In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». (Mt 25,1-13)
*
L’INCORRUTTIBILE CORONA
Proemio IV
O anima, prendi a modello le Vergini accorte,
gareggia con il loro tenace amore,
converti e grida ora in penitenza:
«O Cristo, accorda a tutti
l’incorruttibile corona».
Chi desidera oggi l’incorruttibile corona? Quando accade che le cose del mondo finalmente assumono pienamente il loro profilo simbolico? Forse quando la vita è minacciata? Quando una malattia ci scava da dentro? Quando la morte di chi amiamo ci scuote e trapassa l’anima? Quando finalmente percepiamo che solo il desiderio di una corona incorruttibile, di un diadema inossidabile, di un segno eterno, può dare senso al fatto di essere stati messi al mondo?
Quando le cose visibili si trasfigurano finalmente in luminose tracce dell’Eterno per non appassire tra le foschie degli uomini?
Chi desidera oggi, davvero, solo l’incontro con lo Sposo? Forse chi è così solo da non poterne più? Chi si è battuto in mille battaglie e ora è sfinito d’illusioni? Chi è stanco dell’ipocrisia dei potenti ma, soprattutto, della propria? Chi desidera ora, solamente, la corona che non si corrompe, il Regno dei Cieli?
“Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”.
(Mt 6,19-21)
Forse solo gli uomini delle beatitudini. Quelli che sono nel pianto, i poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, i perseguitati… forse le Beatitudini non servono che a questo, a vivere da innamorati, nell’attesa dello Sposo. Forse il Regno lo può comprendere solo chi è rigettato dai regni della terra. Solo da chi è abituato ad attendere, e fa scorta d’olio perché la vita non è mai accaduta puntuale e anche Dio, sì, anche lui, si è sempre fatto aspettare.
Forse le Beatitudini sono solo la descrizione del cuore delle vergini, di tutte quelle persone che sono riuscite, dolorosamente, a liberarsi dalla presa del mondo per uscire, nel cuore della propria notte, incontro allo sposo. Ha ragione Romano il Melode: sono storie di tenace amore. E si possono solo cantare. O gridare. Per implorare di non finire tra i corrotti.
*
IL RITARDO DELLO SPOSO
“Consideriamo dunque le cinque vergini sagge mentre si risvegliano dal sonno come da un talamo e non come da una tomba per i morti: esse avevano dell’olio e ne avevano subito riempito le lampade dell’anima. Le altre si svegliarono di colpo anch’esse, il volto mesto e disfatto, perché le loro lampade si erano spente ed i vasi loro apparvero vuoti. Chiesero allora un poco di olio alle avvedute, le quali avevano colto l’incorruttibile corona”.
Forse le Beatitudini sono tutto ciò che serve per cambiare la percezione di questo mondo da tomba a talamo. Perché poi tutte e dieci si addormentano: non è questione di resistenza e, all’apparenza, il loro sonno è identico. Passivo.
C’è qualcosa di misterioso: noi che leggiamo sappiamo che il gruppo è spezzato esattamente a metà, ma loro? Non sanno ancora a quale gruppo appartengono. Rimane a noi il dubbio: a quale sonno apparteniamo?
Non nella veglia ma nel risveglio si denotano differenze. Aprire gli occhi “come da una tomba” è aver vissuto da morti in mezzo ai morti. È scoprirsi parte di quel mondo corruttibile che non dà più segni di vita. Vivere da corrosi. È il nostro mondo tarlato, sono i nostri progetti tarmati e arrugginiti. Svegliarsi come in una tomba è aver succhiato per tutta la vita al seno della morte credendo che quella fosse vita. È aver dato tutto noi stessi per ciò che è corruttibile. Tutto passa, tutto si logora, le illusioni marciscono come manna stupidamente accumulata.
Parabola spietata per noi che abitiamo la notte della nostra vita: per cosa stiamo dando la vita, per chi? Si può davvero credere di salvarsi senza essere innamorati del Risorto? Del Cristo, del Vivente. Perché tutto il resto rischia di essere illusione, grandi ideali che, come lapidi, decorano il nostro cimitero.
