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Arbasino, il dandy di Voghera, in viaggio contro l’Italia e i suoi zombi

Alberto Arbasino. Niente preamboli. In medias res. Nel bel mezzo delle italiche cose… Tra inconsolabilità e consolazioni.

Le opere di Alberto Arbasino da Voghera (a Milano, a Roma e a Parigi), dandy, “scrittore per scrittori” e cronista, abbondano, sin dai titoli, delle parole “Italia” e “italiani”: Fratelli d’Italia fa evidentemente il paio con We are the Champions dei Queen; Paesaggi italiani con zombi solo per non ridondare non specifica zombi italiani; Un Paese senza, essendo queste le terribili liste delle cose di cui manca e di cui invece abbonda, Paese senza memoria, storia, passato, esperienza, grandezza, dignità, realtà, motivazioni, programmi, progetti, testa, gambe, conoscenze, senso, sapere, sapersi vedere, guardarsi, avvenire, Paese “senza memoria collettiva: con perdita generale e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva”, Paese “onirico senza nessi con la realtà né rapporti con l’esistente, senza resistenza ai ‘trips’ nell’immaginario, voltando le spalle a se stesso”, Paese ricolmo di violenza, ferocia, volubilità, intolleranza, incompetenza, incoerenza, arroganza, irresponsabilità, superficialità, conflittualità, aggressività, asocialità, criminalità, volgarità, vivacità, luttuosità, discorsi teorici e dibattiti astratti, villania e ladreria, banditismo, conformismo, scetticismo, parassitismo, opportunismo, macchiavellismo, trasformismo, senza dimenticare (per le casalinghe di Voghera) il caro vecchio dannunzianesimo, e ancora “la cosiddetta arte d’arrangiarsi, il presunto dolce far niente, […] la rivendicazione di privilegi a spese d’altri, […] la prepotenza e l’indolenza pubbliche e private, l’incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la superficialità camuffata da seriosità, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, […] le bande, le minacce, le vendette, gli agguati,  rapimenti, l’armarsi, il rinchiudersi, il far prigionieri, […] le guerre sbagliate, le battaglie costose, le ‘cause’ deliranti”, e poi ancora gli “apparati reali o virtuali di poteri televisivi, pubblicitari, finanziari, giudiziari, bancari, commerciali, regionali, sindacati, politici, demagogici, burocratici, automobilistici, oltre che ecclesiastici e canzonettistici, modistici e calcistici”, partite, sfilate, vitalizi, sovvenzioni e salotti letterari, molti zombi e pochi lettori, e ovviamente l’eterno giochino anacronistico: “Sinistra e Destra, con tutte le loro tradizionali albagie e allergie e bigiotterie abituali, rituali”, fondato su vecchie convenzioni ideologiche: “Praticamente convenzioni anacronistiche, illeggibili rispetto alle nuove costituzioni materiali”.

Era il 1979, il 1980… Poi il 1997, il 1998… Oggi invece?

“Oggi, la trasformazione parallela degli ex-ceti guida e degli ex-ceti rivoluzionari in ‘classe commentatrice’ illustra […] l’emergere della casta produttrice di ‘bla’. Con una analoga ‘cultura del risentimento’ […] vocale”. “‘Oggi c’è l’Italia!’ significa, per i più, che stasera gioca la squadra omonima. Preparare le birre e le bandiere. (Le vendono gli extracomunitari ai semafori)”, scrive Arbasino in apertura di Paesaggi italiani con zombi, e d’altronde parla quasi sempre d’Italia, anche se lo si vedrebbe meglio poter fare scorribande erotiche, gastronomiche e bibliografiche tra territori imperialregi, comuni e principati, ducati e marchesati. E invece eccolo vivere nella “Grande Discarica Italiana”. E invece eccolo in Versilia tra pietose femmine italiche… “Non mi piacciono le ragazze del mio paese” – “Le madri sono peggiori di qualunque cosa” (da Le piccole vacanze a fine anni Cinquanta). E invece lo si vede transitare per una Bologna sfigurata: il centro pieno di distese di barboni, ubriaconi e coglioni ovvero pseudo studenti sordidi, lugubri, nomadi, ibridi, tra cocci, cagnacci e stracci, gente da centri sociali antiglobalisti, antisociali, globalisti e graffitari, comunisti, casinisti antivitalisti. E invece lo si vede passare per una Milano italianizzata: la Milano “città col clima peggiore d’Italia e il tasso più alto nell’ossessione tradizionale e maniacale del ‘lavurà’; la Milano in cui “chi viene da fuori è umanamente portato a domandarsi, come Bruce Chatwin: ma che cavolo ci sto a fare qui?… E finite le incombenze, salutati gli amici […], si corre alla stazione o a Linate e si riparte per destinazioni chatwiniane o proustiane più gradevoli” e “[l]a Milano trovata ancora bella da Stendhal, per la sua ‘magnificenza civile’ austriaca e napoleonica, e un ‘ornato’ neoclassico e romantico di prestigio per tutti i cittadini, è diventata una delle più brutte città d’Europa esclusivamente per colpa dei milanesi”. Eppure a Milano si fatica ormai a trovare un milanese… Una Milano infatti per nulla “millesimata”, ma mix di stilisti, artistoidi e creativi, suk di africani, maomettani e gitani, “convivialità, contrabbando, accoglienze, trasgressioni, […] commerci abusivi, […] furti, licenziamenti”; droga, eroina o cocaina; mafia, russa o algerina; ma soprattutto italiana; e “controculture e multiculture marginali e trasversali e di confine senza doveri civili o fiscali sul territorio”; Milano buco e non figa, aggiorna il concetto Camillo Langone pochi anni dopo.

