Mia anima selvaggia, hai edere di pensieri, rovi di emozioni, pratiche che non abiurano al sole. Brada e indocile, fuori controllo, lieve come un grande felino, danzi nel cuore della fiamma, mentre la luce disegna i contorni e li riempie.
Morali esangui dettano prospettive esigue, mentre un cielo gialligno si apre e schianta come un corpo enfio e putre.E tu a deciderti, inascoltata, per virtù e rigore, in un canto d’ombra e spessi odori. Appartenenza senza margini, cerchio inviolato e auratico, della tenacia di un rampicante, impalpabile come serico petalo, calata fuori dall’ottemperanza, nemica di gesuitiche concessioni, tu sei anima indocile che non chiede né dà: vivi del proprio e vibri come un colore o un sentore vibrano nel suono dell’universo.
Se mai avesti, fosti dilapidatrice del tuo. Se mai vivesti, fu in virtù del non piegarti.
La notte è ora una buia promessa, un transito senza stelle, è notte come la rosa è rosa: orba a sé, sa di sé il necessario senza niente sapere, ordisce silenzi, s’imbeve di oblio.
Hugh MacDiarmid e Ghiannis Ritsos
E tu scruti le sfere, le luci puntiformi e tremorose, mentre il vento ringhia e i devoti resuscitano in preghiera.
Piccola creatura che fremi, saggia parola senza voce, ineffabile tormento di essere al mondo senza orma di sangue versato.
È giunto un altro giorno, è giunta un’altra sera, ed ecco che tutta ti offri nel diapason del tuo esonero, straniera a ogni presso di ragione, cagionevole e esposta, a viluppi di terra e cielo che muoiono nel rosso acceso.
Peregrina senza Santa Terra, in credito di mare e in debito di rive. Costretta in attese insettiformi, spina nella carne del mondo, dedalo senza sosta, male senza revoca; abbracciata al bene che puoi, derisa e esule, votata ad esiziali inganni e foriera di veritativi riverberi.
Io ti canto senza canto, ti dono ciò che già hai, ti vedo quale tu ti vedi, e in te sono e non sono. Osserva, mia fragile e ostinata foglia, il cielo è già caduto dai cardini celesti. Le omissioni sono il più lungo tratto, un solco di spume nel mare rabbioso di un vastissimo smarrirsi.
Ho idea che i tuoi virgulti siano a digiuno di sole, ho idea che il tuo respiro sia sete inappagata di te stessa. Ma se la linea debordante delle ferite è un compasso di sangue, è anche vero che il suo raggio è memoria.
Siamo venti senza cielo, anima sofferente, sparsi giunchi e aghi di pino sulle mareggiate del sole.
Mia fragile spiga, so bene che il ricordo resta la più lunga veglia. E tu ricordi. Pervicacemente ricordi. Stracci polverulenti di verde virato al giallo erano l’arena di un mattino di fasti lontani: eri pubescente e già sapevi l’ABC, ti gongolavi nel miele del sole, danzavi e ridevi come un’innocente. Niente sapevi dei breviari dell’età matura, e questa era la tua salvezza. Calciavi le pietre e te ne andavi vagabonda. Se capitava spartivi la notte con chi capitava, a volte la chitarra era una scimitarra, i tamburi uno spicchio di luna, il vino un porto sicuro.
Sia domani come allora, perché proprio ora, mia sensitiva anima, vorrei donarti un po’ di quel tempo, e polle di margherite invasate di luce, e distese di verde senza recinti, vasti grani ridondanti d’oro… Anche se il canto è spezzato da soglie amare.
Sia tua forza, allora, la libertà che fu, possa tu avere cura delle libagioni di domani, e siano entrambi una mano felice che in salvo ti ponga.
Un giorno, ne sono certo, condurrai un vespro alle soglie di un cielo color lapislazzulo, come se quel mentre fosse sempre e per sempre, un avvento di te danzerà tra giostre abbandonate e cimiteri di vetture. Lo zingaro delle lune, col suo tozzo di pane, ti guarderà con iridi che descriveranno un verde volo. “I cani randagi hanno sempre vele,” ti dirà con un filo di voce quasi impercettibile. E tu raccoglierai un’alba di fresco rosa nello specchio d’acque del tuo cuore. Berrai ancora forte e griderai il tuo nome come se fosse quello di tutti i mondi e di tutte le cose create.
Massimo Triolo
*In copertina: Gustave Moreau, La Peri, 1865