23 Dicembre 2024

“La poesia è lo spirito messo a fuoco”. Onofri, Comi e Vigolo: tre poeti fuori dai canoni

Onofri, Comi e Vigolo: questi tre autori hanno rappresentato proposte alternative al canone letterario del Novecento italiano e per questo motivo sono, a volte, appena nominati e non sempre inseriti nelle antologie poetiche della nostra letteratura. In ogni caso è mancato un completo riconoscimento della loro importanza storica e della loro posizione originale e autonoma nel mondo letterario italiano del Novecento.

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L’Io-Uomo-Universo, l’Io tutt’uno col Padre, l’Io Cristo in ogni uomo”.
La cosmogonia poetica di Arturo Onofri

La poesia di Onofri è un raro caso di poesia metafisica italiana che presenta, fin dagli esordi, una costante apertura verso l’assoluto percepito dapprima come partecipazione panica alla vita dell’universo nelle prime prove poetiche: Liriche (Roma, 1907), Poemi tragici (Roma, 1908), Canti delle oasi (Roma, 1909). In seguito, dopo l’adesione all’antroposofia di Rudolf Steiner, considerato un grande iniziato della sua epoca, Onofri giunse a riconoscere un’unica essenza spirituale che pervade l’uomo e la natura. Steiner, infatti, affermava che ogni uomo potesse sperimentare in sé il proprio Io spirituale che, attraverso il Cristo, si unisce allo Spirito presente nell’universo. Onofri compì un tormentato e complesso itinerario spirituale per approdare infine agli insegnamenti dello Steiner, da lui riconosciuto come il proprio Maestro. Fino a questo significativo traguardo la sua ricerca aveva manifestato «uno sforzo conoscitivo e auto indagatore sempre perseguito fra studi e esperienze vissute, fra scritture e conoscenze del mondo».

Ora, invece, egli sperimenta un’intensa esperienza interiore, la presenza divina nell’intimo della sua anima. Questa esperienza, di cui scrive nel testo Miracieli. Storia dell’uomo nuovo, risalente al 1920, può essere paragonata sia a quella dei mistici cristiani che a quella dei mistici orientali e, secondo Onofri, può essere provata da ogni uomo. Egli, però, in quanto letterato volle testimoniarla nella sua opera poetica. Compose quindi il ciclo lirico della Terrestrità del sole costituito da diversi volumi: Terrestrità del sole (Firenze, 1927), Vincere il drago (Torino, 1928); uscirono postumi, invece, i volumi: Simili a melodie rapprese in mondo (Roma, 1929), Zolla ritorna cosmo (Torino,1929), Suoni del Graal (Roma,1932), Aprirsi fiore (Torino, 1935). Il poeta ebbe una vita breve: nato il 15 settembre 1885 a Roma, morì a Roma la notte di Natale nel 1928.

Il ciclo lirico della Terrestrità del sole fu a volte sbrigativamente liquidato come un tentativo di trasformare nel linguaggio poetico le formulazioni concettuali di Steiner. In realtà dall’antroposofia Onofri accolse i concetti che stimolavano maggiormente la sua fervida immaginazione artistica e inoltre egli elaborò una sua poetica personale in cui confluirono diversi apporti tra i quali quello fondamentale di Novalis. Egli seguì l’idea del poeta tedesco che in ogni parola c’è uno spirito da lei evocata, ma tale potenza evocatrice si attua attraverso il contributo dell’uomo in quanto egli possiede la coscienza spirituale di quell’essenza che la parola esprime.

La sfida di Onofri sarà allora quella di rappresentare nella parola poetica la comune radice spirituale che vivifica l’uomo e la natura. Questo intento può disorientare il lettore moderno non più abituato alla funzione sacrale della poesia, ma nello stesso tempo può affascinarlo, perché mai come in questo periodo l’uomo ricerca una spiritualità che non s’identifichi più con le istituzioni religiose.

