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“Dammi la felicità profonda e dolorosa, energia dell’odio, il potere dell’amore, ridammi la mia giovinezza!”. Liberiamo Goethe dagli ideologi: ecco perché è necessaria una nuova traduzione del “Faust”

Se il poeta, saggista e traduttore Franco Fortini lavorò per ben sei anni alla traduzione di quel caposaldo della letteratura tedesca e mondiale che è il Faust di Johann Wolfgang Goethe, il suo amico Cesare Cases (1920-2005) s’interessò di quell’opera per circa mezzo secolo (un Lebenswerk, l’opera della vita, un po’ come lo fu per il tedesco), scrivendo introduzioni, saggi, recensioni e soprattutto, accompagnando criticamente, come germanista, la versione di Fortini, ancor oggi proposta da Mondadori e ritenuta da qualcuno come “l’unica traduzione decente in italiano, l’unica” (così Roberto Fertonani).

Quodlibet è editore che, godendo di ottimo rapporto con il Centro Studi Franco Fortini, da tempo propone materiali riflessivi provenienti dalla fucina del poeta e intellettuale (a proposito del Fortini traduttore, ricordo Lezioni sulla traduzione, a cura e con saggio introduttivo di Maria Vittoria Tirinato, pubblicato nel 2011). Attingendo nuovamente all’archivio di quel Centro, sono proposti di recente in Cesare Cases, Laboratorio Faust. Saggi e commenti (ottimamente curato da Roberto Venuti e Michele Sisto), due corposi inediti di Cases: le Osservazioni dattiloscritte (101 fogli) alla citata traduzione del Faust e le note di commento, manoscritte e risalenti agli anni 1985-1988, destinate ad accompagnare la traduzione di Casalegno che sarebbe uscita poi per Garzanti, interrotte al verso 3290 del testo goethiano.

Pienamente riusciti nell’intento di rendere omaggio al germanista milanese nella ricorrenza centenaria della sua nascita, editore e curatori hanno anteposto ai due importanti inediti tutti i saggi e i commenti usciti dal “laboratorio Faust” di Cases e pubblicati in varie occasioni tra il 1957 e il 1971. Un libro che, erroneamente, si potrebbe pensare per soli addetti ai lavori: traduttori cavillosi, germanisti, marxisti ed ex-marxisti, studiosi lukacsiani (del critico György Lukács Cases fu a lungo grande estimatore, tanto da essere definito negli anni Sessanta suo “missionario” in Italia), aspiranti Faust…

In realtà, come ben sottolineato da Sisto nella sua introduzione, leggere (o rileggere) nel suo lungo percorso il continuo corpo a corpo del critico con il Faust (e Goethe) significa ripercorrere anni cruciali della storia editoriale, ideologica e politica, non solo italiana: “La repentina ripoliticizzazione del campo letterario nel ’68”, ricorda ad esempio Sisto, “farà sì che, almeno provvisoriamente, il Faust militante e comunista, o più precisamente marxista-critico, di Cases si affermi sui concorrenti”.

Non meno interessanti, e godibili per tutti, le tante osservazioni, i consigli, le correzioni (non sempre accolte dall’amico) che Cases destinò a Fortini in merito alla sua versione faustiana. Non poche, bisogna dirlo, per pignoleria e solerzia del milanese, ma anche perché, va ricordato, il poeta si autodefiniva “traduttore muto” (riconosceva cioè di non avere la padronanza attiva della lingua di partenza), ammettendo altresì di possedere il tedesco “molto mediocremente”, tanto da dover ricorrere, oltre che all’amico germanista, anche alla moglie, Ruth Leiser, madrelingua. Un esempio, utile per intendere l’importanza degli interventi di Cases: il verso è il 194 del Faust e in tedesco suona “Gib ungebändigt jene Triebe”; Fortini aveva proposto “[ridammi] l’impeto senza limiti”, ma il milanese rimarca senza fronzoli: “Tutti traducono così, ma non è giusto, perché letteralmente si dice: rendimi indomiti quegli istinti”. E il poeta-traduttore accolse la correzione, seppur non letteralmente: “Rendimi indomiti quegli impeti”.

Sollecitato dai frutti della lunga avventura goethiana condivisa da Cases e Contini, ma chiamando in gioco anche la citata e più recente versione di Andrea Casalegno, propongo di seguito una mia versione di alcuni versi dal Faust, convinto che quest’opera, variamente (e spesso ideologicamente) tradotta, celi ancora un’intera foresta di significati, più o meno coscientemente “risparmiati” al lettore italiano. Un piccolo saggio di traduzione, niente di più. Per sollecitare un confronto, in chi possedesse le versioni Fortini e Casalegno.

Per rimarcare come, per esempio, in assenza di indicazioni goethiane testuali, dunque per scelta ideologica, si sia proposto reiteratamente Natura con la maiuscola.

