skip to Main Content

Chi ha ucciso “Cent’anni di solitudine”? Torna in spagnolo “Storia di un deicidio” di Vargas Llosa. Quando il super Mario della letteratura sfilettava i libri del suo amico

Mario Vargas Llosa ama ripetere che solo le donne cresciute nelle scuole religiose sanno davvero accavallare le gambe. Detta altrimenti, il peruviano è uno degli ultimi gran porci che sappiano raccontare la carne, il gesto fisico senza far crepare dal ridere il lettore. La sua scrittura agisce con la forza della liberazione, è un travaso di esperienze, una fiamma della pedagogia.

Questa energia vitale balza agli occhi di chi abbia un background educativo religioso come quello di MVL, spedito in fasce in un collegio salesiano dal quale esce solo a dieci anni. Solo allora vede per la prima volta in modo conscio il padre, quindi per lui la proiezione padre-religione è abbastanza facile da trasferire nel culto della letteratura. Però di mezzo c’è stato un parricidio, o meglio, come dice lui, “un deicidio”.

La Storia di un deicidio è l’esito cartaceo della tesi di dottorato di MVL discussa alla Complutense nel 1971. Rimasta inedita sinora in Italia, verrà ristampata da Alfaguara in aprile. Prima di fornirne un estratto qui sotto (in originale qui), due parole sul testo che paga lo scotto della scrittura accademica scipita ma ha comunque il pregio di essere un’opera lucida su un argomento sfuggente e proteiforme qual è lo stile in evoluzione di Garcia Marquez in quel ventennio tra anni Cinquanta e Settanta.

Tenere presente che Cent’anni di solitudine è del 1967 e il Nobel arriverà a conti fatti solo nel 1982 come riconoscimento alla carriera e non allo stile che semmai, dopo i Cent’anni, non muta più se non in direzione di una maggiore scorrevolezza commerciale.

Ecco perché la tesi di MVL ha senso, è storia di un processo in atto che si articola in due parti, Realtà reale e Realtà fittizia. La prima si biforca in due sentieri per affrontare Aneddoti e Demoni (questi sono ben reali, sono il sangue delle guerre civili colombiane dell’Ottocento). La seconda parte è più sciolta e affronta Preistoria morbosa, Visione aristocratica di Macondo, Idealismo ottimista del popolo, Prospettiva popolare, Rivoluzione morbosa, Liberazione dell’immaginario in una località marina, Realtà totale e romanzo totale e infine Egemonia dell’immaginario.

Sembrano discorsi vecchi, morti e sepolti. Così non è perché sempre ad aprile Alfaguara pubblicherà un libretto smilzo di super Mario, 124 pagine dal titolo Dos soledades. Un diálogo sobre la novela en América Latina. Torna il fantasma davanti ad Amleto…

Foto di gruppo del 1970. MVL è alle spalle di Gabo, in agguato

E ora due cenni biografici, come dicevano i manuali del liceo.

La vicenda privata di MVL è indicativa del suo physique du rôle da borghese che deve prendere il dottorato universitario sennò non si sente a posto con la coscienza familiare che non lo vorrebbe artista. La sua vita si fa pubblica con la letteratura, come uno streap-tease, e mostra delle situazioni in cui la società non è ancora liquefatta come da noi dove non ci sono più le illusioni borghesi di una volta, oggi che si è provato sulla propria pelle che per sostenere matrimonio, stabilità e rispettabilità serviva, appunto, anche un physique du rôle borghese.

Questo è notevole: in UK McEwan viene criticato per rappresentare personaggi agiati che comprano vino rosso e sono o medici o avvocati; ma intanto continua ad avere il suo pubblico. Similmente nei romanzi di MVL la serie delle dramatis personae negli anni si è sempre più schiacciata sul novero dei borghesi sino al punto in cui si parla sempre di ingegneri, medici (di nuovo) e celebri giornalisti. Con tanto di mogli devote che si amano tra di loro se i mariti le trascurano come nel recente Crocevia.

Vargas Llosa infatti è ormai scrittore a tutto tondo, iperborghese. Se lo ricorderanno così, non come “il Nobel del 2010”. Però non sottovalutiamo il suo punto di partenza, quando la sua scrittura nasce tra i sogni o gli incubi di uno sperduto collegio salesiano e se lo ricorda tanto bene da dirlo al discorso di accettazione del Nobel (in inglese qui oppure in italiano qui).

