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“Quella volta che mi feci 15 giorni di carcere in Messico, perché mi mancava un timbro sul passaporto”. L’avventura surreale di due italiane all’altro mondo

Messico

Dopo nove ore chiuse in un furgone che puzzava di piscio, arrivammo davanti al carcere. Ancora non avevo capito bene in quale parte del Messico ci trovavamo. Nessuno dava risposte. Ci fecero entrare in uno stanzino; eravamo io, Elena e tre agenti messicani. Tutti uomini. Cercavo di mantenere la mente lucida. Ci ordinarono di togliere i lacci delle scarpe, ci sequestrarono prima i contanti, poi i telefoni. “Che cazzo ci fate con 15.000 dollari americani?”, disse uno di loro. “Siamo andate a rubare un po’ di soldi a quei gringos di merda”, risposi. L’agente accennò un sorriso. “Che tipo di lavoro facevate negli Stati Uniti?”. “Lavoravamo come cameriere”. Finita la stagione estiva in Italia, abitualmente andiamo a fare un po’ di soldi in America. Ogni anno cambiamo città, è facile trovare lavoro. Poi, veniamo a spendere tutti i guadagni qui in Messico. Cazzata. Convincente. Elena mi guardò con approvazione. Ci hanno preso le impronte digitali e impacchettano i soldi scrivendoci sopra la cifra esatta. 10.000 erano miei. 5000 di Elena. “Ehi, quelli ce li restituite una volta uscite!”, faccio io. “Valuteremo il tutto quando sarà il momento”, disse il più giovane dei tre. Elena sbiancò. Ci tolsero le manette e un vecchio barbuto ci accompagnò alla cella. “Lei è Lela, è brasiliana, ma capisce abbastanza bene lo spagnolo. Per qualsiasi cosa, chiedete a lei. Buonanotte”. Chiuse a chiave la porta della cella e se ne andò. Io e Elena ci trovammo dentro una stanza piccolissima. Eravamo una ventina, tutte donne e un paio di bambini. Dormivano tutti, era notte fonda. Non c’erano letti e tutti erano ammassati per terra. Elena mi guardò: “Bèh, che dire, buona epifania sorella!”. Scoppiammo a ridere e poco dopo ci addormentammo abbracciate.

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La mattina mi svegliai di colpo. Elena non era di fianco a me. “Donde està mi amiga?”m chiesi ansiosamente ad una ragazza che mi trovai di fianco. “Tranquila està en el baño”. Il bagno era un buco nel pavimento, separato da un muro divisorio. Non c’era la porta né tanto meno lo sciacquone. L’odore che c’era dentro quella stanza era nauseante. Cominciammo a parlare con Lela. Era stata rinchiusa due mesi prima. Ormai era la capoccia lì dentro. Lei e il suo fidanzato argentino, che alloggiava nella cella di fianco alla nostra, erano entrati in Messico con un passaporto falso. Durante un posto di blocco, un agente si rese conto della cosa e li arrestò. Subentrarono nella conversazione altre ragazze. Alcune, arrestate per prostituzione, erano nicaraguegne. Altre, honduregne, arrestate per spaccio. Un paio, guatemalteche, arrestate per droga. Quasi tutte con bambini. Non so se frutto dell’amore o della prostituzione. “Invece voi, cos’avete combinato?”, chiese una di loro. Presi la parola: “Venivamo dagli Stati Uniti. Decidemmo di arrivare in Messico attraversando la frontiera da Tijuana. Il punto fu che, durante i controlli alla frontiera, gli agenti si concentrarono di più sul puzzo di marijuana che impregnava i nostri vestiti e si dimenticarono di farci il timbro d’entrata nello Stato Messicano. Non ce ne siamo accorte. Fino a ieri sera. Quando un posto di blocco ha fermato l’autobus, sul quale stavamo viaggiando e al controllo documenti, siamo risultate clandestine. Ed eccoci qua!”. “Cazzo. E come mai puzzavate così tanto di marijuana?”, chiese una di loro. “Lavoravamo illegalmente nelle coltivazioni di erba ad Humbolt County, North California. Ma questa è un’altra storia. Piuttosto, mi sapete dire in quale parte del Messico siamo?”. “Tenosique de Pino Sùarez, estado de Tabasco”.

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matilde
Lei è Matilde: arrestata in Messico perché non aveva un timbro sul passaporto. Neanche i gendarmi l’hanno fermata

Non c’era orologio dentro la cella. La totale libertà del tempo angoscia. Eravamo divisi in maschi, femmine, gay e bambini sopra i 10 anni. All’interno delle celle non c’erano luci. Misuravamo il tempo dal sole. Durante i pasti era concesso uscire in giardino. Un’ora d’aria e poi di nuovo tutti dentro. Il secondo giorno, durante l’ora d’aria, Elena ha corrotto una signora che passava in quel momento dal marciapiede esterno al carcere. In cambio di un paio di spiccioli che per distrazione non ci erano stati sequestrati, Elena riuscì a ottenere dalla vecchietta un paio di sigarette. Un agente di polizia, vide la scena e il giorno dopo ci fu preclusa l’uscita dalla cella. Il terzo giorno arrivò una telefonata. Era la Farnesina. Aspettavamo con ansia questo momento.

