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A proposito di Vera, quel “muro di fuoco tra Nabokov e Humbert”. Ovvero, quando le mogli salvano la faccia ai mariti che scrivono “Lolita”

Siano benedette le celebrazioni. Esce in USA un volume, Lolita nell’aldilà: Bellezza, rischio e resa dei conti col romanzo più indelebile e scioccante del ventesimo secolo. Raccoglie i contributi di una ventina di voci della narrativa e saggistica americana.

Una di queste, Stacy Schiff, fa la propaganda al volume con una pagina del New Yorker dal titolo accattivante, Vera Nabokov è stata il primo e più grande difensore di Lolita. È un articolo pregevole che fa centro:

“Col suo linguaggio estatico e gonfiato – l’unica cosa erotica di Lolita è la sua prosa – il romanzo continua a scioccare, ma oggi lo fa per diversi motivi [rispetto al 1958]. Humbert è sempre sotto processo dalla prima pagina; le sue accuse non sono cambiate. La giuria invece sì. Il senso di famiglia è in allarme; il libro lo sentiamo, nel 2021, più potente e pericoloso, assomiglia meno a un sedizioso un liquore con soda che non a un disastroso oppiaceo. Se una volta il romanzo era censurato perché si pensava potesse essere titillante, la paura oggi è che potrebbe essere di innesco. I tabù avranno anche fatto un passo indietro, ma le nostre sensibilità si sono acuite. In cinque decenni sotto la depravazione di Humbert è emersa la crudeltà”.

Facciamo i conti con la ricostruzione del New Yorker.

Vera che ha due anni in meno di Nabokov e lo conosce da quando sono he ventenni è “il muro di fuoco tra Nabokov e Humbert”, cioè tra suo marito e il soggetto che nel romanzo fa con la ninfetta quel che riusciamo a intuire da vuoti e da pagine piene di parole

“Il manoscritto fece il suo primo viaggio a New York alla fine del 1953. Troppo rischioso affidarlo alle poste – il Comstock Act considerava criminosa la distribuzione di oscenità via posta – esso viaggiò con Vera in una sorta di missione clandestina. Vera aveva richiesto un incontro personale con l’editor di Vladimir al New Yorker, Katharine White, per motivi che preferiva non divulgare in anticipo. Il manoscritto di 459 pagine che portava con sé non aveva indirizzo di restituzione e nemmeno nome d’autore. Alla White, Vera spiegò che suo marito preferiva pubblicare il romanzo sotto pseudonimo e strappò una promessa di ‘rispettarne l’incognito’. La White poi lesse il manoscritto. Aveva cinque nipoti femmine, il libro la lasciò nell’apprensione. Spiegò di non voler avere a che fare con gli psicopatici.

Quindi poco dopo il manoscritto prese a viaggiare per New York in due raccoglitori neri non contrassegnati e altamente confidenziali. Il primo editor che lo lesse alla Viking fu contro la pubblicazione. Giudizio appoggiato da Simon & Schuster, New Directions, Doubleday e Farrar Straus. Ma comunque non mancavano gli ammiratori. Alla Doubleday Jason Epstein ne sconsigliò la pubblicazione ma notò che Nabokov in sostanza ‘ha scritto La strada di Swann come se fosse James Joyce’”.

Quando il libro finalmente esce nel 1958, complice una benedizione europea da parte di un giovane editore, ebreo e libertino, Vladimir e Vera vanno alla festa in loro onore organizzata dal New York Harvard Club e lasciano tutti basiti: “I venticinque giornalisti in attesa, nel frattempo, avevano tanta attenzione per la distinta signora di mezza età a fianco di Nabokov quanta ne avevano per lo stesso autore. Vera era il muro di fuoco tra Vladimir Nabokov e Humbert Humbert. Il New York Post fece fatica a osservare che l’autore era accompagnato ai cocktails da ‘sua moglie Vera, una donna snella, di carnagione chiara e dai capelli bianchi che in nessun modo può ricordare Lolita”. (Il divin  conte per spiazzare lanciava la battuta “ero tentato di farmi accompagnare da una ragazzina”).

In sostanza, in quel contesto americano una coppia cinquantenne era abbastanza ben protetta dalle critiche di autobiografismo che tendevano a identificare Nabokov con un maniaco.

