Quando si è giovani, si è pieni di entusiasmo e si crede di poter cambiare il mondo. Così, fondammo un giorno il Premio Lago d’Orta. Era ancora il millennio scorso. Troppo giovane, però, per stare accanto a cattedratici (uno era giusto un mio docente), accettai il ruolo di segretario senza diritto di voto. Giurati: Giuliano Ladolfi, che dirigeva con me Atelier, il mio prof milanese, e un altro contatto accademico, del centro Italia. Tre critici erano un po’ pochi, ma per arrivare a un premio in denaro sostanzioso, a fronte di una partecipazione gratuita (niente “tassa di lettura” o “spese di segreteria” e diciture simili: bastava inviare il libro), occorreva risparmiare almeno sulle spese “a monte”. Quando si trattò di stabilire la decina dei papabili vincitori, che avremmo fissato solo noi direttori di Atelier, pur con qualche titubanza inserimmo anche Luciano Erba. Una figura di spicco, ne eravamo consapevoli, ma con un libro mediocre. Secondo il parere mio e di Giuliano il vincitore doveva essere, senza il minimo dubbio, un allora sconosciuto, o quasi, Umberto Fiori. Fu un errore di inesperienza, pensare di poter mettere due galli in un pollaio (un gallo, peraltro, risultava tale solo ai nostri occhi: per gli altri Fiori era ancora un signor nessuno).
Il giorno del premio, quando si riunì la giuria, osservai con encomiabile discrezione la disputa, cordiale quanto decisa, intorno al vincitore. Mi immedesimai in padre Cristoforo appena invitato a tavola, in casa di don Rodrigo, ma riuscii a starmene zitto. Un miracolo, per chi mi conosce. Fatto sta che Erba si confermò un nome troppo celebre… Ed era anche un collega del prof che aveva ancora la facoltà, nel caso, di stroncare le mie speranze di laurea, almeno nell’ateneo che frequentavo allora. Tra accademici, poi, l’intesa era inevitabile e inossidabile, per antiche, medievali consuetudini. Peraltro, i due voti contro uno potevano appoggiarsi a una motivazione tanto ragionevole quanto, ai miei orecchi, ipocrita: un nome così prestigioso come quello di Erba avrebbe dato lustro alla prima edizione di un Premio che voleva diventare importante. Risultato: quella fu la prima, e anche l’ultima edizione del Premio. Ma non fu il nostro unico errore. Nella decina finale compariva anche Silvio Raffo. Quando, durante la cerimonia (i risultati venivano proclamati solo in quel momento), pronunciarono il suo nome, per conferirgli una menzione di merito, assistemmo a una scenata isterica: l’autore si alzò in piedi indignato, dichiarando che era ormai troppo maturo per le segnalazioni, e abbandonò fragorosamente la sala, fra l’imbarazzo generale.

Il contorcimento delle mie budella per come erano andate le cose, ovvero esattamente come non volevamo, poté essere parzialmente lenito da una sezione riservata ai giovani, che era del tutto nelle mie mani. Conferii il premio, se non ricordo male di mezzo milione di lire, o di un milione tondo, a Paolo Fabrizio Iacuzzi. Ricordo il suo commento, a fine giornata: “Dunque, ho vinto un premio a cui non ho nemmeno partecipato?”. “Esatto”, fu la mia risposta.
Ho scritto che quella fu la prima e anche unica edizione del premio. Devo correggermi. Il Premio Lago d’Orta rinacque quasi immediatamente, a nostra insaputa, con giuria presieduta da uno dei poeti più noti d’Italia, ancora adesso in sella a una cospicua serie di concorsi letterari del Belpaese.
A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che scopo di questo articolo sia rilanciare l’accusa contro le logiche mafiose che squalificano i tornei letterari, dal Nobel in giù. Nient’affatto. Voglio dire, non c’è bisogno di scoprire l’acqua calda. Qui si tratta di chiarire che dietro ai Premi e alle loro sentenze ci sono anche logiche ragionevoli. C’è buon senso, dietro la mediocrità!
