“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Vorrei conoscere il destino della polvere per sapere se ha luoghi che le appartengono, se si abitua subito al buio o prova pena, se si spegne o si illumina; sotto le scarpe sento il pietrisco che geme mentre il caldo ancora opprime, una voce mi indica la tomba di Marc Chagall, ho appena varcato la soglia del cimitero di Saint-Paul-de-Vence, mi giro verso destra, c’è una tabella con su scritto Allé B Allé C e, accanto, una freccia con su scritto CHAGALL.
La voce è di Antonella Attanasio, ha portato me e mia moglie Lucia in questo meraviglioso borgo medievale della Provenza-Costa Azzurra dove visse gli ultimi venti anni il grande pittore bielorusso nato Moishe Segal, diventato in russo Mark Zacharovič Šagal prima di adattare il nome alla francese una volta trasferitosi a Parigi.
Il caldo si è attaccato al giorno e stringe anche il pomeriggio, il sole sosta sulle colline intorno e pare non aver voglia di andarsene. Antonella, che vive con la famiglia a Mougins dove è morto Picasso, confessa di essere stata spesso qui ma di non essere mai entrata nel cimitero. Solo qualche turista si avvicina alla tomba del pittore, dopo aver calpestato l’ombra di un pino marittimo, guarda incuriosito e subito torna indietro tra le voci dei bambini; la lastra di marmo ormai, dopo tanti anni, si è trasformata in un souvenir, non si prega più, non si medita più, non si resta più in silenzio;ha smesso di essere tomba. Di lato a quella di Chagall ce n’è una che costudisce ciò che resta di Jean August Mazzi (1905-1950) e di Catherine Mazzi (1889-1951), chissà forse fratello e sorella; non c’è più memoria di loro – ma la morte forse conosce e conserva qualcuno di noi?
Lucia e Antonella osservano la lapide, commentano, fanno alcune foto poi Lucia si allontana verso l’esterno, ingolosita dalla bellezza del paese. Non c’è più la morte là dentro, solo un oggetto da portare a casa.
Il funerale di Chagall si tenne lunedì primo aprile 1985 in forma privata, pochi giorni dopo la scomparsa, avvenuta il 28 marzo all’età di quasi 98 anni; aveva dipinto fino a quel momento, lavorando a delle litografie insieme al suo stampatore e amico Charles Sorlier. La sera si era sentito male nell’ascensore privato interno alla sua villa “La Colline”; era stato installato, data l’età, per spostarsi tra il piano nobile dell’abitazione e il suo grande atelier luminoso. Morì accanto alla seconda moglie, Valentina ‘Vava’ Brodsky; si dice che le sue ultime parole siano state: Je suis toujours en train de rêver (“Sto ancora sognando”), portando anche nella morte la sua incantata leggerezza.
Anche nelle poesie, oltre che nei quadri, Chagall esprimeva la perdita del mondo natale: la nostalgia per Vitebsk, per lo shtetl e per le tradizioni distrutte dalla guerra, dal comunismo e dai pogrom. La sua poesia, come la pittura, è dialogo con Dio fatto di gioia e tristezza, memoria e speranza, colore e forma. Forte era l’amore per Bella Rosenfeld, la prima moglie, la cui morte, nel 1944, lasciò un vuoto che si riflette in versi cupi e disperati. Chagall scriveva in yiddish su taccuini, lingua con cui pensava e sognava; li leggeva e spiegava al grande poeta svizzero Philippe Jaccottet.
Un giardino verde fiorisce in me, fiori immaginari, In me si estendono le mie stesse strade. Le case mancano Fin dai tempi della mia infanzia sono in rovina, I loro abitanti si smarriscono nell’aria, Cercano un rifugio, vivono nella mia anima.
