“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
C’è chi vive come fosse il lascito di un’altra era, con mani ancelle, di furtiva preveggenza. Una vita sui greti, segregata tra segreti, intendo, con la borsa piena di conchiglie, a dar credito alle città sulle nuvole nuove. Di Marija Petrovych sappiamo, sempre, da parole altrui, quasi fosse figura evanescente, di cristallina inconsistenza. Una fotografia, ad esempio, la ritrae al fianco di Anna Achmatova, sua amica e maestra – se è poi vero che la Achmatova abbia mai ammesso amicizia priva di sudditanza. Lei, Anna, è un monolite nero, volto di marziale fierezza; l’altra, Marija, pare un glicine, arroccata all’altra. Nata nel 1908 a Jaroslav’, la più piccola dei cinque figli di un ingegnere, aveva la bellezza delle creature d’acqua, sfuggenti. Osip Mandel’štam si innamorò di lei – l’amore, malcorrisposto, fermentò in una poesia, dedicata a lei, Marija, naša nežnost’, ‘nostra dolcezza’, tra le più belle del canone russo (qui ricalco dalla versione di Pina Napolitano, in: Osip Mandel’štam, Quaderni di Mosca, Einaudi, 2021):
“Maestra di sguardi colpevoli, detentrice di spalle minute!…
Non arrabbiarti, turca cara: con te mi cucirò nel sacco cieco, inghiottendo le tue parole oscure per te berrò acqua ricurva.
Tu, Maria, sei conforto di chi perisce, bisogna prevenire la morte – addormentarsi. Sto su questa dura soglia. Va’, va’ via ora. Resta ancora”.
Di campiture grigie, di scavati scampoli è fatta la vita di Marija Petrovych: nel 1925 si addestra a Mosca, presso i corsi letterari orditi nella capitale. È riconosciuta tra i più interessanti poeti del nuovo corso, piaceva a Boris Pasternak. Per vivere, traduce in particolare i poeti armeni. L’era, tuttavia, la stringe in tenaglia: gli zii, sacerdoti, scompaiono durante la repressione stalinista; nel 1936 sposa Vitalij Golovačëv che viene arrestato l’anno dopo, imprigionato nei Gulag, dove muore, nel ’42. Nei giorni dell’arresto, Marija dà alla luce la loro unica figlia, Arina.
Marija Petrovych con Anna Achmatova (al centro) e Osip Mandel’štam
Avrebbe potuto essere la musa dell’epoca, Marija, figura di rassegnato splendore; condividerà l’esistenza raminga delle vedove e delle questuanti, le “nere marusi” cantate dalla Achmatova, per metà creature del perdono per metà Erinni. Nel 1946 il critico Evgenija Knipovič bloccò la pubblicazione del primo libro di Marija Petrovych, giudicando le sue poesie “non in sintonia con l’epoca”. La bocciatura senza appello costituì, per paradosso, il carisma lirico di Marija, la sua stola, poetessa che si sceglie alternativa all’epoca, apolide alla sua era, mal sintonizzata al tempo, insensibile ai barriti della politica, insensata. Nelle sue poesie – che circolavano tra i rari amici –, così, la poetessa si figura dimentica di sé, transfuga da un mondo scomparso, che alcuna memoria può dilatare: reduce da un rogo. Spesso, la poesia è identificata con l’icona del “calabrone” che non dà pace, che ronza, punge;il poeta preferisce farsi inghiottire dal bosco, boccheggiare, rimarcare la propria assenza. Non c’è compiacimento né martirio in questa scomparsa, ma la presa d’atto di essere ai margini del secolo, non scolarizzati all’obbedire.