Intanto, per ragionare, ben sapendo di procedere in modo sommario, dividiamo le giurie in due tipologie fondamentali. La prima è composta da persone poco esperte e poco note; magari, per rendere l’idea, figure dell’intellighenzia locale, non prive di vedute generali, ma tutto sommato inclini a confondere la poeticità con la poesia. Assimilo a tale categoria le giurie “popolari”. La seconda giuria è invece composta da persone esperte, addirittura illustri in ambito nazionale e internazionale. Ora, le prime leggono, ma capiscono fino a un certo punto, e quindi sono cieche e sorde rispetto alle esperienze letterarie più raffinate. Le seconde, invece, non leggono, perché sono già esperte, quindi già consapevoli del panorama letterario e delle nuove tendenze che si stanno elaborando. Due aneddoti, per ciascuna categoria.
Come giovane editore, mi capitò di partecipare a un premio letterario, in cui Simone Cattaneo, con il libro che gli avevo appunto pubblicato, era nella terna dei finalisti. Si trattava di andare in Veneto. Guidavo io, per fortuna. E durante il viaggio, cercavo di ammansirlo: si sentiva in colpa perché non avrebbe mai vinto, e quel premio poteva anche sostenere le nostre edizioni, e io mi sobbarcavo pure, a suo dire, le spese e le fatiche del viaggio. “Tranquillo”, gli spiegavo, “il libro è già edito, e tu non mi devi neanche una lira”. Però, pensavo tra me e me, se ci guadagnassimo qualcosa, avrei già un altro autore pronto da lanciare… Simone si sentiva sconfitto in partenza non soltanto per il senso di un destino che già gli rodeva dentro: nella terna dei finalisti c’era pure Edoardo Zuccato, un poeta già allora di una certa rinomanza, e indubitabilmente bravo. Il terzo poeta era uno sconosciuto, di cui mi piace qui tacere il nome (tra l’altro, è morto qualche anno fa). Arrivati sul posto, incontrammo proprio Zuccato, con cui ci intrattenemmo fino alla cerimonia. Simone lo stuzzicava preannunciandogli la vittoria; Edoardo si schermiva con il suo impeccabile aplomb, con cui vestiva una modestia sincera. Forse ci scappò anche un po’ di sbuffo ironico, quando sentimmo la lettura del terzo autore. Per carità, nulla di scandaloso: si trattava di poesia-poesia, di immagini romantiche sovraccariche di pathos, in una lingua dignitosa. Ma vuoi mettere con la dirompente novità dei versi di Simone, voce di punta della rivista Atelier, o la maestria già comprovata di Zuccato, erede della grande tradizione dialettale e insieme fine interprete del mondo anglosassone? Eppure, durante la cerimonia, io mi accorsi di un particolare che ci era inizialmente sfuggito. La giuria di esperti a quel punto “se ne lavava le mani”, cioè, scusate, cedeva l’incombenza alla giuria popolare. Il popolo è sovrano: evviva il popolo. E il popolo in quel caso occupava uno spicchio della grande sala della cerimonia. Ecco, mi bastò uno sguardo in quella direzione, e mi voltai di scatto verso Simone: “So per certo chi vincerà!”, gli dissi. Stranito, mi ripeté il ritornello: “Certo, lo so anch’io. Vincerà Zuccato”. E invece no, gli dissi, avrebbe vinto, ne ero più che certo, il terzo incomodo. Simone, che non rideva mai su questioni di poesia, e forse non rideva mai per niente, era sul punto di farsi una grassa risata, di quelle tenebrose e oceaniche. Di lì a poco, se la sarebbe dovuta inghiottire interamente, perché la mia previsione si rivelò impeccabile.