Onofri creò un nuovo linguaggio poetico, precursore dell’ermetismo per manifestare una visione poetica da cui trapeli lo Spirito.  All’originalità di poetica e stile giunse dopo un lungo iter poetico, che parte dai primi volumi di liriche ancora influenzati da Pascoli e D’Annunzio – quest’ultimo un riferimento inevitabile per i giovani poeti che, nel primo decennio del Novecento, si affacciavano sulla scena letteraria italiana – e dal crepuscolarismo fino alle prose liriche delle opere Orchestrine (Napoli, 1917) e Arioso (Roma, 1921) dove seguì le posizioni teoriche del frammentismo, corrente che nel primo decennio del Novecento non ammetteva più la distinzione tra prosa e poesia, ma affidava l’atto creativo al libero volere dell’artista. Egli aveva anche acquisito la lezione del simbolismo che si affermò nella poesia francese tra fine Ottocento e Novecento.

Tuttavia il nuovo linguaggio poetico a cui ricorre nel finale ciclo lirico della Terrestrità del sole, rielabora in modo originale le varie influenze poetiche per raggiungere – come scrive il poeta Giuseppe Conte, a proposito di Onofri – «il più alto quoziente possibile di metafisica e di senso del simbolico e dell’analogia». Alla base della poetica onofriana c’è una cosmogonia che non si limita alla storia e all’uomo, ma comprende l’intero universo. In sintonia con tale visione, egli comporrà una poesia che acquista il significato di un “ inno” continuo alla vita dello Spirito presente in tutti gli esseri. Ogni componimento diventa una preghiera che il poeta eleva ininterrottamente nel breve giro di due anni, dal 1927 al 1928, anno della sua morte precoce.

Ecco il ritmo frenetico del sangue,
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell’urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risolti in fiabe d’oro
in lievi organi d’ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppietii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l’altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch’esaspero l’antica aria di piaghe
metalliche, sull’erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).

(Terrestrità del sole, 1927)

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“Scopo della poesia è il raggiungimento della coscienza del divino”.
L’avventura poetica di Girolamo Comi

Un analogo percorso spirituale e culturale compì, almeno agli inizi, il poeta Girolamo Comi, il quale ebbe la fortuna, a differenza degli altri due poeti, di soggiornare all’estero dove venne a contatto con i nuovi fermenti culturali europei. Nato a Casamassella (Lecce) il 23 novembre 1890, dopo avere intrapreso con scarso profitto gli studi medi e medi superiori a Maglie e Lecce, fu inviato in un collegio presso Losanna per completare la sua istruzione scolastica. Durante il soggiorno elvetico che durò fino al 1912, conobbe, come Onofri, le teorie antroposofiche di Rudolf Steiner, rivelando un interesse verso i problemi dello spirito che sarà sempre presente in lui.

Nel 1912 pubblicò a sue spese a Losanna, la prima raccolta di poesie, Il Lampadario, che ottenne una favorevole recensione dal critico Ricciotto Canudo sul Mercure de France. Presentando il giovane poeta, il critico rilevava l’intrinseca affinità di Comi con un gruppo di poeti, tra i quali Onofri, attivi in quel periodo a Roma e fautori di un rinnovamento all’interno della poesia italiana per impulso del simbolismo francese. L’accostamento è significativo in quanto Comi non aveva allora nessun contatto con l’ambiente romano e l’incontro con Onofri avverrà solo alcuni anni più tardi.

Stabilitosi a Parigi dal 1912 al 1915, Comi approfondì lo studio dei grandi simbolisti francesi da Baudelaire a Mallarmé, e frequentò i circoli culturali della capitale, stringendo amicizia con Claudel e Valery. Tuttavia, la sua formazione culturale, pur aperta agli influssi del simbolismo francese, risentiva delle più varie suggestioni, comprese quelle pascoliane e soprattutto dannunziane. Allo scoppio della Prima guerra, fu richiamato in Italia ed ebbe una tragica esperienza del fronte che gli causò un trauma tale da essere inviato in congedo illimitato. Rientrato dal fronte, Comi si stabilì a Roma con la moglie Erminia De Marco, che aveva sposato nel 1918 a Milano. A partire dal 1920, alternò la sua residenza tra Lucugnano e Roma dove svolse un’intensa attività letteraria in collaborazione con Onofri sulla base di comuni interessi spirituali e di analoghi orientamenti estetici e letterari.

