolandosi su uno stelo incerto mi portò via verso un dio aperto…”
A cent’anni dalla nascita, la sua opera attende una lettura capace di attraversarne le contraddizioni, le ascendenze molteplici, gli esperimenti talvolta irrisolti. La figura del mistico, da sola, rischierebbe di renderlo più uniforme di quanto sia stato. “Il destino del poeta è uscire dall’uomo”, afferma in Destino e creazione. Parole in cui si raccoglie il desiderio di superare la persona, di sottrarsi per un istante alle abitudini della mente. Quanto vi sia di conquista e quanto di ferita in tale aspirazione resta incerto; Bona ne ha lasciato aperto il vibrante quesito.
Riaffiora, infine, il bambino turbato dal proprio riflesso; poco distante, nella memoria, il viaggiatore ascolta Mohamed fra le rovine insabbiate di Babilonia. Da quelle due esperienze prende forma un interrogativo che accompagna tutta la sua vita. Gli dèi clandestini sembrano abitare proprio la regione in cui le definizioni perdono presa: la corteccia di un albero, il sonno di un animale, il tremore dell’ape sopra uno stelo. La scrittura ne raccoglie qualche traccia, esposta alla dispersione del mattino. E sulla soglia dell’ultima metamorfosi, quando anche il nome vacilla, giungono i versi di Jalâl al-Din Rūmī, incisi come un viatico azzurro sulle ali di Psyche:
“Io mi sono annientato come usa annientarsi la luna”.
Francesco Occhetto
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Schyzothymie
Da quando sono nato sono stato senza tregua un essere sdoppiato. Guardavo un altro mentre mi specchiavo fuggendo l’altro in cerca di me stesso. Il firmamento era suggestione, un indaco biliardo su cui Dio giocava camuffato da campione. Vinceva. Ora il mio pallottoliere sbaglia nel misurare i suoi calcoli.
La carne è malattia di una crisi, la crisi è malattia della terra, la terra è malattia dell’altrove; eppure siamo figli delle stelle nuove: dal loro ossigeno è nata la tua respirazione. Il tuo polmone è nebbia passeggera. Si alzerà il vento e spazzerà in cielo le tue similitudini. Come il bel tempo è la morte, che t’invita a passeggio sull’arpeggio di un rio per l’addio dell’altro contro il suo specchio d’argento.
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Il controcantico delle creature
Laudato tu non sie, mi’ Signore, per le tribolazioni che ci hai date, i mali corporali, le torture, l’odio, l’ingiusto e le persecuzioni. Laudato tu non sie per l’ipocrita delizia con cui ti piacque addolcire la ferocia del nostro sesso umano. Laudato tu non si’ per frate vento che da uragano ogni sostentamento distrugge di nostra sopravvivenza. Laudato tu non si’ per l’acqua casta che ci disseta e affoga a piacimento. Laudato tu non si’ per frate foco che riscalda sì ridente e bello e accende i roghi per il miscredente. Laudato tu non sie mi’ Signore, pei nostri scheletri terrificanti ai quali dài significanza altissima; per la bellezza e l’orripilanza che la natura fu ed è, e illude di renderci del mondo a conoscenza. Laudato tu non si’ per il mostruoso divenire che il tempo degli ordigni ci prepara e la forma che ci hai dato, fin dall’inizio della vita, inferma. Laudato tu non sie, mi’ Signore, per la materia oscura che si cela senza fine a noi, pel tuo mistero; la stoltezza; l’abisso e per la morte. Laudato tu non sie, mi’ Signore, per il silenzio verde che fa il merlo divorato dai rapaci, e la rondine di mare e l’usignolo e l’allodola e il fringuello, da noi avvelenati voli; per il nido del solitario antico passero che i corvi squarciano e le piche: la colonna sonora nel pentagramma eterno ammutolita. Laudato invece sie, mi’ Signore, per le vertigini da te inculcatemi, impedimento a violare le tue cime. Soprattutto laudato per quel povero che fattosi per te, beato e immenso, smentisce qui la mia disperazione.
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Paranoia
Consumare in tutte le brame umane. Posarmi sopra le rose dei sensi. Disegnare il plenilunio del vero. Dentro il forno dei cuori incenerire. Da ogni abisso come un assoluto risalire. Riposare sul petto di una montagna. Provare ogni storia, le loro libertà e prigionie. Degli esseri e delle signorie godere. Intonare tutte le note del passato. Entrare nella carne del creato. Di tutto l’infinito ridurlo a un solo spirito finito. Rinascere da sessi millenari. Bere alla sete dell’immensità. Portare in capo i capelli del grano. Farmi l’eco più vano delle valli; l’occhio chiaro nelle profondità del mare. Trovare la soluzione delle cause di ogni nostra uccisione.