Per illustrare come (non) lavora una giuria di esperti, mi affiderò invece a esperienze recenti. Dunque, decido anch’io di partecipare a un premio, qualche mese fa. Per quali ragioni? Oltre a quelle che elencherò in seguito, mi ero deciso a farlo poiché, insieme al Premio, si organizzava un Convegno, al quale ero invitato a partecipare. Già che c’ero, perché, per sfizio, non vedere che cosa sarebbe successo con il mio nuovo libro? Premessa: conoscevo già di persona quattro dei cinque giurati di super-esperti, anche se non li vedevo da anni (esco da due lustri di decantazione e di solitudine). Alla quinta giurata il mio nome non era comunque ignoto. Ma essere noto ai giurati è un pericolo: potrebbe rivelarsi una buona ragione per venire presto scartati. Risultato: il mio libro passa le prime selezioni. Alle soglie della decina conclusiva, mi si chiede di mandare anche la copia cartacea, in cinque copie, una per giurato. So di qualcuno che, peraltro, lavora ormai solo con i pdf, e di altri a cui avevo già mandato il libro, quando non consideravo la partecipazione al Premio né sapevo della giuria; ma che importa: spedisco. Esce la decina. Il mio libro viene scartato. Guardo i testi rimasti in lizza: ce ne sono di mediocri assai, ma va bene così. Noto, peraltro, che viene escluso anche un altro poeta piuttosto noto.
Ripasso mentalmente la giuria. La logica mi è del tutto comprensibile: il poeta in questione è sì quotato, ma non abbastanza, perché tra gli esimi esperti è facile indovinare chi saprà fare voce grossa e imporre pertanto la propria linea poetica. Dunque, mai mettere due galli in pollaio: lo avevo appreso più di vent’anni prima. Non si può umiliare un Grande Poeta se si sa che arriverà al massimo secondo, tanto più con un premio in denaro previsto solo per il vincitore. In questi casi, nella decina risulta semplice individuare l’indiziato. Le “menzioni di merito” sono gratificanti, come ricordava Saffo, quando hai vent’anni, e dunque si conferiscono a qualche giovane di belle speranze (meglio un paio: un maschio e una femmina). Così avvenne. Ma non è questo il punto.

Dunque, mi trovo a partecipare alle giornate di celebrazione e di lavoro e, ovviamente, entro in contatto con la giuria. Lungi da me l’idea di chiedere, anche cortesemente e in modo vago, un’opinione sul mio libro. Tra i giurati, incontro anzitutto l’Amabile Decano. Ci si ragguaglia un po’ sulle rispettive vicende. Ho come l’impressione che non ricordi nulla del mio libro, dalle domande che mi pone, ma, mi dico, gli sarà parso tanto insignificante da rimuoverlo presto. Finisce lì. Mi capita, poi, la sera successiva, di chiacchierare con il Grande Critico Rampante, la voce forte della giuria. Quasi mi sento in colpa per non aver fatto io la prima mossa per ripristinare il contatto e chiacchierare anche con lui, visti i trascorsi: ma nel viavai degli eventi letterari a me piace la discrezione e preferisco non importunare le star, già assediate da troppi faccendieri. Con molta cortesia, anche lui mi chiede aggiornamenti sulla situazione. E qui incappa in una domanda esplicita, circa la mia attività creativa: avevo scritto qualche libro? Stavo scrivendo qualcosa? Ma come, penso tra me, ha appena letto (e bocciato) la mia fatica trentennale… No, inutile negare l’evidenza: non l’ha letta. Ma per fortuna stiamo parlando amabilmente tra di noi e intorno c’è molto rumore. Io, conquistato dalla sua gentilezza e dal suo sincero interessamento (non c’è ironia in queste definizioni, credetemi), non oso turbarlo, e tergiverso: sì, ho appena chiuso i conti con il passato, gli spiego, e finalmente mi sono tuffato in una nuova stagione…
