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“Gauguin e io dobbiamo prevedere, dobbiamo lavorare per avere un tetto sulla testa, due letti, insomma l’indispensabile per sopportare l’assedio dell’insuccesso che durerà l’intera nostra esistenza”. Le lettere di Van Gogh, un forziere senza fondo

Vincent van Gogh, negli anni della mia giovinezza, fu per me un talismano, un compagno indispensabile; l’amico che spuntava in ogni dove per farmi sentire meno solo. Inquieto e geniale come Caravaggio, era l’archetipo di ogni mia sofferta solitudine. Ma fu a Venezia, nel mio vagabondaggio improvvisato, che m’imbattei in una mostra insolita. Venivano presentati e spiegati i messaggi che van Gogh stesso lasciava ‒ disegnandoli ‒ all’interno dei suoi dipinti. Di più non voglio dire…

Ero tremendamente affascinato dai suoi colori, dalla sua vita, da come buttava giù i quadri: ad una velocità impressionante. Volli sapere tutto di lui. Lo amai in quanto uomo, lo venerai (quasi) in quanto artista. Ammirai diversi suoi quadri, in una mostra d’eccellenza, a Brescia. Spiegai io stesso una piccola mostra nella mia città, su Millet, il padre di van Gogh. Poi… Poi la vita, tramite l’alchimia del tempo, ti orienta e devia verso altre direzioni. Dovevo lottare con una malattia infausta, dovevo riuscire a resistere tra mille lavori che puntualmente perdevo; in una parola, dovevo cercar me stesso. E allora negli anni, forse, lo dimenticai. Ed anche lui, in rispettoso silenzio, si fece da parte.

Proprio stasera, però, mi è venuta voglia di prendere in mano il libro che raccoglie tutte le sue lettere. S’intitola Scrivere la vita, dacché lui, oltre a viverla, ci è riuscito per davvero a imprimerla sulla pagina bianca. Sono fermamente convinto che Vincent van Gogh, oltre ad essere pittore eccelso, sia stato perfino formidabilmente poeta.

Come al solito, apro il libro a caso, e leggo la lettera che Vincent indirizza all’amato fratello Theo, datata Arles, ca. lunedì 13 agosto 1888. Nella quale gli parla di Gauguin. Ed il prezioso nocciolo del discorso, che estraggo come fosse un carotaggio nella banchisa antartica, è questo: “È una prospettiva alquanto triste dovermi dire che la pittura che faccio forse non avrà mai alcun valore. Se valesse quel che costa potrei dirmi che non mi sono mai occupato di denaro. Ma, al contrario, nelle attuali circostanze ne succhia di soldi. Alla fine, comunque, bisogna continuare ancora e cercare di far meglio.”

Se dunque ne parlo, accennando a qualche inusuale frammento, è perché mi rispecchio. Recentemente ho scritto sul mio diario che desidererei fare il salto di qualità, come scrittore. Spererei infatti di venir pubblicato, per lo meno, da una media casa editrice. Con tutto il rispetto per i piccoli editori. Eppure. Eppure non sarà mai un «detto fatto»; il desiderio non si avvererà con uno schiocco di dita; me lo ricorda lo stesso van Gogh: “Gauguin e io dobbiamo prevedere, dobbiamo lavorare per avere un tetto sulla testa, due letti, insomma l’indispensabile per sopportare l’assedio dell’insuccesso che durerà l’intera nostra esistenza. E dobbiamo stabilirci nel posto meno caro. Solo allora avremo la tranquillità necessaria per produrre molto, anche vendendo poco o niente. […] Concludo. Vivere con poco quasi da monaci o eremiti, con il lavoro quale passione dominatrice, rinunciando al benessere. La natura, il bel tempo di quaggiù: questo è il vantaggio del Sud.”

E, fin qui, i conti tornano. Tuttavia, quel che splende all’improvviso in Vincent, è il passaggio finale della lettera, che evidenzia una coscienza, un’umiltà, ed un vivere il reale totalmente fuori dall’ordinario; quell’unicamente altro, che farà di lui uno dei pittori-poeti più grandi di tutti i tempi: “Mi rendo ormai conto che Gauguin spera nel successo ‒ lui non può fare a meno di Parigi, non prevede l’infinitezza della miseria. […] Bisogna lasciargli combattere la sua battaglia. D’altronde, la vincerà. […] Ma quanto a noi, manteniamo l’assoluta indifferenza rispetto al successo e al fallimento. Avevo iniziato a firmare le mie tele, poi ho smesso, mi sembrava troppo stupido. Su una marina c’è un’enorme firma rossa, perché volevo un tocco di rosso nel verde. Comunque, a breve le vedrai. Il fine settimana sarà difficile, spero dunque di ricevere la tua lettera un giorno prima anziché un giorno dopo.

Una stretta di mano.

Sempre tuo

Vincent”

Giorgio Anelli

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