Poco prima che ci sequestrassero i cellulari, riuscii ad inviare un messaggio a Yari, un ragazzo italiano, che viveva in Messico, conosciuto l’anno prima. “Ciao Yari, sono Matilde, sono nella merda, mi hanno arrestato, sono in Messico, ma non so dove sono, avvisa tu mia mamma”. Pensai a lui perché mi dava fiducia. Anche perché, se avessi dovuto avvisare i miei, che cosa gli avrei potuto scrivere? ‘Mamma, babbo, sono stata arrestata in Messico! Ma tranquilli, non mi sono data allo spaccio, semplicemente mi manca un timbro sul passaporto’. Infarto assicurato. La Farnesina ci rassicurò, dicendo che era in contatto con le nostre famiglie e che in giornata Elena sarebbe potuta uscire. Quanto a me, avrei dovuto avere un po’ più di pazienza. Lo stomaco mi si arrotolò come un gomitolo.

*

Dall’Italia avevo preso un volo direttamente per l’America, tre mesi prima di Elena. Dall’America, ero arrivata in Messico attraversando la frontiera da Tijuana, dove non mi era stato rilasciato nessun timbro di entrata. Elena dall’Italia prese un volo per Città del Messico, dove trascorse un paio di giorni, prima di raggiungermi negli Stati Uniti. A lei risultava il timbro di Città del Messico. Io invece risultavo clandestina da una vita. Ero nella merda più totale. Dopo tre giorni di soggiorno, Elena venne rilasciata. Fu straziante. Dallo Stato di Tabasco io invece, fui spostata nel carcere di Città del Messico. La cella era più grande di quella precedente. Ma più cupa e senza finestre. Agghiacciante. Non eravamo più in venti, ma solo in due per cella. La mia compagna detenuta era di Boston e mi stava tremendamente antipatica. Le raccontai del mio lavoro in California e del fatto che si guadagnavano molti soldi. Questa non faceva altro che chiedermi se le prestavo qualcosa una volta uscita. Ma se neanche sapevo quando cavolo mi avrebbero fatto uscire? Un’ora al giorno ci portavano una cassa con della musica che pompava baciate merdose Sud-americane. Questa era, teoricamente, l’ora di divertimento. Per quanto mi riguardava era più una tortura che altro. Due volte a settimana arrivava un carrellino che chiamavano la tienda, che vendeva schifezze, tipo merendine, patatine e sigarette. Ricominciai a fumare. Compravo sempre un pacco per me, un pacco per le salvadoregne e uno per le guatemalteche. Così non avrei avuto problemi con nessuno.

Giorno dopo giorno l’ansia mi divorava. Le paranoie erano diventate le mie compagne di avventure. Il pranzo e la cena erano sempre la stessa minestra: frijoles y arroz blanco. Avevo il vomito. Smisi di mangiare. Più passavano i giorni, più trascorrevo le mie giornate dormendo. Era concessa la solita ora d’aria durante il pranzo e la cena. Io avevo smesso di uscire. Potevo farmi una doccia ogni tre giorni, non più lunga di dieci minuti. Quindici minuti al giorno erano dedicati invece alle telefonate. Quindici minuti spartiti fra: mamma, babbo, fratelli, parenti e amici vari e ambasciata italiana. Un delirio. Un giorno pregai mia mamma di smettere di chiamarmi. Era diventato straziante. Allo scoccare del quindicesimo minuto cadeva la linea. Frustrante. Trascorsi dodici lunghissimi giorni, dentro quella stanza. Fui scortata da Citta del Messico fino a Roma in aereo, con tanto di manette, da due poliziotte messicane che mi seguivano anche fino al bagno. Imbarazzante. Ricordo ancora quando atterrai all’aeroporto di Roma.Un paio di agenti mi accolsero, erano sconvolti dalla situazione: “Cos’hai fatto?”. “Mah niente, mi mancava un timbro sul passaporto!”.

Mia madre perse 15 chili. Tanti quanti i miei giorni trascorsi nel carcere. Mio padre mi raccontò che rimase stesa nel letto per una settimana convinta di non rivedermi più.

Quanto a me, io non avevo voglia di stare in Italia. Tanto meno d’inverno. Atterrai a Roma il 21 gennaio. Il giorno dopo prenotai un volo. I soldi che mi avevano sequestrato me li avevano restituiti. Elena era ritornata in Messico. Avevamo un obbiettivo: viaggiare lungo tutto lo Stato in furgone. Decisi di sfidare la sorte: presi un volo e riuscii a raggiungerla.

Matilde Casagrande

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