24 Ottobre 2026

Piero Gobetti, o della “prodigiosa giovinezza”

Un secolo fa, il 15 febbraio 1926, Piero Gobetti moriva a Parigi per i postumi delle percosse subite dai fascisti e le sue spoglie tuttora riposano nel cimitero del Pere Lachaise, non lontano dal Muro dei Federati. Nelle celebrazioni del centenario gobettiano si è inserita ora opportunamente l’antologia curata da Diego Gabutti, Rivoluzione liberale e altri scritti (Massari editore, collana Eretici e/o sovversivi, n. 40), preziosa silloge di testi suoi e dei principali intellettuali italiani che gli gravitarono attorno. La raccolta è preceduta da una densa introduzione di Gabutti, Gobetti, o l’alba (e il tramonto) delle controculture novecentesche, ricca di collegamenti a quel contesto come allo Zeitgeist attuale, e da una Vita breve e burrascosa di Piero Gobetti stesa sempre dal curatore. 

Con la distanza oggettivizzante dei posteri, di chi può contemplare l’eroe della Rivoluzione liberale e i suoi tempi con il sereno distacco della storicizzazione, la figura di Gobetti resta non come quella di un filosofo, letto di Procuste in cui alcuni forzatamente hanno cercato di adagiarlo, ma come quella di uno straordinario pubblicista, organizzatore di cultura ed editore la cui opera serba qualcosa di portentoso se si considera il brevissimo arco temporale in cui si svolsero il suo pensiero e la sua azione. 

Norberto Bobbio, nel magistrale ritratto di Piero Gobetti che premise alla biografia gobettiana di Umberto Morra di Lavriano, scrisse: 

“Per quante volte mi sia accaduto in questi anni di tornare a riflettere sull’opera di Piero Gobetti, non posso trattenere un moto di sorpresa, quasi di incredulità, di fronte alla sua prodigiosa giovinezza. Mi sono domandato spesso se vi siano altri esempi nella nostra storia di tanta ricchezza e varietà e densità di opere in così breve spazio di anni. Non ne ho trovati. Gobetti resta un esempio unico e, ripeto, meraviglioso, di un’opera consumata in pochissimi anni e apparentemente compiuta. Se Croce e Gramsci fossero morti a venticinque anni sarebbero ricordati, il primo, come un giovane studioso di storia locale troppo presto strappato agli studi, il secondo come una sicura promessa di un giornalismo insieme colto e polemico”. 

Riecheggiando la domanda di Bobbio non saprei trovare davvero alcun parallelo nella storia culturale italiana di una simile parabola. Anche pensando a ingegni meravigliosi come Renato Serra, morto trentenne sul Podgora, non si potrebbe instaurare un possibile confronto col peso specifico di Gobetti, destinato a altre risonanze nel nostro itinerario civile rispetto al “fremito di voluttà”, come lo definì Croce, dell’Esame di coscienza di un letterato, testimonianza di un eccezionale talento letterario prestato però all’accarezzamento di torbide fantasie estetizzanti intrecciate alla mitizzazione decadente della guerra.

Gobetti resta una monade meravigliosamente isolata nella intera storia della cultura italiana e negargli lo status di filosofo e di storico non equivale affatto a sminuirlo ma, anzi, a ricollocarlo nella sua autenticità, nella sua effettiva sfera di promotore di cultura che poté fondare tre leggendarie riviste (Energie nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti), spaziare con voracità gnoseologica ineguagliabile in ogni ambito della cultura e pubblicare oltre un centinaio di volumi che assommarono il meglio dell’intellettualità italiana del suo tempo, dando in luce anche il capodopera della poesia italiana novecentesca, Ossi di seppia. 

A campeggiare su tutte quelle modeste edizioni, commoventemente stampate in forma poveramente artigianale, su carta fragilissima, era il motto greco, mediato da un altro grande esempio di libertà, Vittorio Alfieri, “Ti moi sun douloisin?”, Che cosa ho io a che fare con gli schiavi?, motto inscritto in un logo disegnato appositamente da Felice Casorati. In tempi di così forte offuscamento delle coscienze e asservimento della cultura, della stampa e delle istituzioni il solitario motto alfierian-gobettiano si ergeva luminoso a indicare il principio inviolabile della libertà della coscienza e del pensiero, non assoggettabile a nessuna censura e a nessuna dittatura. 

