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“Sono un cercatore di vermi, recluso nel sud del sud dei Santi”: dialogo con Antonio Bux

Bux

Antonio Bux, classe 1982, è a oggi uno dei poeti più interessanti della sua generazione. Forse l’unico ad aver fatto suo il verbo di Gino Scartaghiande, pur aggiornandolo all’era del post e del post tutto. Tra i suoi libri, ricordiamo: Naturario (Di Felice Edizioni, 2016), Sativi (Marco Saya, 2017), Trilogia dello Zero (Marco Saya, 2012). Tra pochi giorni uscirà la sua prima antologia, Si vive divisi in due: poesie 2000-2018 (Lamantica Edizioni).

Hai esordito con un libro (Trilogia dello zero, 2012) che era in qualche modo una antologia, un compendio dei tuoi anni privati. Qual è stato il tuo percorso poetico precedente e, poi, editoriale?

Il mio percorso poetico inizia il 16 ottobre 1982. Ricordo, uscii dalla vagina di mia madre ed emisi il primo verso, il lamento del dire “perché sono qui?”. C’era una folla di neonati ad acclamarmi, gridavamo tutti come fulminati. Tutti scaricati come pesci fuori dal proprio mare. Così fui nato come pesce, un po’ poeta e un po’ scaricato(re di porto). Certo, non è stato semplice arrivare alla consapevolezza, riconoscere il demone, ma sono stato fortunato. Sin da piccolo ho sentito il sogno di una luce precedermi, questa sottile patina di vedere, o meglio, di sentire l’immateriale, o comunque l’insondabile. Insomma, questo fascino che non è l’uomo, e la curiosità di voler spiegare il vento. Questo essere pesce fuor d’acqua, che non sa l’acqua ma la brama comunque, annaspando. Poi dopo, col tempo, arrivata la decadenza inevitabile, il virare dei sogni, la macchina del pensiero, ecc., mi sono un po’ perso, tra una droga e l’altra, tra una sbandata e un’assenza… tra la pestilenza di doversi riconoscere e l’oscenità di volersi disperdere. Comunque, a conti fatti, ho ritrovato la poesia scritta verso gli anni delle medie. Non è stato facile, certo. Ho iniziato a scrivere prove di versi, ovviamente per delle cotte fanciullesche, poi a ruota l’incontro con le prime letture, i poeti beat e quelli simbolisti, Pessoa, e poi sono arrivati tutti gli altri. E, di contro, le esplorazioni lisergiche, la lotta continua contro la verità, e infine la vita intima, non il quotidiano, ma l’introspezione, il vedersi nudi senza peso e misura. Ma all’epoca non c’era internet e io venivo da una famiglia semplice, in casa non c’erano libri, il primo libro in casa mia ce l’ho portato io da adolescente. E a scuola non sono mai stato una cima, preferivo andare a fumare canne e bere birra la mattina nel boschetto della villa comunale, piuttosto che starmene in classe a poltrire ascoltando professori mangiati dalla loro stessa vita che a memoria ti imponevano di studiare materie per me assolutamente prive di senso, almeno all’epoca. Invece nelle materie umanistiche andavo bene, prendevo sempre il massimo dei voti alle prove di Italiano. Non so perché ho fatto ragioneria, probabilmente intuivo già da allora l’inutilità della scuola per quello che è oggi, allora scelsi la scuola più vicina a casa mia, tanto, un pezzo di carta vale l’altro. Ci ho messo sette anni per prendere quel misero diploma, di ragioniere che non ha mai ragionato. Dunque ho iniziato a scrivere versi intorno alle medie, però la consapevolezza vera e propria è iniziata a venir fuori una decina di anni dopo, e definitivamente dal 2007 in poi, quando ho potuto, grazie anche alla rete, fare un vero e proprio percorso di studi e di letture, approfondendo tutta la poesia degli ultimi duemila anni, sia italiana che straniera. Alla pubblicazione sono arrivato perciò piuttosto tardi, a 30 anni, pubblicando una sorta di compendio, come tu dici, dove più che altro ho steso le basi, tramite vari esercizi formali, di quello che poi sono diventato a venire. I miei primi libri riflettono questo: la ricerca, la messa in scena dei versi che non ero, e che nemmeno oggi forse sono. Nel frattempo ho scritto e pubblicato tanto, forse troppo, ma sono quasi tutti libri fantasma, libri che abbiamo letto in quattro o cinque, per questo me ne sono sempre fregato del bon ton del piccolo poeta editoriale, tanto non cambia nulla. E ora sono ancorato ad una sabbia che non trema, ad un silenzio che è solo mio e del mio Dio.

I maestri vanno uccisi. Sei d’accordo con questa affermazione? E quali sono state – o sono ancora oggi – le tue guide di sentiero?