Hanno una intensità struggente le poesie di Marija Petrovych; di lei si ricordano gesti di grazia verso i poeti che ha amato. “Nel 1949, dopo che il figlio dell’Achmatova, Lev Gumilëv, venne arrestato per la terza volta, aiutò l’Achmatova anche finanziariamente, specie per i pacchi recapitati al carcere di Lefortovo” (Gario Zappi). Il primo libro di Marija Petrovych fu stampato a Erevan nel 1968, s’intitola L’albero lontano. Fu l’unica pubblicazione, fu sempre aliena alla fama, come se fosse un abito, la clandestinità, e bello camminare entro anni pavimentati di foglie. Morì nel 1979, poco prima dell’estate. Allora, l’amico di una vita, il poeta Arsenij Tarkovskij, scrisse uno studio di grande intensità, Il mistero di Marija Petrovych (in: Arsenij Tarkovskij, Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993). Nel testo, specie di alto risarcimento, Tarkovskij racconta la grandezza e la reticenza di Marija Petrovych:
“La sua anima di poeta autentico, dotata di un forte talento ed apparentemente tanto indifesa, era in perenne discussione con se stessa… In vita, Marija Petrovych ha visto pubblicato un solo proprio libro, comprendente un corpus tutt’altro che completo di composizioni originali e di traduzioni dall’armeno. La raccolta “L’albero lontano” venne pubblicata in Armenia grazie agli sforzi dei suoi amici di Erevan e senza che ella vi prendesse parte alcuna. Ecco perché un poeta di sì gran talento è così poco noto ai lettori. Che la causa sia anche nella modestia di Marija Petrovych, nella sua anima così riservata ed incapace di aprirsi agli estranei?”
Arsenij Tarkovskij scrive che i versi di Marija Petrovych sono “un evento luminoso nella nostra epoca”. Lei, il cui “mistero” è quello di essere “veramente un grande poeta russo”, pensava che l’epoca non fosse abbastanza luminosa, che la poesia va scritta dando le spalle, ricavando un obolo di lume dalla tenebra, un oblast’ privato e bianco. Tarkovskij ricorda che al pubblicare la Petrovych preferiva insegnare. Insegnare a tradurre, ad ascoltare la voce degli altri poeti, eleggere a canto gli sconfitti.
“Intorno a sé Marija Petrovych radunò discepoli fedeli, educandoli con cura e premura. La fedeltà all’arte poetica è un gesto di eroismo. Che il suo gesto d’eroismo sia sempre d’esempio a noi che scriviamo poesie”.
Eroismo è dare fiducia alla voce altrui, riporre la propria nel quaderno d’oro, raffinare le ore, senza rapina – è il servizio.
***
Amami. Sono nera come la pece, una peccatrice, cieca, inerme. Ma se non lo farai tu, chi altri saprà amarmi? Volto nel volto, fato confitto nel fato. Guarda come brillano le stelle nel cielo oscuro. Amami, semplicemente, semplicemente come il giorno ama la notte – e la notte il giorno. Non hai scelta: sono pura come la notte – e tu sei la mia pura luce.
*
Mentre vaghi per i boschi, all’improvviso sarai partecipe di un mistero: tutto si spalanca ai tuoi occhi, attorno – le rivelazioni sono sempre accidentali.
Nei recessi della pineta la neve è fitta – l’inverno governa senza difetto nella foresta. Ma una piramide di foglie copre un pendio: l’autunno ha ancora i suoi mercenari.
I ruscelli mormorano: ognuno ha un fine: è primavera, primavera! Nel grigio-blu non sono soltanto gli stormi a cantare – corrono le piccole prede: l’estate avanza e va…
Ho visto, udito, scoperto come se fossero nascosti tra i cespugli: primavera ed estate, autunno e inverno, conducono negoziati segreti.
Marija Petrovych (1908-1979)
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E improvvisa, una melodia, pari a un calabrone che ronza con insistenza: non si spezza e controvoglia devo aprire il quaderno.
Questa gioia lampante presto sarà gelida: chi sa che non parlo nel bianco? Chi mi ha concesso questa salvezza? Da qualche nido le rime si uniscono, insieme.
