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Perché si scrive? Solo Sylvia Plath può rispondere

Perché si scrive? Perché si dovrebbe scrivere?

Le risposte potrebbero essere tra le più interessanti e disparate, ma ognuno avrà probabilmente la sua, preconfezionata o meno. Risparmiatemi le risposte da scuola di scrittura: quelle non m’interessano per nulla al mondo.

Io, tutt’altro, non ho risposte. So soltanto di essere fatto della stessa materia delle lettere: quelle che, unendole tra di loro, formano parole. Potrei semmai dire che leggere e scrivere ‒ fare letteratura o, meglio ancora, scrivere poesia ‒ sono la mia essenza. E l’ho scoperto soprattutto recentemente, quando hanno tentato di colpirmi in vari modi: sia un certo editore che si dovrebbe vergognare di continuare a svolgere il suo mestiere (o forse proprio per questo continuerà a farlo), sia qualcun altro che ha pensato bene di annullare improvvisamente un bellissimo progetto editoriale, dopo che per svariati mesi se ne parlava, annientando il sogno nell’atroce disincanto.

Dunque, parafrasando Manganelli, la letteratura è menzogna, e di questa evidenza dobbiamo assolutamente tenerne conto. Poiché, non solo nelle librerie si vende di tutto e di più. Non solo si propina il mediocre. Si tenta, inoltre e caso mai, tra le sette dei settari, di far fuori sempre l’avversario.

Così, del fatto che io (da tempo…) abbia o meno ultimato una nuova raccolta poetica, non potrà che importare a qualcheduno, se non a nessuno. Ebbene, forse non importa nemmeno a me.

Ho riposto i fogli tra gli inediti, in qualche cassetto o faldone, a macerare nell’incognita dell’assoluto. Non può importarmi poiché so che ‒ se non troverò qualcuno seriamente disposto a pubblicarmi gratuitamente ‒ da quando la mia cara madre sta davvero male, non posso più permettermi di pubblicare a pagamento. Disdetta del mestiere. Menefreghismo editoriale. Menzogna, appunto, manganelliana.

Allora forse può darsi che io scriva per far parlare il mio esilio. Io, esule in patria, allontanato da tutto e da tutti. Allora magari lo faccio per tentare di dare un’eventuale quanto bizzarra, effervescente e impossibile risposta a Josif Brodskij?, per tentare di pareggiare i conti col suo tanto ostentato destino; oppure, semmai, per provare a riempire il mio di destino dai vuoti che l’arroganza tenta sempre d’insinuare in ognuno di noi…

Com’è, come non è, qui c’è in ballo un’esistenza. Meglio ancora: un’essenza. Qualcosa che ha a che fare col cuore, con l’anima, con la potenza e l’aspettativa verso più assoluti. Sto imparando a puntare al massimo, a tentare di raggiungere quei grandi scrittori e poeti che della forma ne hanno fatto una presenza costante nella loro vita.

Quindi non si tratta più di assenza, di lontananza, o ammennicoli e ninnoli di poca importanza. Qui si parla di una fede che con la fede dà speranza al mondo e al sottoscritto. Perciò si scrive per essere colpiti, per accusare il colpo, per riuscire nuovamente a rialzarsi e ritornare a combattere.

In un mondo che, di anno in anno, mi diventa sempre più complicato e complesso, m’interessa, leggendo a caso una lettera di Sylvia Plath, ciò che lei per l’appunto affermava riguardo alla mia domanda iniziale:

Io scrivo unicamente perché
C’è una voce che senza di me
Non sarà ancora.

(1948)

E questo è quanto.

Giorgio Anelli

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