Alla fine si tratta di apprezzare Lolita o di rifiutarla, difficile stare nella terra di mezzo, basta vedere i giudizi dei contemporanei. Ecco la pioggia di sentenze sentenziose dei contemporanei…

a) La Cornell non pensò nemmeno per un attimo a licenziare il professore licenzioso e estroso che scriveva di ninfette, il quale del resto aveva già dato prova di insana follia scrivendo romanzi antisistema (Pnin è del ’57). L’università reagì con aplomb agli isterismi altoborghesi dei genitori che temevano per le loro figlie che andavano a ricevimento da quel professore russo. “Ci fu pochissima discussione nel campus sul tema della moralità del romanzo. ‘Non vogliamo fare la parte della middle class’ disse un professore emerito”.

b) Come al solito la vecchia Inghilterra si difese sollevando le sopracciglia. Il recensore del Times compilò una recensione in cui definiva Lolita come “pornografia intellettuale”.

c) Più acuta l’anima russa di Nadezhda Mandel’stam, scrittrice vedova del grande Osip, quando insistette che l’uomo che scriveva un libro simile “non avrebbe potuto farlo a meno di non avere nell’anima le stesse disgraziate sensazioni per le piccole ragazze”.

E con questo abbiamo trovato la quadra: la genesi di Lolita, “le disgraziate sensazioni”.

Non dimentichiamo che nonostante l’insegnamento alla Cornell la famiglia Nabokov non navigava nell’oro. Avevano passato i quaranta ed era ancora tutto difficile. Per capirsi, l’ultimo gesto europeo di Nabokov per trovare due soldi con l’arte è commovente: manda a una rivista americana un poemetto su Super Man sperando di toccare le corde psicologiche del Nuovo mondo. E viene rifiutato. La notizia del ritrovamento della poesia è recentissima.

Certo, quando Nabokov combatte per pubblicare Lolita sono lontanissimi i tempi dell’insegnamento di lingue in forma privata a vent’anni, sono lontani gli anni delle pubblicazioni a puntate sulle riviste berlinesi degli emigrati russi. Ma una traccia, un collegamento col suo passato c’è sempre.

La Schiff che scrive sul NY Yorker sa bene di quel che parla. È pur sempre quella che nel 1999 ha composto una biografia di Vera Nabokov vincendo il Pulitzer. Lì spiegava che prima di fare il poeta sornione con Vera il divin conte Nabokov, aitante tennista ventenne, aveva fatto amicizia con una ragazza tedesca incontrata per caso a Grunewald; poi sembra che durante il matrimonio ci sia stata “una ragazza francese per quattro notti nel 1933 e una donna tragica dagli occhi squisiti”. Addirittura, si è parlato di un’ex studentessa che si era fatta avanti e poi di “altri tre o quattro incontri senza significato”.

Questo è pascolo per gli idioti, d’accordo. Ma serviva a capire, a leggere tra le righe del pezzo recente del New Yorker. Si poteva andare avanti anche con la forza del ricordo a scrivere Lolita in modo vibrante da cinquantenne.

Vera e Vladimir a Berlino nel ’34. Lei ha 33 anni, lui 35

Se poi ci dimentichiamo che Nabokov mette a fuoco la passione per la ninfetta già negli anni Quaranta, in quel romanzo a forma di punto interrogativo che è Una risata al buio, rischiamo di vedere Lolita come un meteorite piombato chissà dove chissà perché sulla sua mente.

A questo proposito è rivelatore il giudizio del suo amicone e poi nemico, il critico e scrittore Edmund Wilson. Tra le prime lettere che i due si scambiano, quella del 3 febbraio 1942 è eloquente:

“Caro Vladimir (…) ho appena letto Una risata al buio. Mi è piaciuto però mi è piaciuto di più prima che diventasse davvero poco plausibile verso la fine. Pensavo che lo sfortunato eroe stesse per sviluppare un udito per i colori e per rintracciare i contorni della ragazza ascoltandone il vestito rosso, o qualcosa del genere. La traduzione l’hai fatta tu? – perché è molto buona. A proposito, ho notato si fa riferimento alla punta del sigaro di qualcuno. Scommetterei che la conversazione ‘piena di spirito’ che la padrona di casa ha con la ragazza nella prima parte del libro sia una traduzione sgangherata di quel che in russo chiamate conversazione ‘da cuore a cuore’”.