Qualche consolazione nella Padanìa (ì) di Longhi e di Arcangeli: Parma e Modena e Ferrara… Qualche consolazione nel ricordo dei grandi  tedeschi e austriaci: Bach e Bruckner e Mahler… Qualche consolazione negli echi di Parigi e della grande Francia: Balzac e Stendhal e Proust… Dubbio: “Balbec, o Castelfusano?” La Francia oppure Roma?

Chiede, tra dubbi faceti: “Ma come faranno questi, a non capire che anche l’indice dei nomi nel Saint-Simon della Pléiade è una lettura molto più attraente di qualunque romanzo finto dei loro amici simpatici, con le figurette che fantasticarono, vagheggiarono, supposero, presunsero… però intanto parlano sempre come nei film o sceneggiati dove non si riesce a ricordare una sola battuta – una!” Chissà.

E poi un altro dubbio… Questa volta su Proust.

E se per caso fosse vissuto più a lungo? Avrebbe collaborato alla NRF vichista? Sarebbe rimasto in città come gran parte degli altri scrittori? Avrebbe ricevuto Ernst Jünger in divisa a discettare di fiori? Sarebbe stato sicuramente consapevole come Arbasino del fatto che “gli autori di sinistra collaborarono alla NRF con Drieu La Rochelle preparandosi a festeggiare gli americani da Maxim’s e al Ritz”.

Parigi o cara e caro il politicamente scorretto, à la Jouhandeau e à la Montherlant, de Le piccole vacanze in cui Arbasino si dice sicuro che di ragazze ideali ce ne siano – non solo sognate –, per lo più quando ci si muove – quando si viaggia –, nelle vacanze al mare, al sole – fugaci entusiasmi –, poi vengono delusioni, grane – è meglio l’istante.

Tutto il resto, è litania italiana e italico orrore…

Marco Settimini

***

Le piccole vacanze di Alberto Arbasino (frammento)

Non credo di richiedere tanto. Ma l’esperienza fa un quadro pessimistico: ricordo troppe osservazioni sceme, ricordo troppe ragazze da cui non ho mai udito che l’espressione “he, he” (risatina gutturale); oppure “che matto!” (anche se in tono ghiotto) dopo che assecondando puntualmente le loro aspettative, si era stati lì a intrattenerle per ore continue. Si dirà che la memoria gioca il cattivo scherzo di conservare solo i ricordi sgradevoli degli incontri; ma questa impressione di silenzi grevi, di cervelli chiusi e netti, di “stare lì bella tranquilla” e basta, io non me la sono sognata. Si legge in ogni indizio il rudimentale calcolo: il bel nastro, il bel fazzoletto, sono per fare la carina adesso. Ma appena sono diventata una signora voglio un po’ vedere: “fare quel che voglio io”. (E dietro le spalle si profila sempre – l’ombra della madre ingombrante e trafficona, avida di imporsi e spadroneggiare con l’intrigo). Dopo quanto matrimoni si fa un controllo: dimenticato, scomparso, il fittizio interesse che lei mostrava, non so, per la musica, o la lettura, o la campagna, come mai esistito. Che cosa dire della sincerità di quell’atteggiamento?

