Come si sa, si firmava in altro modo ed era disperato. Scriveva romanzi in russo, dall’esilio, giocando, con sfoggio, ogni ‘genere’. Lo conoscevano come Vladimir Sirin. In particolare, Kamera Obskura, pubblico nel 1932, è la camera oscura della mente di Nabokov. Scritto in russo, tradotto in inglese nel 1936 da Jonathan Long, fu riscritto da Nabokov – inorridito dal testo come dalla traduzione – direttamente in inglese come Laughter in the Dark, da cui le versioni italiane, Una risata nel buio (Anna Malvezzi per Mondadori, nel 1969; Franca Pace per Adelphi, 2016; quella di Alessandra Ibjina per Muggiani, la prima, nel 1947, si intitola Camera oscura). Dal libro, cinquant’anni fa, Tony Richardson trasse un film – in Italia passato come In fondo al buio – con Nicol Williamson e Anna Karina (e sceneggiatura d’autore, per altro, di Edward Bond). Nabokov era già Nabokov, d’altronde, a quell’epoca, Sirin, il povero scrittore in esilio tra UK, Berlino e Francia era in soffitta, il successo di Lolita – il film di Kubrick, 1962 – fu spaventoso e straordinario. La storia di Una risata nel buio, appunto, è il canovaccio di Lolita, così almeno è ‘spacciato’ il romanzo: Albert Albinus (alias Bruno Krechmar o Kretschmar, i nomi cambiano a seconda delle versioni) è un critico d’arte che s’acceca d’amore – metaforicamente e incidentalmente – per una scaltra ninfetta, Margot/Magda, finché non decide di accopparla. Il romanzo “fu scritto in russo, in poco più di sei mesi, da un Nabokov povero in canna, dopo la tragica morte del padre e in esilio a Berlino, negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre. E pubblicato a puntate, nel 1930, su una rivista russa. La prima traduzione in inglese di qualche anno dopo verosimilmente inorridì Nabokov, ma il vero problema – com’è stato rivelato in anni recenti – non era tanto la versione perché Nabokov riscrisse sostanzialmente il libro, trasformando il feuilleton dell’edizione russa nella sua memorabile opera prima in inglese, già arricchita dall’inimitabile filigrana della sua prosa: ‘La nudità di Margot era naturale, come se da molto tempo avesse l’abitudine di correre sulla battigia dei sogni di Albinus’” (così Ennio Ranaboldo su L’indice dei libri del mese). Eccola la ‘camera oscura’ di Nabokov: sotterfugi stilistici, abuso di generi (in questo caso, un ‘poliziesco’), riscritture, giochi retorici al massacro. In una recensione all’edizione Adelphi, su Il Foglio, Matteo Marchesini suggerisce bene: “Mentre i vecchi generi narrativi agonizzavano, la letteratura d’occidente non ha trovato nulla con cui sostituirli. Un artista di questa statura ci costringe a domandarci se dagli anni Trenta la forma romanzo non sia divenuta qualcosa di simile a una superstizione”. Ora. Dal cilindro nabokoviano, miniera infinita di magie, vien fuori il finale scartato di Una risata nel buio. Datato 21 marzo 1931, il testo, di nove pagine, è custodito nel Nabokov Archive della Library of Congress ed è stato pubblicato sul TLS, in pompa – titolo del giornale: Camera Obscura. Exclusive: A new ending by Vladimir Nabokov –, per la cura di Olga Voronina. Nel finale, uno splatter sensoriale, il cieco Albinus/Kretschmar uccide la ‘ninfetta’ a colpi di pistola, sfracella, letteralmente, il suo aureo visino. C’è qualcosa di atavico, la ferita del mito, nel cieco, che si sobbarca l’oscurità a cubi, cerca di uccidere la ragazzina, come un profeta a contrario che voglia ammazzare ciò che resta dell’innocenza perduta. (d.b.)

*

La stanza era assolutamente silenziosa. Lo sapeva, sapeva che non c’erano uscite. Con le spalle alla porta, agitava la pistola avanti e indietro, cercando di provocare un movimento, un bisbiglio, per capire in quale angolo si trovasse. Magda si era resa conto che era cieco, come prima, e che con calma avrebbe dovuto decidere cosa fare. Lo sparo aveva scosso i suoi nervi e la figura di Kretschmar che agitava la pistola come un terribile annaffiatoio era così spaventosa che non riusciva a pensare a nulla. Aveva appena inghiottito un urlo; il petto era insopportabilmente stretto; non osava respirare…

Un migliaio di pensieri caotici affollavano il suo cervello – forse i vicini avevano sentito lo sparo – forse doveva lanciargli un vaso – aprire la finestra, chiedere aiuto – o saltare – come fanno i piloti – cadono da terribili altezze e restano vivi, vivi, vivi. Kretschmar sentì il suo respiro, ma aveva paura di sparare ancora, a caso. Continuava a muovere la Browning – si avventura in avanti, tocca il tavolo. Afferra un bordo, va verso la porta per bloccarla e perlustrare la stanza. Trascina il tavolo, qualcosa cade e si frantuma. Approfittando del rumore, Magda si alza, prova ad aprire la finestra. Kretschmar spara, colpisce il telaio della finestra, poco sopra la sua mano. Aspetta, ascolta. Finché quella pura massa di oscurità gli è davanti sa che Magda è viva. Blocca la porta con il tavolo, Magda è obbligata a fare rumore se vuole raggiungere l’uscita.

Kretschmar comincia a camminare lungo la parete destra della stanza, resta immobile, ascolta, la Browning desta in mano. Magda, impazzita di paura, lo osserva e mentre si avvicina verso il suo angolo, cerca di scivolare di lato e di nascondersi dietro le poltrone. Visto che il suo movimento non è stato avvertito, d’improvviso, agisce diversamente. Kretschmar gli è al fianco, punta la pistola verso un angolo. Magda scivolò verso di lui, tentando di far cadere la pistola, ma lui si volta di scatto, le dita a ventaglio sul suo viso. Rimase sbigottita, lei, e Kretschmar sparò. Qualcosa come un pugno nello stomaco, come se, scappando, avesse sbattuto contro l’angolo di una stufa di ferro, le era accaduto, da piccola. Cadde in ginocchio, poi sulla faccia. Kretschamar inciampò su di lei, si chinò, sparò, qualcosa schizzò via dalle sue mani. Cadde sul suo corpo, non sapeva se l’avesse colpita, premeva la canna sulla guancia, sparò ancora, due volte. Spara ancora, ma la pistola è scarica. Sotto i palmi – tutto è umido e caldo – lo stomaco, i seni, il viso, come una specie di porridge. Si assicurò che fosse morta, si alzò, poi l’oscurità di fronte a lui diventò il bagliore di un arcobaleno, che fluttuava, nel silenzio. Una voce giunge dalla porta, la porta trema, il tavolo viene spostato, urla di persone.

L’arcobaleno sparì. Kretschmar si asciugò gli occhi, sotto le lenti, con le dita bagnate, ma quel bagliore non tornò. Tutto era come prima – scuro, una oscurità di velluto – e le mani di qualcuno, molte mani, lo afferrarono da ogni lato.

21 marzo 1931

V. Sirin