Nel 1929 Comi riunì in un unico volume, Poesia (1918-1928), edito a Roma, una scelta di componimenti appartenenti a volumetti pubblicati in precedenza. In queste prime prove Comi rivela i suoi «stati d’animo panteistici e panici», pervasi «da una terrestre ebbrezza», utilizzando moduli stilistici nei quale è evidente la lezione del simbolismo francese da Baudelaire a Rimbaud, a Mallarmé, e anche della cultura pittorica europea d’avanguardia: i fauves, i nabis.

La successiva raccolta Il cantico del tempo e del seme (Roma, 1930) manifesta invece una precisa volontà di raccordare il totale annullamento dell’io nella natura a motivazioni filosofiche, che determinano sul piano espressivo un linguaggio più rigoroso ed esatto. In seguito con la raccolta Il grembo dei mattini (Roma, 1931) si delinea il graduale passaggio di Comi ad una concezione teologica del mondo: tre terzine del Paradiso dantesco sono poste a epigrafe del volume dove permangono tuttavia tracce di immanentismo accanto ad un sentimento della trascendenza non ancora risolto nella fede cattolica.

Anche il Cantico dell’argilla e del sangue (Roma, 1933) propone il singolare coesistere di componenti panteistiche e teistiche, non ancora completamente saldate in una nuova sintesi dalla raggiunta coscienza religiosa di Comi, il quale nel 1933 si convertì al cattolicesimo. La conversione religiosa maturò durante le conversazioni con l’amico Ernesto Buonaiuti, il maggiore esponente del modernismo italiano, ma senza dubbio fu influenzata anche dalla lettura di quelli che Comi definisce i suoi maestri: Pascal, analizzato nel breve Commento a qualche pensiero di Pascal (Roma, 1933), Dante e, attraverso lui, san Tommaso, infine san Paolo. L’anno successivo a Roma uscì l’opera teorica Necessità dello stato poetico dove si dichiara apertamente che scopo della poesia è il raggiungimento della coscienza del divino. Tutta la successiva produzione poetica di Comi è caratterizzata dal rinnovamento stilistico e tematico operato dall’adesione al cattolicesimo come appare dalla seconda raccolta antologica Poesia (1918-1938) (Roma, 1939).

Trascorso il tragico periodo della Seconda guerra a Roma, Comi si trasferì nel 1946 a Lucugnano, dopo la rottura definitiva con la moglie, motivata da screzi e incomprensioni profondi che avevano tormentato il matrimonio fin dall’inizio. Nella cittadina del Salento Comi promosse diverse iniziative culturali. Fondò nel 1948 l’Accademia Salentina con l’appoggio di amici quali Oreste Macrì, Luciano Anceschi, Maria Corti ed altri. L’anno seguente iniziarono le pubblicazioni de L’Albero, rivista ideata e diretta da Comi.

 Nel 1954 uscì a Lucugnano la terza antologia poetica Spirito d’armonia, che ottenne nello stesso anno il premio «Chianciano» di poesia. Il volume riunisce i componimenti di un quarantennio (1912-1952). Anche nelle poesie della piena maturità si possono riconoscere delle componenti sensuali ed estetizzanti, ma ormai la bellezza del creato è intimamente connessa al suo creatore. La parola del poeta accede ad un “cantico che loda/ la cosmica armonia ove s’addensa/ la dovizia della tua onnipotenza” (Conoscenza di Dio). La nuova raccolta Canto per Eva (Lucugnano, 1958) comprende quattro gruppi di liriche che sono accomunate da un tema centrale, ispirato all’esaltazione di un archetipo femminile in cui si sommano le immagini delle donne amate dal poeta, le quali però hanno perso i loro connotati personali ed episodici perché il poeta, coerente con l’impostazione generale della sua opera, trasferisce anche l’esperienza amorosa su un piano cosmico e spirituale.

