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“Presso il re moro” di Antonio Trucillo è una bambina architetta dell’alba

Antonio Trucillo (Napoli, 1955) con il suo pseudo-romanzo Presso il re moro (Ensemble, 2019) fa della scrittura un assoluto lirico che smantella le vecchie gabbie dei generi. Fra poesia e narrazione, gorgo visivo e risucchio sonoro, l’autore rivela, mostrandolo matericamente, il vero, cioè l’impossibile del nome. Eppure è proprio Trucillo a fornire al lettore le coordinate per orientarsi fra queste caotiche prose liriche quando afferma: “Si tratta di un oscuro lavoro combinatorio, puro pensare (è possibile), idea ottusa del segno, vale a dire della speranza”. 

Sono ritratti appesi ai ganci della memoria di una vita che acquista volume attraverso le parole. Pastose gocce che vanno accumulandosi sulla pagina e che restituiscono il senso del mistero raggrumato nella improvvisa rivelazione, nel lampo che rimbalza da uno sperone all’altro della costa d’Amalfi o ancora nell’accensione epifanica di un desiderio che suona come lo schiaffo sull’acqua di una pinna di un delfino acrobata, e qui emerge la chiara vocazione poetica dell’autore che usa la singola sillaba architettandone armonicamente la sua funzione sulla pagina. Si cammina come procedendo lungo i corridoi di una pinacoteca ricca di cornici dove ogni immagine è una storia che però non agisce in solitudine, ma chiede all’altra di aggiustarne il senso, di perfezionarne la direzione come tessere d’oro di un mosaico che vive appieno la sua significazione in virtù di un patto, di un’amicizia senza fine.

Il molteplice comprensibile nell’Uno, nella ritrovata unità originale. E non spaventi l’intrico e la sovrapposizione di cui talvolta sentirà il peso: la grossa fatica del garbuglio è la replica dell’esperienza umana, l’ansia dell’attimo che scende, precipitando, dalla soma del tempo per cedere il suo spazio all’attimo che segue, e così all’infinito. Leggiamoli così i pannelli di Presso il re moro, come lacerti, spesso sfilacciati, di un arazzo violato dalla mano di un bambino curioso, proteso alla scoperta, satollo solo di stupore, che tagliuzza per la gioia di ricomporre, si crogiola nel caos per darsi una più gloriosa gratificazione dopo, quando finalmente rimette insieme la figura. I testi irrompono con la disarticolata balbuzie della preghiera cominciata in chissà quali anfratti del cuore e della memoria e infine giunta in cocci ammucchiati sotto la lingua.

“Non voglio morire, mi hai sentito, Dio?” Così si apre uno degli ultimi frammenti, un ferro che strepita sulla fiamma rovente e che si lascia piegare dalle premure di un fabbro invisibile. E prosegue dicendo: “Non è ammissibile morire non si sa in che stile, in quale prolungamento delle ore del giorno e della notte. È un insulto. Tu mi puoi capire. Qualcosa esiste. Hai sentito. O troppo tardi”. La realtà di Antonio Trucillo è una bambina che si sveglia all’alba e libera i raggi dai finti incantamenti delle nebbie perché sia il sole più rovente l’unica legge del mattino. Trucillo ci abitua a simili miracoli.

Francesco Iannone

*in copertina il Martirio di sant’Orsola del Caravaggio a Napoli

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