Si sa che Gobetti definì il fascismo “l’autobiografia della nazione” e che tale definizione andava in lui a braccetto con la critica, fortemente imbevuta dell’influsso di un autore come Alfredo Oriani (oggetto proprio di una maldestra rivendicazione mussoliniana come anticipatore del fascismo!), al “Risorgimento senza eroi”, volendo con ciò indicare che il processo di unificazione risorgimentale sarebbe avvenuto per puro indirizzamento elitario, senza una concreta partecipazione ad esso delle masse popolari. Un’Unità raggiunta in modo così lacunoso e imperfetto sarebbe stata la precondizione per la fragilità istituzionale che avrebbe condotto, decenni dopo, all’avvento del fascismo, punto culminante di tutta una storia italiana che sarebbe stata costellata di prodromi di esso. 

La critica al Risorgimento di Gobetti sarebbe stata confutata da storici rispetto a lui ben più strutturati come Adolfo Omodeo e altri, che avrebbero smontato le argomentazioni appassionate e ‘revisionistiche’ di Gobetti (uso il termine virgolettandolo in quanto ogni giudizio storico che sia tale è necessariamente revisionista). Ma, in fondo, poco importa che Gobetti avesse ragione o torto a proposito del Risorgimento. La diagnosi sull’eziologia della malattia fascista nell’organismo politico e civile italiano poteva anche essere lacunosa, ma la descrizione della retorica e della mistificazione del linguaggio e dei costumi del regime resta di un’esattezza e di una lucidità impressionanti. 

Se rileggiamo il celeberrimo Elogio della ghigliottina, qui riportato, Gobetti vi esegue un’impietosa radiografia di Mussolini e del suo sistema politico. Nello scritto si assiste a una certa confusione di Gobetti, che affastella insieme il fascismo, il “garibaldinismo” e l’attualismo gentiliano di cui aveva pure subito, in precedenza, la fascinazione, saldando in un nodo improprio la speculazione di Gentile con la sua adesione al regime, quando, invece, i nodi teorici dell’attualismo solo esternamente hanno una tangenza con una inclinazione che fu invece pratica e contingente. Tuttavia, a parte queste considerazioni marginali, la fenomenologia di Mussolini uomo e politico è lucidissimamente descritta.

“Il nostro antifascismo prima che una ideologia, è un istinto”.

Gobetti discorre di un pessimismo da Antico Testamento, “senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani delusione di ottimisti”, e contrappone la serietà al dannunzianesimo, contrassegnando con tale categoria non il poeta D’ Annunzio ma il retore, il “Maestro di vita”, lo sdoganatore di una visione del mondo e della lotta politica basata sul dilettantismo (“dilettante di sensazioni” lo aveva definito Croce), l’esaltazione della voluttà e dell’abbandono allo slancio vitale.

“Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’umanità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. Chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa vedere chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un de Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada?”

Altrove, nello scritto intitolato semplicemente Mussolini, dirà del Duce:

“La sua figura di ottimista sicuro di sé, le astuzie oratorie, l’amore per il successo e per le solennità domenicali, la virtù della mistificazione e dell’enfasi riescono schiettamente popolari tra gli Italiani. Gli manca il senso squisitamente moderno dell’ironia, non comprende la storia se non per miti, gli sfugge la finezza critica dell’attività creativa che è dote centrale del grande politico”.

Viene da accostare la diagnosi così tempestiva e precisa che Gobetti fece della retorica come cemento dell’ideologia fascista con la sferzante satira che molti anni dopo fece di essa Carlo Emilio Gadda nel suo pamphlet Eros e Priapo. In un libello non politico ma letterario Gadda mise a nudo impietosamente la trombonaggine e l’inconsistenza intellettuale su cui si reggeva la grancassa mussoliniana. Se Gobetti avesse fatto in tempo a leggere la vivisezione gaddiana del fascismo, la vera e propria psicanalisi cui sottopose l’isteria e il fallocentrismo di Mussolini, avrebbe sicuramente sottoscritto quella lucida satira al vetriolo.

Sia in Gobetti che in Gadda emergeva nettamente la dimensione carnevalesca del fascismo, dimensione che lo distingue dalla maggior parte delle altre dittature o totalitarismi del Novecento. Tragicamente serio fu il nazionalsocialismo, intriso anzi persino di derive verso il demoniaco e la magia nera; tragicamente serio fu il comunismo sovietico e così, per fare solo alcuni esempi, per converso, dittature di destra come il franchismo spagnolo. Lo spazio per l’imperialismo e il bellicismo di cartapesta, tra il carnevale e la sagra paesana, sembra esserci unicamente nell’esperienza fascista, tipico esempio di dittatura all’amatriciana, improvvisata e sgangherata nel suo lessico, nella sua simbologia e nel suo involontariamente comico arsenale retorico. Va notato, del pari, come il giovanissimo intellettuale torinese fosse molto più preveggente di Croce e della classe politica liberale nell’intravedere come il fascismo non fosse un’invasione degli hyksos, un male che aveva all’improvviso aggredito un organismo sano, ma qualcosa che si era originato da scompensi e inadeguatezze pregresse della nostra politica. 