Eppure ci sono ragazze – nessuno chiede che “sappiano tutto” – ma sono in grado di sostenere una conversazione da treno, con i diversi argomenti che si toccano successivamente, come d’abitudine, senza ripetere una quantità insostenibile di luoghi comuni. E per esempio – non si pretende che siano al corrente con i vient-de-paraître – ma sanno perché Manzoni è diverso da D’Annunzio, sanno il nome dell’attuale presidente del consiglio (e forse anche se comanda più lui o il presidente della repubblica), sanno domandare una informazione stradale in qualche lingua straniera, conoscono alcune città importanti, hanno visto degli spettacoli, sono in grado di distinguere una cosa bella da una brutta, quello che si può dire e fare, e quello che è meglio di no. […]

Qualche volta ho paura di esagerare; temo di giudicarle male, di lasciarmi influenzare dalle più serve, o da quelle delle città grosse, o conosciute in villeggiatura, che invece più spesso mi sembrano vicine al mio ideale, o addirittura al di là, le sofisticatissime che uno può anche incominciare a temere.

Eppure no, non esagero; ogni volta che torno a considerarle da vicino, anche evitando i rovinosi confronti con quelle conosciute altrove, mi accorgo che avevo visto giusto.

Si può anche riflettere che loro fanno certamente una vita scema, però anche noi le vediamo soltanto a pezzi, e in fondo non le conosciamo tutt’altro che bene […].

Sì sì, però sono serve; camminano da serve; e davanti alle vetrine; e voltandosi in tralice, pronte alla critica; e al pettegolamento; a confidenze da comodino o da gabinetto; dicono “le estremità” invece dei piedi. E “il sacerdote” invece del prete. E come vestono; e come parlano; i film che vedono; e quel che ne capiscono, i commenti, dopo; i giornali che leggono; ogni loro discorso; e dietro sempre le ombre perenni e schifose delle madri; e le apparenze domenicali; proprio come le serve.

[…] Se hanno studiato parlano di arte moda cultura politica, o male delle persone del proprio lavoro, le altre dicono le solite cretinerie da paese; e fanno le sciatte; oppure si vestono sportivamente, però male, anche la domenica, affettando disinteresse anche qui, ma poco sincero per chi ricorda i loro furiosi tentativi di eleganza, solo pochi anni addietro. Non riescono a ingannare nessuno: il loro pensiero è soltanto uno, riuscire a chiavare, lo palesa ogni loro discorso indiretto, o allusione, o confidenza, il cenno obliquo o la smorfia che fra loro si scambiano, la barzelletta grossolana raccontata senza garbo; e subito l’aria è più greve e mefitica. Fumano e bevono. E fra i diversivi d’ogni conversazione ritorna puntuale l’espressione sconcia. Chi ha fortuna in amore non pensa mai a queste cose perché non ne sente il bisogno, è sgombro, è tranquillo. Non le tollera.

Come queste quasi megere in cui si notano soprattutto sudore e peluria si sarà trasformata fra qualche anno più d’una delle ragazzine che considero? Questo è sufficiente per commuovermi davanti alla loro stupidità cieca e indifesa. La povera topolina di oggi non sa proprio niente…

Ma che cosa vogliono, infine? Bisogna guardarsi dal semplificare banalmente. Se consideriamo quelle aspirazioni, il risultato curioso molto spesso è che noi le vediamo riposare soddisfatte proprio là dove noi sentiamo più vivo il pungolo a raggiungere di più e dell’altro. E puntualmente il contrario: di quante cose ci si sente comunque appagati, cose alle quali non si attribuisce importanza, secondarissime o meramente strumentali; ma queste medesime sono l’oggetto dei loro sogni e delle loro speranze più alte.

Ancora due parole e basta sullo spirito “classista” di certe ragazze. Si può intenderlo riassumendone i vari aspetti.

Qui si allude soprattutto allo snobismo classificatorio, per cui loro vengono dividendosi in categorie infinite secondo quei pregiudizi di simpatie e antipatie che per noi è anche troppo facile definire come “dettati dall’utero” (pardon, “salpinge”). E così per esempio a seconda della posizione sociale o collocazione mondana della famiglia, o dell’arredamento della casa, o del tono delle “relazioni” o dell’eleganza personale; o secondo la bellezza, le gambe, le calze, l’autorità o la timidezza, il successo con i ragazzi e il peso delle parentele bene e delle amicizie tradite. Anche se nei nostri riguardi mostrano generalmente compatta la loro solidarietà di gruppo, quante complicate storie di alleanze rovesciate e improvvisi abbandoni si intuiscono, vedendo regger la coda a una o isolarne un’altra. È molto difficile tener dietro ai repentini mutamenti d’umore; “Ma fino a ieri eravate amiche, non passavate giorno senza vedervi”. “E adesso non ci salutiamo più”.

Alberto Arbasino

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