Il grande scrittore, un tempo, ci ha disonorati accusandoci di essere freddi, pallidi, con una sola faccia: ha maledetto i versi con “sangue e amore” con “pietra e fiamma”, quella continua “novità”.
Eppure, esistono consonanze piene di significato e numeri sacramentali. E così tante cose degne di onore. Quel tipo si sbagliava: innumerevole è l’amore.
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Che la vita finisca non conta non conta che sarà come se non avessi mai vissuto: il dramma è credere di lasciare tracce, come acqua nella sabbia.
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Da tutto un secolo setacci parole quell’unica parola che brilla al buio per spegnersi, all’improvviso.
Non troverai il sentiero per conquistarla, ma non dolertene: l’oscurità non può vincere e tu non sarai mai leggero.
Quindi, dimenticatene: la ricerca è vana e sei circondato da persone con cui non ha senso parlare.
Da un secolo lotti con te stesso: sprechi le tue forze – i richiami si interrompono e risuona il silenzio della tomba.
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Non ti lascerò alla morte. Saprò sfidarla. Il mio cuore proteggerà il tuo cuore. Se mi vedi pallida non è per il dolore ma per la gioia: so che sei invulnerabile.
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Achmatova e Pasternak Cvetaeva e Mandel’štam sono nomi inseparabili. Quattro segni-guida Luce-montagna che brucia con ostinazione – relazione misteriosamente luminosa.
Per sempre separati, insieme per sempre: stella che si incarica di una stella. Per noi, sono loro le quattro virtù i quattro angoli del mondo – le quattro stagioni che si rincorrono.
La nostra epoca è fondata su da quella coerenza: non c’è altro da dire tu sta inseguendo un patto di paura e vento. La piazza è ormai conclusa – una famiglia con due sorelle e due fratelli una capanna retta ai quattro lati.
19 agosto 1962, Komarovo
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Inorridita, ho radi ricordi – eppure, sono nata, un tempo… E poi? Quante volte ho vissuto? Come ho fatto a restare in vita? Signore, cosa mi è successo? Dormo da così tanto… Dio mio, che risveglio terribile, tardivo. Cammino tra estranei, come uno spettro: nessuno mi riconosce nessuno ricordo. Il mondo in cui vivevano i miei cari è scomparso. Solo il bosco è ancora un bosco: solo il cielo, le nuvole, i fioriti fiumi. Conservo questa benedizione: forse mi sono svegliata per rivivere il primo giorno.
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E i ritmi e le rime si arrampicano sul mio braccio destro, s’infilano nella manica, non sanno dove vanno non smettono. Solito ronzio del calabrone in testa – da ubriaca posso parlare di chiunque – ma, di cosa? Di una vita invano durata? Non c’è bisogno, sono stufa. Eppure, la strada è quella – ma no, non è una strada: è un allarme, sordo, confuso, è l’era del guardarsi alle spalle. Stai cercando di ricordare qualcosa, ma la memoria è una tormenta, si è rotta da qualche parte, finché non ritorna quel mio unico giorno del mondo…
1968
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È facile da capire dopo decenni: non sono di qui, sono soltanto un no. Non ho memoria dei giorni terreni. Una pianta: ecco cos’è per me il flusso degli anni – macchie sfocate sulla superficie lunare.
*
Vivo guardandomi intorno cerco di ricordare qualcosa ma sognare è insopportabile. Quest’opera, di sudori freddi, non fa per me – ma ora è ora di sistemare le cose, di raddrizzare ciò che è andato storto. Una voce tranquilla e potente mi dice: è tardi nulla può essere restituito.
Vivo guardandomi intorno cerco di ricordare la mia sconosciuta era. Ho dimenticato ciò che è accaduto. Forse ho amato soltanto il bosco, soltanto la neve. La neve – per quel mistero di luce perché posso essere stupida e il silenzio è ovunque.