“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
In un’incisione di Escher chiamata Liberazione, un papiro di carta si trasforma in una serie di uccelli bianchi e neri, lievi creature dell’aria che premono per uscire dalla cornice, verso l’altrove a cui sono destinati. Mi pare che questa straordinaria metamorfosi tocchi in sorte anche a Il dono, l’ultima splendida opera in russo completata da Vladimir Nabokov nel 1937.
Si tratta di un libro-totem, uno sfolgorante esempio di Wunderkammer, una matrioska di meraviglie che, come suggerisce apoditticamente il titolo, si offre in dono al benedetto lettore che si accosta all’opera con un misto di suggestione e timore.
Che sfumino le luci in sala: lo spettacolo di Volodja può iniziare. La lanterna magica è pronta, le voci diventano sommesso bisbiglio: noi guardiamo meravigliati lo schermo bianco che all’improvviso prende vita, come bambini incuriositi che con la lente d’ingrandimento apprendono i dettagli del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch.
Al centro del libro, come diamante o punto luce da cui si irradia un iridescente nitore, c’è la vicenda di un giovane russo, Fëdor Godunov-Cerdyncev. Emigré a Berlino, fa parte di quel consistente numero di persone che abbandonano la Russia all’indomani dello scoppio della Rivoluzione, per installarsi come una pioggia di meteoriti soprattutto a Berlino, Parigi e Praga. La parabola descritta da Nabokov regge un arco di tempo di tre anni, dalla primavera del 1926 all’estate del 1929. La linearità cronologica viene sconvolta da una narrazione che passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona, saltando da un piano temporale all’altro: solo verso le ultime pagine scopriamo che il romanzo che noi stiamo leggendo e che ha per protagonista Fëdor Godunov-Cerdyncev è lo stesso che lui sta scrivendo.
“E di quel romanzo cominciò a parlare, come se fosse l’unica, la più bella e naturale espressione della sua felicità […] Ecco cosa vorrei scrivere – disse. Qualcosa che somigli al lavoro del destino su di noi”.
Nabokov ha sempre ribadito che non intendeva riprodurre il contesto sociale in cui viveva; tuttavia, non è difficile scorgere in filigrana le vicende in cui si dibatte la galleria di stralunati, nostalgici e irrequieti russi trapiantati nel cuore dell’Europa. Ne daranno un quadro fulminante Chodasevič, il poeta del ’900 più apprezzato da Nabokov, e Nina Berberova, nella necessaria biografia Il corsivo è mio. Ci sono letterati o presunti tali mossi dall’invidia, altri dall’ambizione più spinta, altri ancora legati a doppio filo con la politica e il presente storico, dove echeggia ancora sordo il tuono della Rivoluzione. E tuttavia, su tutto e su tutti regna una sovrana e olimpionica ironia, lo sguardo beffardo di un Nabokov che intima sempre allo sprovveduto lettore di non “identificare il disegnatore con il disegno”. Non vi è arte suprema senza il tenero ghigno dell’ironia, non è grande e fervida immaginazione quella che non sa prendersi gioco di sé stessa e degli altri.
C’è una Berlino diurna, fatta di circoli letterari, pozzanghere e mesti appartamenti claustrofobici; e c’è una Berlino in versione notturna, fuligginosa e tetra, fatta di lampioni offuscati, di tram che sferragliano agli incroci delle piazze: una città che per certi versi ricorda la Parigi della Nadja di Breton o della Maga di Cortázar, dove tutto può succedere all’improvviso e in modo non premeditato, e gli incontri nascono nel dolce tepore delle coincidenze:
“L’attesa. Lei arrivava sempre in ritardo, e sempre passando da una strada diversa dalla sua. Anche Berlino può diventare misteriosa. E quel lampione sotto il tiglio ammicca strizzando un occhio. Buio, aromi, pace. […] Ti prego, non violare mai le regole del gioco, la magia dell’illusione. Coltiva l’eresia più ragionevole, fai del miracolo la tua ragione di vita. Credi”.
E poi c’è l’amore. Zina, la ragazza di cui il protagonista si innamora, è una declinazione della felicità, una strabiliante figura retorica, l’attesa della domenica per i lavoratori, il vento magico che il destino soffia sui bastoncini dello Shanghai. È una donna ed è il compimento del destino, è il sorriso sul quale si posa lo sguardo delle Muse pietroburghesi. È l’amore dell’arte e per l’arte, è un fotogramma perfetto della giovinezza, l’attimo in cui il presente si cristallizza in forma di rosa del futuro, e i frammenti del passato sono come i sassolini della famosa favola che tracciano il sentiero verso la beatitudine della creazione.
“Che cosa lo affascinava più di tutto in lei? La sua perfetta capacità di comprensione, l’assoluta sintonia con tutto ciò che lui amava. Parlando con lei poteva fare a meno di ponti e passerelle: non faceva in tempo a notare qualche dettaglio curioso della notte che lei già glielo stava indicando”.