Eccomi qui finalmente straniero di me stesso, innominato e padre di me stesso, che arerà quella zolla della morte per seminare Dio, che sono io.
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Vita: tristezza infinita sul pero dell’orto. Per chi resta e per chi va, giardiniere senza scopo. Vita: il tuo dopo non vedo e mi dispero per quello che ero e più non sarà.
Chi sei? Non lo vediamo e ce ne andiamo sul ramo del pero senza scoprirti mai. Tu vai e non sappiamo chi siamo. Noi siamo l’ombra che cambia di forma, siamo la norma diversa dal frutto, il tutto che va e non torna più uguale, mai più. Mia vita, il tuo dopo non vedo su questo pero, perciò mi dispero per quello che ero e più non sarà…
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Il vecchio che carica il pendolo come un cuore che batte per le scale fa all’amore col male del tempo. Ma più vecchia è quell’orda di lampi, quell’oro che guida il carro del mattino tirato da una luce muscolosa.
Il vecchio non osa aprire la porta a quel rosso tacchino del sole che riempie di gridi il saluto. Non osa prospettare quel viaggio sul mulo dorato della piromane che dietro il suo tronco annerito indossa l’altissima aurora.
Egli è il pozzo insecchito che specchia quel cielo, è la voce dell’erba che cresce, fragore che ascolta e conosce.
Fuma il vecchio l’invito, tanto ciò che già è eterno la poesia non può ridestare. Poiché è solo quel che perisce che può essere reso immortale da un pacifico cuore rurale.
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Davanti a una salma
Felice lo scoiattolo che mangiava una noce sul verde ramo: nessuno sa che da quel guscio vuoto ha tolto la sua anima e la tua.
Nessuno se n’è accorto: ma ora porti questa tua argilla alla costruzione della strada strana. Perché gli–ancora–vivi odiano il vizio sibillino del loro Punitore e non accettano il tuo scandalo d’imitare la metamorfosi della larva primaverile.
La tua avventura passa per un punto cardinale incalcolabile. Perciò davanti a te torniamo i bambini di ieri sul dondolo dell’incoscienza tra i meli selvaggi ch’erano già suoi.
Felice tu che hai già trovato sul colle i becchini del sublime che portano a braccia verso l’alto le tue rime lasciate in mezzo a noi.
Risuona tutto intorno il mattino che dorme sul cuscino bianco di casa, e finalmente al lume delle stelle tutto è un Nume che inala l’umano destino, il fumo del nostro vecchio proemio che lentamente si consuma sulla catasta.
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Naufragio. Calma galleggiante. Sull’onda profonda fa il morto e qui si salva il navigante. Ma tu non fosti mai felice, o mio esilio marinaro, anche se qualcosa mi dice che accenderai per me il tuo faro. Manfred chiede oblio agli spiriti e muore. Io chiedo agli spiriti il motivo d’essere vivo. Poiché non puoi spiegarti il mondo, il suo perché non sarà noto nel fondo vuoto d’ogni cosa. Così per una vista chiara t’inchioderanno in una bara. Ma sulle cose tutte canta la verità, e qua per te non altro io aggiungo, perché un dio è sempre scaltro.
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Su di te fai un disegno, Plutarco ti consigliava: come il contegno pudibondo della luna sopra il tuo mondo, te ne andrai da questo inferno contento di saperti eterno. E Senofane non fu smentito: quando diceva che nessuno è riuscito a chiarire l’uno e il tutto degli dèi. Soltanto opinione. E tu non sei quello che tu sei, sei morte, sei libertà e sei prigione.
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Se ti apostrofavo dal terrazzo mi spiavi dalla tua finestra. Salutavi con la tua mano destra me poeta, giudicato pazzo. Dio dei vili, invitami da te. Tu scavi l’ombra dove moro, tu vanga, tu terreno, tu oro.
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Senza di te sprofondo negli abissi di nescienza. Non sbarcarmi mai, candore delle mie vele, ormai gonfie di stupore. Tu sei bella, incolta, goletta mia. Godo, se molli gli ormeggi e reggi me sugli arpeggi dei tuoi folli sciabordii…