Intanto la situazione economica si deteriorava anche a causa dell’investimento infruttuoso delle ultime risorse patrimoniali per finanziare la casa editrice de “L’Albero”. Comi fu costretto a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita fra privazioni e rinunce alleviate solo dall’assidua assistenza della fedele governante Tina Lambrini che sposerà nel 1965, dopo la morte della prima moglie. Dal 1961 le condizioni fisiche di Comi erano diventate sempre più precarie, soggetto com’era a disfunzioni e crisi frequenti. Il difficile periodo esistenziale di Comi suggerì il titolo dell’ultima opera Fra lacrime e preghiere (Roma,1967) dove i componimenti sono orientati verso un misticismo religioso fondato sul recupero pieno e totale della fede cattolica. Morì a Lucugnano il 3 aprile 1968.

La Grazia

Se la Tua grazia m’inonda e mi colma
il respiro mi manca; ed è allora
ch’io sento il verbo e dimentico l’ombra
della mia cupa e orgogliosa parola.

Se Tu m’ assisti il mio cuore diventa
un grande bosco di pensieri vivi
in cui regna e s’eterna la sementa
dell’ansia antica dei morti e dei vivi.

Ed una forza armoniosa invade
le sillabe del sangue e le rende
preghiere piene dove rotea e splende
la rosa aurea dei tuoi cieli, o Padre.

(Cantico dell’argilla e del sangue, 1933)

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“ll verbo è l’assoluto e l’assoluto è il verbo”.
Istanza di una poetica in Giorgio Vigolo

Vigolo proviene da una formazione culturale simile a quella di Onofri e Comi. Anche lui, infatti, è attratto dal simbolismo francese e, in particolare, da Rimbaud. Scrisse sul suo diario (l’abitudine di registrare gli eventi quotidiani lo accompagnerà per tutta la sua lunga vita, fin da quando era adolescente) che una mattina, in età giovanile, aveva trovato le Ouvres di Rimbaud nella prima edizione del Mercure de France senza avere alcuna notizia dell’autore. Il suo incontro con Rimbaud fu folgorante tanto che, nell’estate del 1914, non ancora ventenne, (Vigolo era nato a Roma il 3 dicembre 1894 ed era quindi il più giovane dei tre poeti) ne tradusse le Illuminations.

Ai tempi dell’Università, dove era iscritto a Lettere, disertava le lezioni per frequentare il circolo letterario che si riuniva a casa di Onofri, il quale divenne suo amico, nonostante la differenza d’età. In comune con lui Vigolo aveva allora la volontà di creare un nuovo linguaggio poetico, libero dalle rime e con andamento prosastico. Ne è un esempio la prima pubblicazione di Vigolo, la prosa lirica Ecce ego adducam aquas, edita nel 1913 sulla rivista “Lirica”, fondata da Onofri l’anno precedente. I due amici avevano in comune anche la passione musicale. In tarda età Vigolo divenne un apprezzato critico musicale, anche se si lamentò sempre che le recensioni musicali sottraevano tempo prezioso alla sua fondamentale vocazione poetica. Egli ebbe una personalità versatile la quale coltivò diversi settori creativi e culturali: dalla poesia alla narrativa, dalla critica letteraria e musicale alla traduzione di poeti della grandezza di Hölderlin. Un approfondimento particolare merita la sua edizione critica, uscita a Milano nel 1952 da Mondadori, dei Sonetti del Belli che Vigolo rivalutò pienamente nell’ambito della poesia romanesca, quando ancora i critici consideravano solo i poeti romaneschi Pascarella e Trilussa. Non è casuale che egli si sia occupato del Belli, rivendicandone la genialità. Vigolo, era innamorato di Roma, la sua Città dell’anima (Roma, 1923), titolo attribuito al suo primo volume edito che raccoglie una serie di prose liriche dedicate a monumenti e luoghi suggestivi romani.

Del resto, in tutta la sua opera, Roma è sempre presente non come semplice sfondo, ma da protagonista al pari di tutti gli altri personaggi che animano le pagine dei suoi racconti, o come il nucleo centrale del suo mondo poetico. Il suo più bel libro di racconti Le notti romane (Milano, 1960) e il magico racconto lungo La Virgilia (Milano,1982) sono dedicati alla sua città, ora considerata come la grande Madre nel cui grembo rifugiarsi nei momenti di più grande solitudine, ora come l’amante verso la quale egli prova un trasporto quasi erotico. Nella tarda maturità, nel volume Fantasmi di Pietra (Milano, 1977) appare una poesia dedicata a Roma che è un appassionato grido d’amore:

Questa Roma, questa Roma
come l’ho amata
come la ho posseduta
e me ne sono invasa la memoria!
Come me la sono stampata
nei sogni, fino ad averne
le stimmate
delle strade nel palmo della mano
.