Verso l’arte, si diceva, il diorama incantato della letteratura russa. Per Nabokov è lei la vera eroina del libro. Non è facile, per chi ha poca dimestichezza con la letteratura più bella del mondo, coglierne i tanti riferimenti e le allusioni disseminate come tane di Bianconiglio qua e là nel libro. Un nome su tutti, Puškin, figura di enorme valore letterario e adorato da Nabokov, il quale dedicherà molti anni a tradurre Eugenio Onegin in inglese. I giambi del più importante poeta russo sono spazi entro cui germogliano piante e piovono coriandoli, cassetti dell’immaginazione da cui saltano lepri, canali di San Pietroburgo e appelli d’amore lanciati dalle profondità siberiane. Come una farfalla o un usignolo, i suoi versi attraversano i cieli, le catene montuose e gli altopiani dell’Europa Centrale, prima di posarsi sulle piccole schede a righe dove Vladimir Nabokov sta scrivendo Il Dono. Non solo Puškin, ma anche Gogol, altro grandissimo autore caro a Nabokov (gli dedicherà una bellissima e sofferta monografia – in realtà una dichiarazione di poetica nabokoviana). L’intero quarto capitolo è invece occupato dal libro di Fëdor su Cernysevskij, autore di Che fare? contro cui Nabokov arma un corrosivo pamphlet.
Il Dono è anche uno splendido e accorato omaggio verso la sua lingua madre, almeno per quanto riguarda la creazione letteraria. Tutti i suoi libri successivi saranno scritti in inglese.
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Il padre di Fëdor, misterioso e carismatico, veste le sembianze di un viaggiatore medievale, un Ibn Battuta degli Urali a spasso nelle vaste lande dell’Asia Centrale. Per Serena Vitale, splendida traduttrice del libro, è la figura più cara all’autore, tra tutti i personaggi evocati nel romanzo. Nabokov stesso, in un’intervista rilasciata anni dopo, alla domanda su quali siano i personaggi da lui creati a cui si sente più affezionato, risponderà: “Lolita, Il padre di Fëdor e Pnin, in quest’ordine.”
Il viaggio, parola salvifica, in russo è un complicatissimo incontro di consonanti, dal suono aspro e taumaturgico. Chissà se su questo rifletteva il padre, cavaliere errante, mentre percorreva le impervie mulattiere del Tian Sham o le quiete sabbie del Gobi. Le tenebre della notte asiatica si dileguano rapide all’incedere dell’alba, gli spazi si aprono come per la prima volta allo sguardo. In quel momento:
“era semplicemente felice al centro di un mondo ancora vergine in cui ad ogni passo nominava le cose senza nome.”
Ecco l’estremo azzardo, la sfida indicibile: la Genesi della parola, l’alfa della creazione.
Ne sono simbolo lieve, nel bestiario affettivo di Nabokov, le tanto amate pieridi. Seguiamo la lunga e meticolosa migrazione di questi variopinti fiori dell’aria, magia di tempo, alchimie geografiche e distanze siderali: dalla steppa africana al nord Europa, fino alla campagna di San Pietroburgo. Solo un mago come Nabokov poteva dare un respiro di epopea allo svernamento delle farfalle.
Nel cilindro delle meraviglie di Volodja, c’è spazio anche per Marco Polo, l’illustre viaggiatore veneziano, leggendaria figura di esploratore di territori nuovi e sconfinati, predecessore ideale del padre di Fëdor. A pag. 162 della mia copia de Il Dono conservo, come fosse un quadrifoglio o un petalo di fiore, una piccola riproduzione de La Partenza di Marco Polo da Venezia. Nabokov la descrive così:
“Era rosa, quella Venezia, ed era rosa l’acqua della sua laguna, con cigni due volte più grandi delle barche; degli uomini viola scendevano lungo un’asse in una di quelle barche per raggiungere la nave che li attendeva un po’ più in là con le vele serrate – e non riesco a liberarmi da questa misteriosa bellezza, da questi antichi colori che fluttuano davanti ai miei occhi come alla ricerca di nuovi contorni”.
Pare di entrare in un’altra dimensione, confortati dalla presenza delle Muse. Voglio dire: come entrare in una miniatura di amanuense, tra bestie mai viste, caratteri che diventano torrenti d’edera e felce dove mulinano uccelli preistorici. Leggere Il Dono, leggere Nabokov, è come rievocare una quêtemedievale, ammirati testimoni del sortilegio. Quando Marco Polo era in punto di morte, gli amici lo pregarono di sconfessare quanto era parso ai loro occhi troppo inverosimile. Il grande veneziano rispose che non aveva raccontato neanche la metà di quanto aveva effettivamente visto.
Non so come si dica “meraviglia” in russo. Probabilmente, per Nabokov questa parola si vestirebbe del quieto scorrere della Mojka di San Pietroburgo, dello stormire delle piante nella residenza estiva di Vyra, del volo arabescato della “vanessa dei cardi”.
Fëdor scrive il libro che ha sempre portato dentro, Zina gli versa generose dosi di felicità. La vita lo riscalda con una luce nuova, diversa. Il maturare del suo dono si fonde con la musica del destino. Adesso sì, tutto è pronto.