“Di fronte alla lucidità di Van Gogh che lavora, la psichiatria non è più che un consesso di gorilla”: ecco perché dobbiamo entrare in Vincent per ritrovare noi stessi

Posted on Agosto 30, 2019, 1:29 pm
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L’ultima lettera, scritta a Auvers-sur-Oise, gliela trovarono in tasca – il prete era infastidito dal suicidio, perciò non benedisse quel corpo, il corpo di un santo – il santo, essendo pezzente, non aveva i soldi per la bara, che fu fornita da un Comune limitrofo. Qualcuno portò i girasoli, per adornare il morto – amici vennero da Parigi, rari – il fratello, a cui era indirizzata la lettera, si ammalò di quella morte fino a morirne, pochi mesi dopo. “Con me hai partecipato alla produzione di alcuni quadri i quali, nonostante il loro totale fallimento, conservano la loro serenità”. L’ultima lettera di Vincent Van Gogh: quasi che tra fallimento e serenità si istituisse una alleanza.

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Dalla clinica di Saint-Rémy-de-Provence, ancora e sempre al fratello, il confidente, Theo, il 10 settembre 1889. “Pur trovando orribile la mia malattia, sento che in qualche modo mi sono affezionato profondamente a questo posto, un affetto che potrebbe far nascere in me la voglia di lavorare qui”. Per acquisire uno sguardo nuovo – un nuovo paio di occhi – l’artista vive ai margini dell’uomo, tra gli umiliati, facendosi carico della fustigazione. “Le cure somministrate ai pazienti di questo ricovero sono molto semplici… perché non fanno assolutamente niente, li lasciano vegetare e danno loro cibo scadente e un po’ avariato… L’ozio nel quale vegetano quei poveri sventurati è una disgrazia, sia nelle città sia nelle campagne e sotto questo sole più cocente diventa una malattia collettiva, ma visto che io ho imparato questo e altro, è mio dovere resistergli”. Non il male, ma la pietà porta a una visione nuova: i girasoli sono volti, il cielo stellato fa le giravolte. I girasoli sono umani.

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Passare al vaglio del rifiuto, dello scandalo – forse per questo Guido Ceronetti ha detto che “per me Van Gogh è un Messia”. L’amore per la cugina Cornelia ‘Kee’, vedova, con un figlio, che lo respinge (“non voglio ingannare né abbandonare alcuna donna”); l’amore per Christine ‘Sien’, una prostituta, scandita dal vaiolo, incinta, con un figlio alle poppe (“ci sono la donna e i bambini, povere creature che si dovrebbero proteggere e verso le quali si dovrebbe avere un senso di responsabilità”) sono figura dell’amore verso il povero, l’irrimediabile, il roso dal pregiudizio, il debole, lo sconfitto. “Occorre fare attenzione a non cadere dal nero opaco – ossia nel male compiuto deliberatamente – e ancora di più si deve evitare il bianco simile a una parete imbiancata, il bianco dell’ipocrisia e dell’eterno fariseismo”. Una vita come patto.

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Nell’edizione 2018 della Mostra del Cinema la Coppa Volpi è stata sollevata da Willem Dafoe, che è stato Van Gogh per Julian Schnabel. Il film, Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità, arriva in tivù, da sabato 31 agosto, su Sky Cinema. L’ho visto in sala, non mi è piaciuto: è un film contemplativo, ‘pittorico’, forse funziona meglio in tivù. Stupefacente, senz’altro, Willem Dafoe, specie di Cristo dell’arte. Il film, però, è eccellente se da lì risalite all’opera di Vincent e ai suoi scritti, che mi sembrano sempre più consustanziali ai quadri, una drastica didascalia. In ogni caso: tutte le Lettere le leggete nei ‘Millenni’ Einaudi, le Lettere a Theo le leggete in versione Guanda e Garzanti, Donzelli ha da poco ripubblicato il mirabile Scrivere la vita. 265 lettere e 110 schizzi originali (1872-1890).

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Paul Gauguin è l’opposto di Van Gogh, uno sceglie l’edonismo l’altro il sacrifico, uno l’eros l’altro la lotta contro thanatos, uno l’esotico l’altro l’infernale, tra carne e luce, per questo può scrivere: “Non mi piacciono i quadri, ma ammiro il pittore. Così sicuro, così pacificato. Mentre io così inquieto, sempre incerto”. Naturalmente, basta sfogliare le lettere: Van Gogh soffre tutto, fino al sangue, fino all’ultima rastremazione del fiato, del fato, fino alla morte, senza desiderio di martirio. I giusti, d’altronde, ignorano di esserlo.

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Antonin Artaud, complice in santità, trova gemellaggio nel pittore che chiede a noi di compiere la sua vita. Il suo trattato, Van Gogh il suicidato della società, è un incendio. “Di fronte alla lucidità di van Gogh che lavora, la psichiatria non è più che un consesso di gorilla loro stessi ossessionati e perseguitati, e che hanno, come palliativo agli stati più spaventosi dell’angoscia e del soffocamento umani, soltanto una terminologia ridicola”. Poi precisa, “Van Gogh non è morto per uno stato di delirio proprio, ma per essere stato corporalmente il campo di un problema attorno al quale, fin dalle origini, si dibatte lo spirito iniquo di questa umanità. Quello del predominio della carne sullo spirito o del corpo sulla carne o dello spirito sull’uno e sull’altra…

Si introdusse dunque nel suo corpo,
questa società
assolta,
consacrata,
santificata,
e invasata,
cancellò in lui la coscienza soprannaturale che egli aveva appena assunto e, comune un’inondazione di corvi neri nelle fibre del suo albero interno,
lo sommerse con un ultimo sobbalzo,
e, pendendo il suo posto,
lo uccise.
Perché la logica anatomica dell’uomo moderno è proprio di non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, che da invasato”.

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Tornare a Van Gogh per rientrare in noi. (d.b.)

*In copertina: Willem Dafoe in “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità”, di Julian Schnabel; Photo: Lily Gavin