Non altrettanto radiografico fu giocoforza il giudizio che Gobetti dette di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre, per cui ebbe anche un’infatuazione intellettuale. L’ingenua asserzione per cui l’opera di Lenin e Trockij sarebbe “un’affermazione e un’esaltazione di liberalismo” non può essere conteggiata come una colpa di Gobetti. Il trasporto giovanile verso un gigantesco rivolgimento politico e sociale che si stava attuando si univa all’incertezza e parzialità delle fonti cui Gobetti poteva attingere e tacciare l’intellettuale torinese di filocomunismo sarebbe quanto di più grezzo e improprio si possa immaginare. L’errore di valutazione di un Gobetti giovanissimo fu comune a buona parte dell’intelligencja europea di quei decenni, intrappolata nel gigantesco equivoco di un’adesione per motivi astrattamente anche giusti ad un’ideologia che, nella sua concretezza, aveva rapidamente virato verso il terrore e il totalitarismo. 

Gobetti rimane un liberale eretico, che si è abbeverato alle fonti del liberalismo e considera Croce ed Einaudi fra i suoi maestri, ma che, allontanatosi dai binari del pensiero liberale classico, nel suo tumultuoso accavallarsi di esperienze culturali si volge ad altre esperienze politiche in cerca di una contaminazione forse impossibile. Nella sua introduzione Diego Gabutti nota opportunamente che “Comunismo”, ai tempi, è un lemma che non ha preso ancora sostanza e che suona all’incirca come un abracadabra. In quel violento e sconnesso dopoguerra il comunismo semplicemente non esiste. È una parola grossa, come oggi “pacifismo, e come pacifismo priva di contenuto, cioè d’una dimensione storica”.

Il bolscevismo con cui Gobetti ingenuamente flirtò è, appunto, una dimensione in realtà scorporata dalla realtà effettuale e, nel suo pensiero, relegata a vagheggiamento sovrastorico da cui sarebbe ben presto guarito se avesse visto l’evolversi successivo, della Rivoluzione d’Ottobre. Anche in questo caso Gabutti ha ragione da vendere: 

“C’è da dubitare che la Rivoluzione Liberale, per quanto spregiudicata nelle sue formule politiche decisamente post liberali, avrebbe preso partito per il comunismo reale, di cui il fascismo, al quale aveva dichiarato guerra, si sarebbe rivelato solo un parente povero”.

Non si poteva chiedere e pretendere nulla di più da Gobetti e dalla sua eccezionale parabola culturale, di necessità soggetta a limiti di visione e di orizzonte che, più che suoi individuali, furono dello spirito del suo tempo. Molti anni dopo la morte di Gobetti si sarebbe giunti a parlare, a mio avviso con enfasi fuori luogo, dell’“Eterno fascismo italiano”. Nella sua diagnosi dell’“Ur-Fascismo” italiano Umberto Eco coglieva benissimo le caratteristiche di fondo dell’ideologia fascista ma postulava una visione storicamente ricorsiva del fascismo stesso che finiva con lo scindere quel movimento politico dal concreto humus storico e sociale in cui ebbe origine per farne una categoria permanente e sovrastorica. È davvero necessaria una tale “idealizzazione” sovrastorica per spiegare autoritarismi e dittature che spesso, al di là dei meriti repressivi, ben poco hanno a che fare col fascismo propriamente detto, che va invece collocato nella sua epoca e nel suo brodo di “cultura”?

Senza sconfinare in una questione che trascende di gran lunga l’oggetto di questa nota, è comunque innegabile che la fascinazione perenne dell’essere umano verso i demagoghi e i capipopolo, sia qualcosa di strutturale e ineliminabile e che il pensiero libero e “liberale” sia sempre nella storia appannaggio di pochi. Esondando nello scenario contemporaneo, il trumpismo e gli altri movimenti populisti tesi a sobillare i peggiori istinti di pancia dell’essere umano confermano il rinascere ciclico di questi fenomeni. Proprio per questo la lettura o rilettura degli scritti di Gobetti, modello luminoso di libertà e coraggio, sarà sempre un toccasana contro le ventate della retorica e della menzogna. 

Alessio Magaddino

*In copertina: Piero Gobetti con la moglie, Ada Prospero

Gruppo MAGOG