Il cimitero è piccolo, curato, sembra un orto di pietra e di verde, ha una quieta allegria o, forse, una serena rassegnazione; il frinire delle cicale che lo circonda è un continuo lamento funebre che si incastra nella luce. Nonostante le radici ebraiche e la profonda spiritualità delle opere, non venne celebrata alcuna cerimonia religiosa per onorare Chagall; così fu il volere della moglie Vava. Tuttavia, mentre la bara veniva calata nella fossa lo scrittore Leon Léneman, con il permesso del nipote Piet e della figlia Ida Chagall, cominciò a recitare a bassa voce il kaddish, la preghiera ebraica per defunti; non essendoci un minyan formale (il quorum di dieci uomini ebrei richiesto dalla tradizione), venne sostenuto dall’ambasciatore israeliano Ovadia Soffer. Finalmente mi avvicino alla tomba, bianca di luce e ricoperta di pietre, secondo l’usanza ebraica, ce ne sono centinaia, sistemate a forma di cerchio, hanno diverse dimensioni e sembrano il greto di un fiume come ad arginare la vita che ancora vorrebbe uscire fuori; alcune sono ricoperte da scritte molto semplici: “Grossman Rubin 6/10/26”, “Thanks for the joy and light you brought”, “Se rappeles que la haut qualqu’un vaille sur toi”, ricordati che lassù qualcuno veglia su di te, scritto in un francese colloquiale, con sotto il disegno a colori di una bambina sospesa in aria, forse una vaga evocazione del salmo 121 e il desiderio di ascesa al cielo di Chagall.
Avvicinati, nuvola bianca Portami in alto Sento suonare le campane laggiù E dalle case sale il fumo
Sulla tomba sono scritti i nomi di Valentina ‘Vava’ Brodsky, morta nel 1993, e del cognato Michel deceduto nel 1997. Marc non sopportava il cognato per via del carattere vanesio, eccessivo e parassitario ma Valentina era legatissima al fratello e, avendo gestito lei l’eredità e le proprietà dopo la morte del pittore, decise che la tomba a Saint-Paul-de-Vence avrebbe ospitato anche Michel. Ci sono famiglie che, in qualche modo, portano l’infelicità persino nella tomba dove invece della scala di Giacobbe si ritrovano con la propria anima impigliata nella morte, come le corna del montone di Abramo nel cespuglio.
Qualcuno dice: Non aspettarti troppa luce Lungo la strada. Le tue lacrime, le berrai da solo Alla fine del cammino.
Antonella mi dice che nel cimitero sono sepolti anche i grandi galleristi Aimé e Marguerite Maeght, amici di Chagall, che fondarono la famosissima Fondation; la vedo scendere verso una zona in basso, alla ricerca del loculo. Io non mi muovo, non ancora. Chagall dichiarò: “Non ho un solo quadro che non si ispiri o non rifletta Vitebsk”, il paese dove era nato e cresciuto. Nelle sue tele ricreò ossessivamente il paesaggio bielorusso dell’infanzia: casette di legno colorate, staccionate spruzzate di neve e la cupola della chiesa ortodossa che dominava la sua città.
La famiglia di Chagall apparteneva alla comunità ebraica chassidica, movimento religioso che poneva al centro un rapporto gioioso ed emotivo con Dio celebrato attraverso il canto, la danza e la natura. Da qui deriva la totale assenza di gravità nei suoi quadri. Capre, mucche, asini e galli non sono semplici elementi della campagna bielorussa ma creature magiche e parlanti che volano nei cieli, reinterpretando la spiritualità chassidica secondo cui la scintilla divina risiede in ogni essere vivente.
La mia mano ha forse toccato Dio? Mi sono allontanato All’incrocio delle strade È più breve il canto dell’usignolo Dove mi trovo?
Dopo la Rivoluzione russa del 1917, Šagal fu inizialmente entusiasta e venne nominato Commissario alle Belle Arti per la regione di Vitebsk, dove fondò una scuola d’arte rivoluzionaria, ma la propaganda sovietica pretendeva un’arte realista incentrata sulla glorificazione di Marx e di Lenin e non certo su animali e persone che volavano. Per questo motivo, Šagal rassegnò le dimissioni e nel 1922 lasciò la Russia sovietica, diventando per sempre Chagall.
Antonella torna indietro, dice di aver trovato la tomba dei galleristi, si trova su un secondo terrazzamento, appartata, ci sono tre pietre sulla lastra anche se non sono ebrei; le avrà forse messo qualcuno per creare una relazione interiore con il loro famoso amico.
La terra sotto i miei piedi Mi sostiene giorno e notte Giro vorticosamente tra le mie ali
Andando verso l’uscita mi accorgo che l’ombra ha coperto in parte la tomba di Chagall per farla riposare dalla stanchezza del giorno, sul lato opposto invece la luce prova a tenere ancora svegli i morti.
Davide Palmieri
*Le poesie sono tratte da: Marc Chagall, Poèmes, Cramer Editeur, Genève 1975; le traduzioni dal francese sono di Emanuela Chiriacò e Antonella Attanasio.
In copertina: Marc Chagall nel 1948, in un ritratto fotografico di Willy Maywald