È un uomo dalla vita intensa: si sposa a 19 anni con la cognata della zia materna che di anni ne ha 29. Le prime opere peruviane sono tormentate, flagellate da violenza (La città e i cani) e complessi di solitudine (I cuccioli e i capi). Il discrimine è il passaggio a Parigi dove prende dimestichezza con la prosa di Camus così che quando si trasferisce con la moglie a Londra è ormai diverso. A 29 anni divorzia e a 33 fa un’ultima piroetta nel cerchio di fuoco stilistico del boom latino-americano (Conversazione nella “Catedral”).

In seguito lo stile si farà più netto e sicuro, lasciandosi stimolare meno da Gabo Marquez. È maturo il tempo per il parricidio psicologico, il deicidio stilistico.

Si arriverà finalmente a uno stile che acquista ironia quando scherza sul suo passato recente di toy-boy (La zia Julia e lo scribacchino). Verrà il diluvio e la disperazione della storia (La guerra della fine del mondo) e per la condizione maschile in Sudamerica (Pantaleon e le visitatrici). Sperimenterà il formato del racconto lungo perché è forse il solo a farci capire come solo alla fine del piacere si nota quanto fosse pieno e avvolgente (Elogio della matrigna) e poi via con la strategia delle due storie intrecciate (I quaderni di don Rigoberto, Avventure della ragazza cattiva, Il paradiso è altrove) che si spostano tra continenti inseguendo Gauguin negli arcipelaghi, rintracciano una ragazza indipendente dal Perù fino alle case dei mafiosi giapponesi e si sprofondano, al modo di Schiele, nel piacere degli adolescenti.

E in fondo, anche se la storia recente è vista sempre e solo dal buco della serratura di un gran borghese, i momenti di piacere sono tanti negli ultimi lavori (L’eroe discreto, Crocevia).

Lunga vita a MVL!

Andrea Bianchi

***

Mario Vargas Llosa, estratto da Storia di un deicidio

Questo racconto [Un giorno dopo il sabato, raccolto ne I funerali della Mamá grande] si svolge a Macondo, nel periodo della decadenza. La prospettiva è mobile, si sposta da un personaggio all’altro però la maggior parte della storia è raccontata dal punto di osservazione di individui inequivocabilmente installati al vertice della società: la vedova Rebeca e il padre Antonio Isabel del Santisimo Sacramento del Altar Castañeda y Montero. Dalla prospettiva aristocratica, si sa, la storia aleggia pesantemente sopra il presente e, in effetti, qui come in Foglie morte, ci sono molti riferimenti al passato della società fittizia. Alcuni confermano dati precedenti, altri li ampliano, altri ancora li modificano. L’antico splendore è associato, nella memoria del padre Antonio Isabel, al commercio di banane. Ormai da anni passano da Macondo solo quattro vagoni sgangherati e scoloriti, da cui non scende nessuno: “una volta era diverso, potevi stare una serata intera a guardar passare un treno carico di banane: 140 vagoni stipati di frutta che filavano senza fermarsi fino a che, ormai fatta notte, passava anche l’ultimo vagone con un tizio sopra con una lanterna verde”. 140 vagoni, la dismisura: quello che nei precedenti racconti era immagine retorica diventa qui caratteristica della realtà fittizia. Le due epoche di Macondo, l’apogeo e la decadenza, sono ben distinte anche qui, come in Foglie morte, in funzione delle piantagioni di banane. Appare un nuovo riferimento storico: “Forse da qui veniva l’abitudine di andare tutti i giorni alla stazione, anche dopo che i lavoratori furono spazzati via e finirono le piantagioni di banane”. Questo è il primo cenno alla mattanza dei lavoratori che avrà ampio ruolo in Cent’anni di Solitudine.       

Quanto alle guerre civili, Un giorno dopo il sabato non chiarisce, anzi confonde. In Foglie morte si lasciava intendere che Macondo era stata fondata da gente che scappava dalla guerra, come la famiglia del colonnello, il che consentiva di datarne la fondazione alla fine del XIX secolo. Tuttavia, qui si dice che padre Antonio Isabel “andò a seppellirsi nel villaggio parecchio prima della guerra dell’85”, il che fa retrodatare di molto la fondazione e scombina la cronologia che apparentemente sorreggeva la storia immaginaria. Il ragazzo di Manure nacque “una mattina piovosa dell’ultima guerra civile” e ha 22 anni al tempo dei fatti raccontati.  Se questa guerra civile è quella dell’85, il racconto dovrebbe svolgersi, più o meno, nel 1907 però non è questa l’epoca che corrisponde alla decadenza di Macondo che, stando a Foglie morte, comincia verso il 1918. Queste contraddizioni della realtà fittizia (che non sono tali dal suo punto di vista) mostrano la libertà e la mobilità di cui gode, la sua diversa natura dalla realtà reale, che può solo cambiare in avanti, mentre questa si modifica anche a ritroso.