Oppure ci si può risvegliare come da un talamo. E allora la povertà, la mitezza, la purezza di cuore assumono il loro vero profilo; incompresi dal mondo, gli uomini delle Beatitudini si svegliano con l’Amato accanto. E allora magari riescono persino a riconoscere, nel dolore per il rifiuto, la fedeltà dell’Amato. Il mondo li ha rigettati, non li ha considerati, li ha esclusi. Ma non sono rimasti soli. Paradosso evangelico, nel dolore per il rifiuto aver scorto la fedeltà dell’Amato.
Perfetta letizia. Fratello fallimento. Sorella morte. Ma solo se, guardando il sonno della vita, ci siamo accorti di aver dormito con l’Amato.
Svegliarsi in una tomba è avere “volto mesto e disfatto”. Come chi digiuna e vuol farlo sapere, schiavo dei corruttibili apprezzamenti del mondo. Forse l’olio ha a che fare anche con questo: con il digiuno, la preghiera, l’elemosina vissuti nel segreto. Il Vangelo non scende a descrizioni, rimane misterioso sulla natura dell’olio. E forse è proprio questo il punto: olio è tutto ciò che viene custodito nel segreto, là dove conta l’intimità con l’Amato.
Il mio olio non è il tuo olio, lo sanno bene le vergini innamorate: non si può usare l’amore altrui, non si può amare senza averlo patito. Non possiamo amare usando l’amore di altri. Siamo al mondo solo per imparare il nostro modo d’amore, il suo modo d’amarci, unico e personale.
Non per fermarci a chiederci di chi sia la colpa se la notte sembra infinita, se Dio è assente, se il mondo è ingiusto. Chi ama sente la sofferenza dell’amato, lo sente dormire perfino nei drammi e non può smettere di cercarlo. Le vergini sagge lo sanno che l’Amato è presente anche nelle ombre e si adagiano con lui. Semplicemente trasformano questo mondo in talamo. Mistica.
*
CHI SIETE?
“«Chi siete? non vi conosco!» (…) Abbiamo a fatica moltiplicato le virtù e vana si è dimostrata ogni nostra speranza! Perché fai mostra di non conoscerci, tu che offri, a quanti vuoi, l’incorruttibile corona? (…) Guardavate a tutti con occhi superbi, disprezzavate i poveri. Siete state senza cuore con tutti e senza pietà. (…) Consideravate giuste soltanto voi che pertanto non avete ottenuto l’incorruttibile corona”.
Non so se ha ragione Romano il Melode, se davvero le vergini stolte guardassero agli altri con occhi superbi e disprezzassero i poveri. Non so se la stoltezza sia essere spietati e credere giusti solo noi stessi, non lo so. So che continua a sembrarmi ancora più dolorosa l’allusione del Vangelo. Che tutto si consumi in quel “non vi conosco”. Forse non averlo conosciuto. O, forse, non essersi lasciate conoscere.
“Non vi conosco”, dice loro l’amato. E se devo pensare all’inferno, a fiamme che bruciano già qui, sono esattamente queste. Aver passato la vita senza aver conosciuto davvero l’amato. Magari illudendosi di averlo amato perché avevano parlato di lui, magari immaginandosi di averlo servito, magari battendosi tutta la vita per dimostrare la sua esistenza o la sua assenza: stesse posizioni della medesima superbia. Magari alludendo alla scusa di non aver avuto la fede o illudendosi di averla, dandolo per scontato. Ma non conoscendolo. Alla fine, non conoscendolo come si conosce un amato. Non conoscendolo con l’amore che risveglia nel cuore della notte e distingue i suoi passi, il suo profumo, la sua fedeltà.
Alessandro Deho’
*Tutte le citazioni sono tratte da: Romano il Melode, “Inni”, edizioni Paoline 1981
Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
In copertina: Alessandro Turchi ‘l’Orbetto’, “Cristo Morto con la Maddalena e gli angeli, di notte”, 1616-1617