I veri maestri arrivano in sogno e dunque sono già morti, sono dei fantasmi che ti vengono ad ossessionare perché vogliono che quell’energia si tramuti eternamente, e si passi di mano in mano, come tra dei fratelli silenziosi e poveri si passa l’ultima briciola di pane. La mia prima guida spirituale è stata sicuramente mia madre, per via dell’aura paradisiaca e demoniaca che al tempo stesso la connota. Ma, restando alla letteratura, potrei dirti l’incontro con Pessoa, verso i sedici anni, e poi ancora, più recentemente, tanti altri poeti come Beppe Salvia, Amelia Rosselli, Lorenzo Calogero, Luigi Di Ruscio, come anche molti poeti del primo Novecento, sia russi che americani (e per America non intendo solo gli Stati Uniti). Più che maestri io li chiamo compagni di sventura. E ce ne sono tanti. Già morti in vita, e poi stra-morti in morte. Morti per sempre che ritornano a soffiare.

naturarioSei autore di un libro unico nell’attuale panorama della poesia italiana. Naturario (Di Felice Edizioni, 2016) è infatti un testo monstrum; un’opera-limite di quattrocento pagine. Un lavoro kamikaze che ha contraddetto tutti riuscendo ad essere candidato perfino al Viareggio. Parla del libro; la gestazione e la meta.

Come ogni mio libro, il progetto parte inconsciamente, si sviluppa come una febbre, che si esaurisce solo quando sei del tutto finito. Ma questo finora è stato forse il progetto più deleterio e ingombrante, probabilmente il progetto più riuscito. Una scrittura poetica di circa tre anni, confluita in un’unica uscita, una sorta di tetralogia elementale. Ho provato a vedere quanto potevo resistere nella durata di uno spazio, andando incontro al mio proprio essere tempo, per uscirne definitivamente provato, consumato e consunto. L’unico editore che ha approvato il progetto è quello che l’ha pubblicato, dagli altri ho ricevuto solo silenzi. Finanche molti poeti noti e addetti ai lavori disapprovavano, alcuni mi hanno dato del pazzo a voler pubblicare un libro di poesie di tale mole. Ma quel libro doveva andare così, le opere non si producono con folle ragionamento (cosa che ho esperito malamente in passato), ma con una ragionata dissennatezza, sempre naturale, mai artificiosa o troppo “umana”.

Dirigi due collane di poesia. Una per Saya e una per la neonata Rplibri. Racconta il tuo lavoro editoriale, le proposte che ti arrivano, le scelte e gli abbandoni.

Dirigo delle collane di poesia soltanto per estinguere in parte il debito che ho con la poesia, dando la possibilità a voci del sottoterra (il bosco è altro, il bosco è la separazione tra la divinità e l’umano, mentre la terra è l’umiltà di chi sa venire alla luce, per sua sfortuna, a consumarsi) di venire fuori e di mostrarsi come vermi al mondo, luminosi vermi dell’esistere (poveri noi!). Di solito le proposte, più che arrivarmi, me le vado a cercare. Sono un cercatore di vermi. I vermi che si spera divengano perle, o almeno dei vermi non più stantii, ma vermi striscianti (contro il potere delle logiche economiche). Le scelte dipendono da precise linee guida editoriali, che non per forza coincidono con il mio gusto personale, anche se, ovviamente, un testo deve colpirmi per suscitare interesse.

Si vive divisi in due (Lamantica, 2018), che raccoglie diciotto anni di poesia, chiude una prima fase della tua produzione. Considerazioni al riguardo?

Chiudendo questa fase d’iniziazione, posso sperare che prima o poi riuscirò ad esordire con un libro definitivo e veramente mio. Questa piccola antologia sarà un bigliettino da visita, come a dire, ecco, sono stato anche questo, ma non posso giurare di essere stato per davvero io.

E con la tua generazione? Che rapporti hai?

Non ho rapporti generazionali, non credo molto nelle selezioni anagrafiche. Mi interessano i poeti morti secoli fa come i poeti giovanissimi, come te. Ciò che conta per me è la verità, che è figlia dei secoli e del perpetuo sgretolarsi degli uomini.

Il tuo inedito, “Sasso, carta e forbici” sta incontrando molte difficoltà per essere pubblicato. Eppure diverse poesie dello stesso hanno ricevuto ottime accoglienze, sia in via ufficiosa, che ufficiale, su siti e riviste specializzate. Un enigma. Come mai, secondo te?

Non saprei dirti. Ho mandato il manoscritto a tantissimi editori, giusto per testare le reazioni. Partendo da Einaudi per finire con Pinco Pallino editore, avrò mandato a un centinaio di case editrici. Avrò ricevuto in totale una decina di risposte, tra le quali un paio di rifiuti scritti, tre o quattro proposte con importanti richieste di denaro, e altre due o tre offerte gratuite, ma che ho declinato per questioni di poca visibilità e di scarsità letteraria del catalogo dell’editore. Alcuni autori, anche noti, si sono offerti di aiutarmi ma il loro “consiglio” verso alcuni editori si è rivelato vano. Altri notissimi autori mi hanno elogiato per via privata, ma quando ho chiesto loro un qualche minimo aiuto si sono tirati indietro, dicendomi che si muovono soltanto per loro amici di vecchia data o comunque per gente che frequenta la loro scrittura da tempo. Ecco, è questo il fatto probabilmente; dato che, essendomi auto recluso nel sud del sud dei Santi, come diceva Bene, e non frequentando nessun centro nevralgico di poesia, a nessuno interessa aiutarmi. Perciò, facendo tutto da me, diventa un po’ più difficile. Tuttavia, non è importante pubblicare. Pubblicare mi serve solo per catalogare il mio lavoro e farmi andare avanti con dell’altro. Vorrà dire che questo nuovo libro supererà l’altro, magari arriverà a 1000 pagine, e me lo stamperò da me; se vorrete una copia venite a bussare alla mia porta, se non sono al cesso verrò ad aprirvi.

Gabriele Galloni

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