Appare nuovamente il colonnello Aureliano Buendía, sotto forma di ricordo, e la sua figura appena delineata risulta sempre enigmatica. Qualcosa di più su di lui, comunque, si viene a sapere: è cugino germano della vedova Rebeca e cugino del suo defunto marito, José Arcadio Buendía; la vedova lo considera, non si sa perché, un emarginato. Sembra essere assente, come in Foglie morte. La vedova Rebeca, evanescente nelle sue precedenti apparizione, si arricchisce qui sul piano biografico: vive in una casa con due corridoi e nove camere da letto, accompagnata dalla sua cameriera e confidente Argenida; il suo bisnonno paterno combatté durante la Guerra d’Indipendenza dalla parte dei realisti; una torbida leggenda la collega alla morte del marito, che vent’anni prima, dopo un colpo di pistola che nessuno sa chi avesse sparato, “cadde di faccia, tra un tintinnare di fibbie e speroni sugli stivali ancora caldi che si era appena sfilati”. Questo episodio riappare, con contorni reali immaginari, in Cent’anni di solitudine. La vedova vive confinata in casa, si veste in modo ridicolo, rimane a Macondo per un oscuro timore della novità. Padre Antonio Isabel ritorna ne I funerali della Mamá Grande, La mala ora e Cent’anni di solitudine. Il sindaco appare solo per un momento e non si dice che sia associato ad atti di violenza e corruzione, anche se il suo fisico ispira alla vedova Rebeca un’impressione di animalesca solidità. La violenza politica e la corruzione sono scomparse a Macondo? È l’interesse per quel piano di reale oggettivo ad essere scomparso. La prospettiva è cambiata e abbiamo già visto che per la visione aristocratica la politica è qualcosa di remoto e ripugnante, un’esperienza di cui si può fare benissimo a meno. La vedova Rebeca e il padre Antonio Isabel sono ciechi alla politica tanto quanto la classe popolare: solo dalla prospettiva della classe media la politica occupa un posto dominante nella realtà oggettiva. Qui è stata abolita e a prevalere nella realtà fittizia sono il passato, la religione e l’immaginario.

Manaure, dove era stato educato il protagonista di Nessuno scrive al colonnello, acquista una dimensione maggiore. Lo straniero della storia è nato lì, proprio nella scuola che sua madre aveva frequentato per 18 anni. Rispetto a Macondo è più piccola, isolata e più povera. Il ragazzo la ricorda come “una cittadina verde e placida, con galline dalle grosse zampe cineree che attraversavano l’aula per sdraiarsi sotto il lavabo”. È lontana, su di un’altura, perché lì non crescono banane ma caffè e manca l’illuminazione elettrica. Come l’eroe di Nessuno scrive al colonnello, anche la madre del forestiero spera in una pensione.

L’aspetto urbano di Macondo viene delineandosi meglio. Già conoscevamo la sua stazione, i suoi mandorli, i suoi chiurli, il suo calore: ora conosciamo il suo albergo. Si chiama anch’esso Macondo, non ha clienti, il suo menù è un piatto di zuppa con osso spolpato e pasticcio di platano verde, ha un grammofono a corda, i suoi proprietari sono madre e figlia che hanno con facce identiche. Avevamo visto Macondo all’ora della siesta; ora la vediamo una domenica mattina: “Strade senza erba, case con recinzioni e un cielo profondo e meraviglioso su di un caldo soffocante”; la via principale termina “in una piazzetta acciottolata con un edificio imbiancato a calce con una torre e un gallo di legno sulla cuspide, e un orologio fermo alle quattro e dieci”.

Nella realtà fittizia fino ad allora si leggevano solo giornali, volantini politici clandestini, l’Almanaque Bristol, presumibilmente le riviste cinematografiche con cui Ana aveva tappezzato la sua stanza. In Un giorno dopo il sabato c’è un personaggio dalla una formazione classica. Padre Antonio Isabel ha letto i greci in seminario, soprattutto Sofocle, “in lingua originale”. I classici gli si confondevano, li chiamava “i vecchi di una volta”. Pare abbia studiato anche francese. Il suo chierichetto si chiama (o così lo chiama) Pitagora.

Mario Vargas Llosa

*traduzione di Andrea Giovannini

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca