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“Lavoro a rendermi Veggente”. Arthur Rimbaud: il salto verso l’ignoto, un testamento in forma di lettera

Il contesto è quello di una lettera. Ma non una qualunque (sempre che sia mai esistita una lettera banale). Nello specifico, quella indirizzata a Georges Izambard, spedita da Charleville il 13 maggio del 1871. Il poeta che la scrive, si chiama Arthur Rimbaud. E nemmeno lui sarà un uomo qualunque. Giacché in poche righe tratteggia ciò che si appresta a diventare. E lo fa con maestria prodigiosa, con arguzia e sfrontatezza. In una parola: con genio.

Ciò che più colpisce di quelle poche righe, sono la lucidità e la ferocia con le quali sono state scritte. Una lucidità e una ferocia che non avranno mai eguali nella storia della letteratura universale.

“Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente: lei non capirà affatto, e io non sono quasi in grado di spiegarle”, scrive Rimbaud a Izambard. Come a dire che nulla si può spiegare in poesia. L’orfismo accade dentro il poeta, perché è già presente in lui. Si è predisposti, sebbene “Si tratta di arrivare all’ignoto attraverso lo sregolamento di tutti i sensi”. Non una cosa da poco, dunque. Comunque, quel che attrae non può essere che l’ignoto. È stato e sarà sempre così. Non vi è altro modo per essere poeta. Non vi è altro modo per toccare l’assoluto. Dacché “Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia”. Ci si nasce, quindi, con quel dono; non ci si diventa. Ma occorre riconoscersi tali. E, soprattutto, non bisogna avere rimorsi di coscienza. Poiché non si ha colpa ad essere quello che si è: poeta, per l’appunto.

Improvvisamente un giorno un ragazzo ‒ come me, come te! ‒ decide e comprende ciò che vuole essere nella vita. E lo decide, scrivendo. Comunicando euforico la notizia a qualcun altro. Questa è la rivoluzione! Affidando le sue parole a un foglio, Rimbaud consegna all’ignoto della Storia un destino, il suo. E lo fa con spregio e orgoglio, con tutta l’euforia che il momento perfetto concede e consente.

Ma quel giovane uomo dalle suole di vento va oltre, anticipando il mondo, e affermando: “È falso dire: Io penso: si dovrebbe dire mi si pensa”. Un poeta non può esistere se non grazie agli altri. Se almeno una persona attende il risultato del suo operato, la vita vale la pena di essere vissuta. Un’opera quindi si compie per consegnarla a un altro che verrà dopo di noi: all’ignoto straniero, all’unico lettore. Non si può spiegare tutto questo. Si può solo viverlo, sulla propria pelle. Rimbaud sapeva a cosa andava incontro. E tu, che tra cento mi leggi ‒ novello poeta ‒ lo sai? Sappi che le sofferenze saranno enormi, ma bisogna essere forti. Soprattutto, saprai riconoscerti nel mondo? Comprenderai quelle parole misteriose che han sigillato per sempre il patto del poeta? Perché non potrai fare a meno di vivere quel gioco di parole: “IO è un altro”. Lì dentro c’è tutto: c’è l’infinito ignoto, ogni volta d’affrontare; c’è lo straniero che attende i tuoi versi; c’è la tua / nostra unica essenza.

In piena coscienza o meno, Arthur Rimbaud, scrivendo due lettere del veggente a Georges Izambard e a Paul Demeny, stila in anteprima su tutto e tutti (persino su se stesso) il proprio testamento poetico. Un messaggio preciso e indelebile, che ‘brucia’ ancora ai nostri giorni, scritto esattamente centocinquanta anni fa. Mi accorgo solo ora della coincidenza dell’anniversario. Non era pensata la cosa, credetemi. D’altronde, nemmeno io sono quasi in grado di spiegarvi quel che accade quando ogni sera si decide di incontrare la pagina bianca. Magari perché gli ignoti affrontati, e quelli a venire, sono la sofferenza necessaria per poter compiacersi d’essere poeta. Dacché poeta si nasce, e non si diventa. Ricordatelo, caro lettore, quando non ti sentirai in colpa di essere pienamente te stesso.

Giorgio Anelli

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