L’ultima serata, come non bastasse, mi trovo a tavola con altri poeti. Proprio di fronte a me, troneggia la Sconsolata Presidentessa del premio. Non amo le cene tra poeti. Si finisce per ingurgitare pettegolezzi velenosi. In questi casi partecipo con discrezione, ma cerco soprattutto qualche via di fuga. Ma come scappare da certe trappole? Alla fine, ribadisco alcune mie idee. Qualcosa devo aver smosso, se la Sconsolata Presidentessa smette di preoccuparsi di sé e della sua mancata canonizzazione, dovuta anzitutto alla perenne sottovalutazione delle donne, e mi chiede esplicitamente quando mai avrebbe potuto leggere un mio libro. Ahi, questa volta non posso evitarle l’imbarazzo: ci sono testimoni, la domanda è chiara, il discorso in piedi è solo questo. E poi va bene essere gentili e buoni, ma solo finché non ti costringono a passare per cretino. Dunque, a dire il vero ho partecipato al premio, le spiego. Sono arrivato tra i venti. Non tra i dieci. Ho mandato anche la copia cartacea… La Sconsolata Presidentessa a quel punto, più che imbarazzata (è ormai saggia come una volpe, chissà a quante cene è già brillantemente sopravvissuta!) si fa quasi triste, e risponde prontamente che il libro non l’ha visto, del resto lei mica c’ha più interesse a discutere con gli altri, che decidano pure quello che vogliono… Finisce dunque che è toccato a me sentirmi in colpa, per aver partecipato al premio.
Ma, allora, se la giuria di inesperti si conferma tale e se quella di esperti mica può permettersi di leggere davvero centinaia di testi, con tutto il lavoro che c’ha da sbrigare per mandare avanti la letteratura del Paese, per quale ragione si dovrebbe partecipare a eventi simili? A parte motivazioni un po’ leggerine, del tipo: credo nella bontà della mia opera e non si sa mai che prima o poi qualcun altro la apprezzi – è un’occasione per buttarsi nella mischia, conoscere bella gente, partecipare a qualche evento chic, mangiare qualcosa di buono e vedere posti nuovi – è un modo come un altro per far girare il mio libro – conosco la giuria e quindi ammetto di essere un po’ avvantaggiato – è un primo passo per stabilire contatti e, a lungo andare, meritarsi un premio alla carriera, o una poltrona in qualche giuria – insomma, al netto di tali o consimili spiegazioni, a dire il vero poco o punto convincenti, per quel che mi riguarda, esiste una sola ragione: la possibilità di vincere qualche soldo. Mi farebbe decisamente comodo, lo ammetto, e non certo per togliermi chissà quali sfizi: la cifra finirebbe interamente investita nell’acquisto di libri, senza che comporti ulteriori sensi di colpa o nuovi restringimenti di cinghia…
Pare che anche Mario Luzi, già ottuagenario e all’apice della notorietà, fosse spinto a partecipare a qualsiasi premio che prevedesse un compenso in denaro, e non una semplice targa o una statuetta o altre chincaglierie di prestigio. Spinto da chi? Da qualcuna delle donne che aiutavano il maestro nel suo ménage. In un anno, la somma che il sommo avrà racimolato sarà stata piuttosto considerevole, a occhio e croce. Le donne, si sa, hanno sempre avuto un senso pratico tale da salvare persino i letterati ormai sull’orlo della rovina finanziaria. Almeno così andava il mondo, pare, appena qualche stagione fa.