E così proseguirono le cose. Ancora dieci anni dopo, Wilson che comunque era stato accusato di pornografia per un suo romanzo del ’46 non riusciva ad arrivare sino alla fine di Lolita.

“Mi piace meno di tutte le altre tue cose che ho letto. La storia breve da cui è cresciuta è interessante, ma non penso che il soggetto possa sopportare questo trattamento estensivo. I soggetti brutti possono anche produrre dei bei libri, ma non mi sembra che qui tu ci sia riuscito. Non è solo che i personaggi e la situazione siano repellenti di per sé, ma è proprio la scala su cui sono presentati a sembrare abbastanza irreale”.

E questa, se ve ne fosse bisogno, è la smentita migliore della versione di Lolita come pornografia per intellettuali.

*

A parziale risarcimento, la voce delle donne. Wilson incluse nella lettera un parere di lettura sfavorevole della sua ex-moglie e uno positivo della nuova compagna di vita, Elena: “La ragazzina sembra molto reale e accurata e la sua attrattività e seduttività sono assolutamente plausibili. Non vedo perché il romanzo dovrebbe essere più scioccante di tutti gli altri studi di abitudini spiacevoli, così pieni di luoghi comuni. Non sono riuscita a poggiare il libro mentre lo leggevo e penso che questo sia molto importante”.

Avevamo già dato una sbirciata al miele che Nabokov giovane mandava in catolina a Vera. Per concludere con un onesto sottotono, ecco la prima lettera che ci sia pervenuta dopo che i due si erano incontrati di sfuggita.

Andrea Bianchi

***

26 luglio 1923

A Berlino

Domaine de Beaulieu, Solliès-Pont, Var, Francia

Non lo nasconderò: sono così poco abituato a essere – bè, capito, forse – così poco abituato, che proprio nei primi minuti del nostro incontro ho pensato: questo è uno scherzo, un trucco da mascherata. Ma poi… E ci sono cose di cui è difficile parlare – ne strofini via il polline meraviglioso quando tocchi una parola… Mi scrivono da casa di qualche fiore misterioso. Sei carina…

E tutte le tue lettere, anche loro, sono carine come notti bianche – anche quelle in cui così risolutamente hai sottolineato diverse parole. Ne ho trovata una insieme a quella precedente quando sono tornato da Marsiglia, dove lavoravo al porto. È stato l’altro ieri e ho deciso di non risponderti finché non mi avresti scritto ancora. Un piccolo scherzo…

Sì, ho bisogno di te, mia fiaba. Perché sei l’unica persona con cui possa parlare della sfumatura di una nuvola, della canzone di un pensiero – e di come, quando sono uscito da lavoro ieri e guardavo in faccia un alto girasole, lui mi sorrideva con tutti i suoi fiori. C’è un ristorantino russo nella parte più sporca di Marsiglia. Ho mangiato il mio cibo insieme a dei marinai russi – e nessuno sapeva chi fossi e da dove venissi, e mi sorprendevo a pensare che una volta portavo la cravatta e le calze sottili. Dei moscerini ronzavano sopra piatti di borsch e sul vino, una nota piccante acidula insieme al ronzio del porto di notte che si diffondeva nel locale venendo dalla strada. E sentendo, e guardando – pensavo che sapevo Ronsard a memoria e conoscevo i nomi delle ossa dello scheletro, dei batteri e dei succhi delle piante. È stato strano.

Sono spinto verso l’Africa e l’Asia: mi è stato offerto un posto come fuochista su una nave diretta in Indocina. Ma due cose mi spingono a tornare a Berlino per un po’: la prima è che la Madre deve sentirsi molto sola – la seconda… un mistero – o piuttosto, un mistero che disperatamente voglio risolvere. Parto il 6 ma trascorrerò del tempo a Nizza e Parigi – a casa di un uomo con cui ho studiato a Cambridge. Forse lo conosci. Quindi sarò a Berlino il 10 o l’11… E se non sei lì verrò da te e ti troverò… A presto, mia strana gioia, mia tenera notte. Una poesia per te:

SERA

Chiami – e in un piccolo albero di melograno

Una civetta abbaia come un cagnolino.

Nell’altezza della sera la lama incurvata della luna

È così sola e squillante.

Vladimir Nabokov

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