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Viaggio nel mondo di “Romanzo con cocaina”. Un volo nel buio inarrestabile, una spirale di dissoluzione e crudeltà per chiunque vi si affacci, non solo per gli adolescenti

Chi è M. Ageev? Dal 1934 al 1997 se lo sono chiesto in molti. È uno dei più intriganti gialli della letteratura mondiale. Perché se il misterioso pacco giunto da Costantinopoli a Parigi, in una qualsiasi giornata di quel lontano inverno del ‘34 presso una piccola casa editrice gestita da un gruppo di immigrati russi, non avesse contenuto uno dei romanzi più gelidi e stilisticamente perfetti mai prodotti, di sicuro non saremmo ancora oggi, qui, a domandarcelo.

L’identità dell’autore di questo scritto è quindi rimasta un enigma per oltre sessant’anni. E non è detto che si possa davvero mettere la parola fine a questo misterioso intrico. Ma non è soltanto per questo che Romanzo con cocaina va ricordato e letto oggi grazie alla ristampa di Gog edizioni. Il suo valore letterario prescinde dalle vicende enigmatiche che l’hanno avvolto per lunghi anni nel mistero.

Perché Romanzo con cocaina è un volo nel buio dell’ inferno dell’animo umano, vorticoso, inarrestabile, una spirale oscura destinata a trascinare nel suo specchio magnetico di dissoluzione e crudeltà chiunque vi si affacci. Le pagine di questo libro sono fatte di purissima cocaina, solida e mortale. Una cocaina esistenziale, cerebrale, che si fiuta fin dalle prime battute.

Non è la storia di come Vadim, il giovane liceale che ci narra le sue vicende, si renda via via un tossicomane estremo e di come questo faccia sempre più oscuri i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue parole, fino alla distruzione inevitabile. Al contrario. Vadim arriva alla cocaina perché il suo potenziale di annientamento sia portato a termine in modo perfetto.

Vadim ci arriva portandoci lui, nella cocaina, tutto il buio del suo essere, tutta la ferocia del suo odio. Le vicende sono ambientate nel 1915, in una Russia in piena vigilia di rivoluzione, carica di tensioni, di violenza incombente, di presentimenti. Ma lo scenario storico non ha alcun significato nella vita di Vadim, che nel suo cupo solipsismo è ripiegato su se stesso e insegue i suoi pensieri, cammina nella neve senza lasciare traccia, lungo strade buie, incrociando sguardi vacui di donne che non riuscirà mai ad amare.

S’interroga – e si risponde – sull’esistenza umana, senza trovare fine ai suoi monologhi efferati. Il romanzo è un intreccio attorno a cinque motivi:

Vacuità. Angelico nei suoi disperati tentativi di elevarsi e di amare e insieme bestiale nella sua ferocia che vincerà ogni possibile redenzione.

Catabasi. Condanna a morte, “amandola”, la giovane che non rivedrà.

Sifilide. Non riuscirà ad amare Sonja, in un primo istante vista come veicolo di salvezza.

Rinuncia. Abbandonerà l’anziana madre a se stessa, derubandola e privandola di ogni sentimento filiale.

Abominio. Causa ed effetto, a spirale infinita.

Cresta azzurra di Kandinsky (1917)

Molti hanno voluto avvicinare Romanzo con cocaina a Delitto e castigo. Tuttavia sarebbe peccare di superficialità farlo. È vero: in entrambi i romanzi il protagonista è un giovane perso nell’abisso dell’annientamento morale, nella turpitudine esistenziale.

È vero, in entrambe le opere c’è una giovane Sonja, che pare spiraglio di redenzione per il protagonista. E la vecchia uccisa a colpi d’accetta dal Raskol’nikov di Dostoevskij è rievocata senza dubbio nell’anziana madre del Vadim del misterioso Ageev. Ma sarebbe prendere un vero abbaglio letterario ridurre Romanzo con cocaina al goffo tentativo di riscrivere Dostoevskij.

Romanzo con cocaina è altra cosa. Ageev è come se della sua vita stessa stesse narrando. E forse per questo motivo il suo autore è rimasto celato per
oltre sessant’anni nella sua identità e spesso si è creduto di vedervi penne famose costrette a nascondersi dietro uno pseudonimo, per scrivere delle loro profonde bassezze personali.

Chi è M.Ageev? La storia della pubblicazione del manoscritto e del disvelamento del suo autore sono un romanzo parallelo al romanzo stesso. Tutto ebbe inizio in un inverno del 1934, quando fu dato alle stampe quell’anonimo manoscritto che probabilmente proprio a causa dell’identità sconosciuta dell’autore fu escluso dal concorso letterario al quale avrebbe dovuto partecipare.

La sua pubblicazione nel 1934 sulla rivista Čisla (Numeri) fu solo parziale, dovendosi interrompere per ragioni finanziarie legate alla casa editrice che l’aveva curata. Il romanzo fu poi pubblicato in volume nel 1936, iniziando a suscitare critiche molto contrastanti: Adamovich (critico letterario e redattore della rivista che per prima pubblicò parzialmente il romanzo nel 1934) e Merezhkovsk, entusiasti, gli riconobbero un autentico valore letterario. E a ragione.