A proposito di donne. Mentre scrivo queste righe, Lamarque vince il primo Premio Strega Poesia. Appena uscito l’elenco di cento e passa titoli in lizza, il 22 marzo in un post mi complimentavo pubblicamente con lei per la vittoria. Che volete farci, mi piace vincere facile, ormai. Ma, anche qui, non cadiamo nell’equivoco. I vincitori non vanno dileggiati o sminuiti. I vincitori si applaudono sempre. Magari hanno anche vinto con merito, eh. Vivian Lamarque, per esempio, è una voce inconfondibile da anni. Da molti anni. Appunto. Il problema non è mai dei vincitori, ma sempre e soltanto del carrozzone, guidato da un Sistema che ha per fine il Sistema stesso: non c’è mai alcuna possibile sorpresa, nessuna eventualità di scoprire altro che non sia l’acqua calda, o il brodino già noto. E questa sarebbe cultura? Pensiero critico? Perché non si è più espliciti, nelle logiche, di così evidente buon senso, che reggono un premio?
Stiamo ancora qui a intossicarci il fegato per questioni di nessun conto, mentre il mondo va a rotoli. Ce ne avvediamo.
Ma il coro di gaudenti non manca. Non li sentite? “Ma dai, perché sempre tanto risentimento? È comunque un premio di poesia, è un bene per la letteratura, ha vinto poi, finalmente, una donna! Sempre a far polemiche! E la finalità del premio è sostenere, appunto, la poesia. Smettila di lamentarti, sii più ironico e divertiti anche tu: partecipa al banchetto!”. Il punto, però, è capire quale sia la parte prevista per noi al tavolo: serviti o servitori? Il punto è che il tavolo non deve nemmeno esistere. La poesia non va affatto sostenuta: via la maschera d’ossigeno, via la flebo, e sia quel che sia: che crepi, se deve crepare, che si alzi e fugga con passo da strega, da vera strega, lontano da questa festa di critici inebetiti dal nulla.
Per quanto riguarda i ragionieri del verso, i gabellieri dello stile, gli sdoganatori di talenti, i pesatori dell’anima, ormai il bivio è certo: o la tirannia o l’anarchia della mediocrità. Ecco la mia proposta: diamo pieni poteri, per un anno, a una mente sola, che disfi e costruisca a suo piacere la letteratura nostrana, in piena e totale responsabilità. Meglio, in totale irresponsabilità. Poi, ceda il posto al genio successivo. E così via. Sono certo che nell’arco di un lustro o poco più, ci sarebbe davvero una reviviscenza, una fioritura rinascimentale di arte e di pensiero. Ma, per carità, non mettete due o tre giurati assieme. In questo caso, il dato è conclamato, si assisterà a bieche logiche di compromesso, a frustranti compensazioni per cedimenti di territori. Due o più visioni finiscono sempre per lavorare per sottrazione, al contrario di quel che si crede.
Meglio allora allargare il conflitto, e portarlo in termini globali. Prima di Lamarque, il 5 ottobre 2023, è stato il giorno di Fosse. No, non è un pessimo gioco di parole. Ormai è noto, Jon Fosse è il nuovo premio Nobel. Nel novero dei possibili vincitori c’era da tempo anche lui, sebbene non fosse (uffa!) tra i più noti (in Italia, poi, figurarsi) e certamente non tra i favoriti. Dunque, non ha vinto un americano. Tralasciamo la mortificante motivazione da studente liceale con cui lo hanno lanciato nell’empireo e si festeggi la letteratura norvegese. Si sappia, c’è ancora cultura tra i barbari. E tra un boccale di birra e l’altro lampeggino le lame. Perché le culture, a livello mondiale, si stanno masticando l’un con l’altra, se le stanno dando di santa ragione, anche se noi non ce ne accorgiamo.
La cultura, infatti, è conflitto, giacché è pensiero critico. Poi, ovviamente, si dovrebbe saper combattere con lealtà, con stima per gli avversari, con dignità e con onore.
Oh, che bello, con il cuore trafitto dai versi di un poeta più grande di noi, potergli sollevare il braccio nel giorno della vittoria e brindare con il vino che sgorga dal nostro costato…
Ahimè, temo dovremo invece accontentarci di un’altra brocca di Tavernello e, per un bel po’ ancora, star pronti a consolare i nostri mortificati giudici.
Andrea Temporelli