“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Chiuse le valigie e raccolti i pacchi, la mattina del 12 giugno 1939, Marina Cvetaeva e il figlio Mur si siedono, secondo l’antica usanza russa, e si raccolgono davanti alla vecchia icona di famiglia. Dopo aver santificato e benedetto la partenza col segno della croce, si augurano buon viaggio ed oltrepassano la soglia dell’hotel Innova, in Boulevard Pasteur, la loro ultima dimora parigina. In stazione, il treno per Le Havre è già al binario. Appena installata nel vagone, Marina trae dalla borsa carta e penna e scrive, sulle ginocchia, una lettera all’amica Anna Antonovna Teskova, tra le persone a lei più care:
“Finiscono 17 anni di esistenza. […] Ora non è più così difficile – ora è già destino”.
Dopo molte esitazioni, presentendo con chiarezza l’esito di quel ritorno, Marina chiude così i diciassette anni dell’emigrazione e parte con il figlio per raggiungere Ariadna e Sergej, già rientrati a Mosca due anni prima.
Messe tra parentesi le incombenze e le continue preoccupazioni della vita pratica, in uno spazio di tempo che ha il sapore del raccoglimento, Cvetaeva riprende a trasfigurare il reale. Sul piroscafo Marija Ul’janova, che da Le Havre li avrebbe condotti in patria, a Leningrado, tutto fluisce tra i paesaggi che scorrono sotto il suo sguardo, gli amati libri e autori, i miti, le campane, i sogni – segni del suo personale destino.
Nelle sei pagine del suo Quindicesimo Taccuino – l’ultimo – sfilano la Svezia, con le sue montagne e i tetti rossi che paiono giocattoli; la Danimarca, con i suoi boschi fiabeschi, mulini a vento, ed “uno stupendo castello-fortezza-tempio proprio sull’acqua, con il tetto verde”. Dal profondo del cuore, Marina saluta Andersen e Selma Lagerlöf. Finché non scompare, da un capo all’altro, osserva la Danimarca nei dettagli, accogliendone in sé la suggestiva aura favolistica. Le ricorda la Boemia: patria di Mur e sua stessa, intima patria. La colpiscono le calde tinte del tramonto ed “una nuvola enorme – come una montagna” – che nasconde il sole, stanco, dietro un mistero di luce e di colori. “La schiuma delle onde” si fa “color lampone, mentre in cielo, in un lago verdastro, spiccavano dei caratteri d’oro”. Tra nembi, riflessi, raggi e ombre, tra i simboli incomprensibili che la luce, intercalata agli elementi, disegna lassù, Marina prova a seguirne il profilo, cercando di decifrarli: “cosa c’era scritto? Perché – era indirizzato – a me.”
Lungo il percorso, la voce del poeta che vive in lei si solleva, potente ed ineludibile. Trascinata dall’immaginazione e dalla prodigiosa magia del verbo, avviene in lei una metamorfosi interiore, che da comune passeggero la trasforma prima in marinaio e poi in ammiraglio d’arme. Sul confine dei ricordi incontra il sembiante dell’amato Bonaparte, paladino degli ideali rivoluzionari, diretto al confino incontro alla morte:
“Camminavo sul ponte, poi mi sono fermata e – per quanto possa parere ridicolo! non lo è – ho percepito fisicamente Napoleone in viaggio verso Sant’Elena. È pur sempre lo stesso ponte: le stesse tavole. Ma allora c’erano – le vele, e viaggiare faceva più paura. Napoleone. Sant’Elena”.
Come in un caleidoscopico effetto, vediamo Marina a fianco di Napoleone, il suo viaggio a Parigi quando, sedicenne, volle ripercorrere le sue orme. Ora è Napoleone ad affiancarsi a lei sul piroscafo che la conduce in patria. Pare suggerirle qualcosa: Marina sente che quella è la sua ultima tappa. Ancora non sa che sua sorella Asja è stata arrestata, non può immaginare l’orrore che l’aspetta (Sergej e Ariadna sono sotto sorveglianza a Bolsevo) ma, nella sua lucida chiaroveggenza, è scossa da nefasti presagi: prepara l’anima ad espiare la via del ritorno e dispone il corpo al sacrificio.