Altri lo criticarono aspramente, ritenendolo un tentativo fallito di scimmiottare Dostoevskij. Nel frattempo si susseguono i tentativi di attribuire la paternità dell’opera: in base all’analisi stilistica di un testo oltremodo sofisticato, ma anche per via della sua ricostruzione storica delle vicende dei più famosi rifugiati bianchi – quegli intellettuali emigrati in Europa in piena rivoluzione Russa – il grande saggista e critico Gleb Petrovič Struve crede di aver trovato l’identità dell’autore, riconoscendo Nabokov – ma solo per via induttiva – dietro le mentite spoglie del misterioso M. Ageev.

Salvo che lo stesso Nabokov recisamente disconobbe tale attribuzione, definendo il romanzo “disgustoso”, il che peraltro rafforzò la convinzione di molti che il romanzo “dannato” in questione fosse proprio nato dalla sua penna. Nabokov d’altro canto era un sospettato di tutto rispetto, vista la sua scelta di pubblicare sotto lo pseudonimo di Sirin alcune opere, ma anche per la sua presenza a Parigi come emigré fino al 1939 e visto il suo ibridismo linguistico e culturale e, non da ultimo, per il senso dello sdoppiamento psicologico che affiora in molti suoi scritti e che rimanda anch’esso a Dostoevskij.

Nabokov aveva un rapporto aspramente conflittale con quell’Adamovich che si era dimostrato critico entusiasta di Romanzo con cocaina. Adamovich era considerato da Nabokov un mediocre autore di liriche che, a sua volta, non esitava a dileggiare il lavoro di Nabokov con disprezzo e astio. In più di un’occasione furono duri gli scambi di “complimenti” che si riservarono i due russi.

Ma se fosse stato proprio Nabokov a voler orchestrare con lo pseudonimo di Ageev una trappola dove far cadere Adamovich, non si sarebbe certo affrettato a smentire di essere il vero autore di Romanzo con cocaina e, soprattutto, non avrebbe pubblicato sotto lo pseudonimo di Vasilij Shishkov
nel 1939 una lirica che Adamovich non esitò ad osannare, con ciò dimostrando la sua insipienza come critico, proprio come Nabokov voleva accadesse.

Nabokov morirà nel 1977, senza vedere la soluzione dell’enigma di Romanzo con cocaina, che forse sarebbe arrivata solo vent’anni più tardi. Anche Struve non saprà mai la verità: muore nel 1985, probabilmente ancora nella certezza di aver indovinato in Nabokov il reale autore del romanzo. Così il romanzo cade nell’oblio, dove rimane per decenni. Nel 1980 si tenta di rintracciarne l’autore con appelli a lui diretti, tramite annunci usciti sulla stampa turca (Costantinopoli, da dove era giunto l’anonimo manoscritto) e parigina, nella speranza che fosse ancora in vita e volesse finalmente palesarsi. Niente. Ma un’altra bizzarra vicenda doveva intervenire nella storia di questo libro: una copia di seconda mano un giorno viene casualmente ritrovata sulla mensola di un negozio dalla traduttrice Lidia Schweitzer, nel 1983.

La Schweitzer ne cura a quel punto la pubblicazione in una traduzione in francese, cui seguono edizioni in inglese (a New York) e, infine, anche in italiano, quando Romanzo con Cocaina esce per e/o e Mondadori, nel 1984. Dell’autore ancora nessuna traccia. Finché si arriva al 1997: lo studioso I.A. Sercov rinviene presso l’istituto di slavistica di Parigi una lettera che si dimostrerebbe essere dell’ autore di Romanzo con cocaina e che finalmente ci svelerebbe chi si cela dietro quello pseudonimo: Mark Lazarevich Levi.

Ma chi era, come ha vissuto, cosa ha fatto della sua vita Mark Lazarevich Levi, oltre a donarci quest’opera unica e preziosa? Mark L. Levi , figlio di abbienti mercanti ebrei, sarebbe emigrato realmente in Francia dal 1920, salvo tornare in Russia negli anni ‘40 per svolgere la professione di professore di tedesco presso l’Accademia Pedagogica di Jerevan, dove sarebbe morto nel 1973.

Non si sa molto altro. Se è davvero lui l’autore anche volendo non avrebbe potuto rispondere a quegli appelli lanciatigli dalle pagine della stampa turca e francese.

Romanzo con cocaina pare l’unica opera di Mark L. Levi. Forse perché è un libro che basta a se stesso e ci piace pensare che il suo autore abbia avuto la forza e l’unicità di comprendere di aver prodotto con questo scritto tutto il possibile. Il suo. Nella lettera ritrovata a Parigi e che avrebbe permesso di identificare finalmente il misterioso autore, c’è un dono.

L’ultima frase, prima mai pubblicata, del manoscritto di Romanzo con cocaina. Traducendola, suonerebbe così: “E questo era tutto quello che rimase di Vadim Maslennikov, ad eccezione della biancheria che indossava, del vestito strappato e di una piccola fiala di vetro con un’etichetta ingiallita che diceva: 1 gr idrocloruro di cocaina. E. Merk, Darmstadt”. Davvero è così importante trovare una risposta a questo interrogativo? Abbiamo il romanzo. E questo ci basta.

Arianna Bonino

*in copertina: un’opera di Franco Rasma

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