Per lamentare come la sostantivizzazione di werden (divenire), ein Werdender (v. 183), assolutamente centrale nella Weltanschauung goethiana, perché significante la natura metamorfica di ogni elemento, sia stata resa con i banalissimi e svianti “chi si viene formando” (Fortini) e “chi sta cercandosi” (Casalegno) e non con il semplice ed aderente “uomo in divenire”.

Per mettere in discussione tante altre “piccole” scelte. Dalla soluzione “impossibile” di Fortini per il v. 176 (“sarà commosso ora uno ora altro sentimento”, ma il soggetto di quella frase non è il “sentimento”, ma l’arcaico das Gemüte (l’anima), a quella del tutto stravolgente, per non dire sviante e riduttiva, di Casalegno per il v. 171: “molte illusioni e un pizzico di vero” per rendere “viel Irrtum und ein Fünkchen Wahrheit”. Perché confondere “errore” con “illusioni” (si potrebbe scrivere un trattato su ciò che li distingue)? Perché quel “pizzico”, così ridicolo rispetto all’immagine della “scintilla”? Perché limitarsi al “vero”, anch’esso termine caricatosi nel tempo di ben altro significato rispetto a “verità”? E così via. Buona lettura.

Vito Punzi

***

PROLOGO IN TEATRO

Il direttore, il poeta del teatro e il buffone

(versi 134-197)

POETA

       Vattene e cercati un altro servo!

135 Per amor tuo il poeta dovrebbe giocarsi da scellerato

       il diritto supremo, il diritto umano

       che natura gli ha concesso?

       In che modo commuove i cuori?

       In che modo vince ogni elemento?

140 Non è forse con l’armonia che si fa strada dal petto

       e che riannoda il mondo nel suo cuore?

       Quando la natura indifferente avvolge al fuso

       l’eterna lunghezza del filo,

       quando la folla disarmonica degli esseri

145 strepita fastidiosamente:

       chi suddivide la corrente e sempre identica sequenza 

       vivificandola, così ch’essa si muova ritmicamente?

       Chi chiama il particolare alla dignità universale,

       facendolo risuonare in accordi mirabili?

150 Chi scatena la tempesta delle passioni?

       Chi arroventa il rosso crepuscolo nell’anima più severa?

       Chi sparge tutti i bei fiori di primavera

       sul sentiero dell’amata?

       Chi intreccia verdi foglie insignificanti

155 facendone corona d’onore per meriti d’ogni tipo?

       Chi preserva l’Olimpo? Chi aduna gli dei?

       L’energia umana rivelata nel poeta!

BUFFONE

       Dunque ne avete bisogno, delle belle energie,

       e dedicatevi alle faccende poetiche

160 come ci si dedica ad un’avventura d’amore.

       Per caso ci si avvicina, si prova qualcosa, si resta,

       e poco alla volta si viene irretiti;

       cresce la felicità, che poi diventa contrasto,

       si è dapprima entusiasti, poi avanza il dolore

165 e quando meno ce lo si aspetta è già un romanzo.

       Diamolo anche noi uno spettacolo così!

       Prendete però a piene mani dall’intera vita umana!

       Ognuno la vive, non a molti è nota,

       e da qualsiasi parte l’afferriate è interessante!

170 Poca chiarezza in immagini variopinte,

       molti errori e una scintilla di verità,

       così si prepara la migliore pozione

       che tutti rinfresca ed edifica.

       Ecco dunque il fior fiore della gioventù radunarsi

175 per la vostra recitazione e tendere l’orecchio alla rivelazione.

       Ogni anima tenera succhierà allora

       dalla vostra opera malinconico nutrimento,

       ne rimarranno emozionate prima l’una, poi l’altra,

       ciascuna vede cosa porta in cuore.

180 Sono ancora pronti, sia a piangere che a ridere.

       Onorano ancora l’estro, godono dell’apparenza;

       l’uomo compiuto non c’è modo di soddisfarlo,

       chi è in divenire sarà invece sempre grato.

POETA

       Ridammi allora anche i tempi

185 nei quali io stesso ero ancora in divenire,

       quando una fonte di canti concisi

       si comportava come ininterrottamente nuova,

       quando nebbie mi celavano il mondo,

       il bocciolo prometteva ancora un miracolo

190 quando coglievo le migliaia di fiori

       che copiosi riempivano ogni valle!

       Non avevo nulla e tuttavia era abbastanza:

       l’anelito alla verità e il piacere nell’inganno!

       Dammi indomiti quegli impulsi,

195 la felicità profonda e dolorosa,

       energia dell’odio, il potere dell’amore,

       ridammi la mia giovinezza!     

*In copertina: Joseph Wright of Derby, “Alchimista alla ricerca della pietra filosofale”, 1771

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