L’irreversibile destino, che pare attenderla, aleggia tra le righe:
“Parto completamente sola. Con la mia anima. Sempre in due: la testa e io, il pensiero e io, domanda e risposta, un interlocutore interiore. E – il cuore e io (fisico). E – il quaderno (questo misero, lacero) – e io”.
Un’abissale distanza la separa dal popolo di quella nave. Ogni sera, i passeggeri del piroscafo, spagnoli esuli in fuga dalla brutalità di Franco, si fanno gaudenti e annegano la tragedia nella gioia, lanciandosi in canti e danze. Mur, travolto dall’incontenibile giovinezza, pare non aver difficoltà ad unirsi a loro. È tratto altrove, nella sua personale esperienza, e lei lo osserva come da lontano, con amore materno, avvolta nel suo soliloquio interiore – lì, ora, quanto mai carico di significati.
“Mur se la gode, io non vado, non voglio disturbarlo e – non so, sto meglio da sola. Oggi, tra le 5 e le 6 – come ieri alla stessa ora, distintamente e a lungo – in ogni dettaglio – in tutte le varietà di timbro – ho sentito le campane. In tutti i toni. Molto a lungo. Heine – Nordsee – non aveva sentito anche lui le campane? Strano, alla stessa ora, due giorni di seguito. Le ho notate solo quando le sentivo in realtà già da tempo. Allora ho cominciato – ad ascoltarle”.
L’ultimo taccuino è un ininterrotto dialogo con se stessa, con le sue campane interiori, fino alla dogana, quando è costretta a tornare alla realtà. Le guardie vuotano fino in fondo il bagaglio – tredici colli – confiscano i disegni di Mur, ma non chiedono nulla dei manoscritti. Dopo un lungo sospiro di sollievo per l’incolumità dei suoi quaderni, prima di calpestare il suolo sovietico, arriva l’ultima annotazione:
“La mattina mi sono svegliata, ho pensato che i miei anni sono contati (poi lo saranno – i mesi…)
Sarà un peccato. Non solo per me stessa. Perché nessuno – come me – ha amato tutto questo”.
Sappiamo che negli ultimi due anni, in Unione Sovietica, Marina non riuscirà più a lavorare ai Taccuini. Sarà inghiottita dalle disgrazie, dagli arresti di Alja e Sergej, dalle inesauste lotte per aiutarli. Resteranno le lettere, alcuni (pochi) versi e i quaderni di lavoro alle traduzioni, unico mezzo di sostentamento.
Lucido, struggente e profetico suona dunque il suo commiato in quel 19 giugno 1939. Un congedo-inno ai Taccuini e a quello che rappresentano. Scrivere, per Cvetaeva, significa vivere. Tutta la sua opera e la sua vita incarnano questo processo fusionale dove “la vita comincia ad avere senso, significato e peso” solo quando è trasfigurata nella scrittura – che è sangue, sguardo e gesto, come diceva l’amato Rilke. Sentiamo stringersi il cuore mentre comprendiamo, con lei, che
“è tempo di togliersi l’ambra è tempo di cambiare parole è tempo di spegnere la lanterna/sul portone”.
Non è più questione di pietre preziose, la parola poetica cede (deve cedere) il passo alla responsabilità, ad una lotta d’amore estremo e irrevocabile: quello per i suoi cari. Non c’è scelta. Non può abbandonarli “nella disgrazia”.
Sulla soglia dell’Unione Sovietica, il poeta spegne (deve spegnere) la sua “lanterna magica” ma, spegnendola, ribadisce che “nessuno – come lei – ha amato tutto questo”. Parole che recano in sé tutta l’eco di un rintocco di campane. Un rintocco di obbedienza al suo destino. Una lezione di vita.