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Sibilla con la bocca della follia

Sibilla

«Sibilla con la bocca della follia dà suono a parole che non hanno sorriso né abbellimento né profumo, e giunge con la voce al di là di mille anni, per il dio che è in lei.»

Così Eraclito spalanca l’abisso del mondo sibillino, che risuonerà per secoli, eco che si propaga e percorre con voce severa, senza riso, i passi neonati dell’umanità greca, fino ad imboccare il vicolo della cristianità, dopo che la comunità giudaica di Alessandria elesse la figura della donna a bocca infiammata di dio.

Ma facciamo ordine nel caos vertiginoso di questo sommerso mondo oracolare.

Nel VI sec. d.C. un dotto bizantino, sconosciuto, raccoglie in dodici libri tutti gli oracoli legati per tradizione alla Sibilla, una donna che vive ovunque e sempre, che può permettersi di chiamare Omero falso ciarlatano e che conosce prima del tempo la corsa del tempo verso la fine, verso la distruzione. Sibilla non pronuncia parole che non siano primordiali o definitive: […] una per una le profezie pronuncerò/ su tutto ciò che è già accaduto, su ciò che accade e ciò/ che accadrà nel mondo a causa dell’empietà degli uomini./ Innanzitutto Dio mi ordina di annunciare con precisione/ come ebbe origine il mondo.

La bocca santa della Sibilla riceve alimento da dio, è palestra, spazio agonale in cui duellano con lance che feriscono il cosmo Apollo e Jahvè, Cristo e Artemide. Questi ammonimenti hanno origine infatti nella tradizione oracolare greca (la testimonianza di Eraclito è la più antica) e si tendono fino a raggiungere il mondo giudaico ellenizzato di Alessandria, che ha rintracciato nelle Sibille la possibilità di nuove Lamentazioni, di nuovi Geremia, di nuovi Isaia.

Così la raccolta si apre con la creazione del mondo secondo il racconto di Genesi, che s’incurva e volteggia sotto l’influsso greco e filosofico degli ambienti alessandrini, fino a divenire un pezzo d’umanesimo luminoso in cui Adamo ed Eva sperimentano il peccato e abbracciano la tentazione attraverso il linguaggio – Adamo domanda a dio una compagna con cui parlare, la brama di rivolgere la parola ad un altro essere dotato di parola lo incendia; Eva persuade Adamo a mangiare del frutto dell’albero grazie alla parola con audacia sofistica; prosegue con accuse alla grande Roma (erano gli anni in cui Tito incendiava il tempio di Gerusalemme, in cui il popolo ebraico soggiaceva al giogo della città eterna, violenta e immorale), svendutasi alla pederastia all’omosessualità e al desiderio smodato di ricchezza: Guai a te, raffinata prole ricca d’oro di Roma latina,/ vergine, tante volte dalle tue nozze con molti pretendenti/ ubriacata, ora celebrerai il tuo matrimonio come serva senza decoro./ Tante volte la padrona farà tagliare la tua splendida chioma,/ e per castigarti dal cielo sulla terra/ ti getterà, e poi dalla terra al cielo ti solleverà di nuovo,/ perché i mortali sono sottomessi ad una vita ignobile e ingiusta.

Il corpus sibillino custodisce, come una bocca serrata e calda, parole che corrono laceranti lungo i vuoti delle nostre ossa. Il secondo libro della collezione, datato tra il 50 a.C. e il 70 d.C., è una insopportabile descrizione della fine dei tempi e del giudizio universale: sono elencate, come in uno specchio abissale in cui non ci si osa guardare, le ragioni della dannazione eterna. I bugiardi, i ladri, gli ingannatori, e i vili distruttori di case,/ i parassiti, gli adulteri e i bestemmiatori,/ e quanti abbandonarono il gran Dio immortale/ e furono blasfemi e predatori dei pii,/ fedifraghi, corruttori di uomini giusti/[…]e insieme quelli che hanno contaminato il proprio corpo con la dissolutezza,/ e quanti hanno sciolto la cintura di una vergine,/unendosi a lei di nascosto; e quante del frutto del ventre/ causano l’aborto; quanti rifiutano i figli con viltà […]/ gli angeli dell’immortale Dio che vive per sempre/ con fruste infuocate e catene roventi,/ dopo averli legati con lacci indistruttibili,/ puniranno in modo terribile. Laggiù nell’oscurità della notte/ saranno gettati nella geenna.

Versi che scuotono il creato e la gola, ma che sfiniti si tendono ad altezze inattese. Nella notte irrisolta che investe l’inferno dei viventi, la bocca della Sibilla proclama luce: Poi a loro il Dio immortale onnipotente concederà un altro dono,/ dal fuoco ardente e dall’eterno stridore di denti/ agli uomini concederà la salvezza. Anche questo egli compirà.

Ma queste parole non addolcirono il cuore inconsolabile di chi, in un’epoca irraggiungibile, con volto invisibile, chiosò il manoscritto che ci conserva questi versi, incidendo di suo pugno una replica che si tende fino a dio: Bugie evidenti; il fuoco mai cesserà/ di punire i condannati./ Anch’io desidererei che così fosse/ essendo segnata nel corpo da profonde cicatrici causate da errori/ le quali di un sentimento non comune di comprensione hanno bisogno./ Ma si vergogni Origene di cianciare in quel modo/ asserendo che i tormenti avranno un termine.

Le parole contenute negli Oracoli Sibillini, che legano come in un morso glorioso e instancabile l’Oriente all’Occidente, il paganesimo al cristianesimo, la profezia alla più alta poesia, ci spingono ‘fino al punto fermo del mondo roteante’, dove il tempo e lo spazio, in una contemporaneità che interrompe ogni dimensione, sono riassunti nella voce di dio.

(Il modo più semplice per leggere questi versi è attraverso la traduzione italiana edita da Città Nuova: Oracoli sibillini, a cura di Mariangela Monaca, 2008)

Laura Mariotti

 

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