Egli condivise con Onofri e Comi l’importanza da attribuire alla parola poetica come segno spirituale universale, in grado di rivelare l’infinito nel finito della vita terrena. Si spinse anche oltre, sostenendo nella sua Istanza di una poetica assoluta del 1929 che

“la poesia è l’assoluta unità dello spirito nella sua convergente totalità. È lo spirito messo a fuoco con tutti i suoi raggi. Il fuoco dello spirito è l’immagine. Ovunque lo spirito è tutto presente nella sua pienezza, nel suo pleroma originario – vi è poesia, luce candida non ancora franta in colori”.

Negli esordi poetici Vigolo non rivela, come gli altri due poeti, un iniziale sentimento panico dell’universo, ma piuttosto sceglie un percorso interiore, che si avvale della vita parallela rappresentata dai sogni. La sua esplorazione del mondo onirico però non ha nulla in comune con quella di Freud che considerava il sogno “la via regia” per penetrare nell’’inconscio. Per Vigolo, invece, il sogno raggiunge i più intimi recessi dell’animo umano dove è custodito il fondamento divino. In modo significativo la prima raccolta poetica di Vigolo s’intitola Conclave dei sogni (Roma,1935).

Lo scoppio della Seconda guerra, produsse una frattura profonda nella vita di Vigolo, che lo costrinse a trovare un nuovo senso alle drammatiche esperienze in cui era coinvolto. La poesia non si configurò più come illuminazione raggiunta nella solitudine e nel dialogo con il proprio mondo interiore del quale il sogno costituiva una manifestazione fondamentale, ma diventò il possibile riscatto da un destino difficile e oppressivo. Ora l’autore colloca l’esperienza vissuta al centro dell’atto poetico che solo può giustificarla e trascenderne i limiti. Da questa diversa prospettiva nacquero i componimenti riuniti nella raccolta Linea della vita (Milano, 1949).

La sezione Parlo con l’eco è dedicata alla passione amorosa che coinvolse il poeta ormai cinquantenne come mai gli era accaduto. Tra le poesie qui riunite ne figura una che può essere definita tra le più belle poesie d’amore del Novecento:

Da quella Roma vecchia
con sue torte viucole e chiassuoli
uscimmo una mattina, ti ricordi?
a un improvviso largo di mura; e sopra i tetti
una cupola apparve
levata in alto gorgo. L’infinito
girava nel finito,
l’eterno nella luce
del mattino di giugno.
Ma più splendeva il tuo viso.

La felicità che prova il poeta è di breve durata perché la relazione è destinata ad interrompersi anche se sempre vivo rimarrà nel cuore del poeta il ricordo della donna amata.

Dieci anni dopo, nel 1959, uscirà a Venezia il volume Canto del destino. Il poeta si sente irrimediabilmente solo, un sopravvissuto ormai oppresso da un cupo destino. Il tono delle poesie è di una tragicità esistenziale. Vigolo infatti fa prevalere l’elemento tragico nella poesia, che partecipa ora alla vita stessa dell’autore con le sue angosce e inquietudini crescenti, ma si pone anche, al di là dell’individuo, come tramite verso il soprannaturale e la salvezza.

Con il successivo volume poetico La Luce ricorda (Milano, 1967) che riunisce tutta la produzione in versi da Conclave dei sogni fino alle Nuove poesie degli anni 1957-1966, Vigolo ottenne in tarda età l’ambito riconoscimento del premio Strega. Le raccolte I fantasmi di pietra (Milano, 1977) e La fame degli occhi (Roma, 1982) costituiscono le ultime produzioni in versi di Vigolo, la cui scomparsa avvenne il 9 gennaio 1983. Le due raccolte sono il testamento affidato dall’autore alla parola poetica, che rivela ora compiutamente il suo valore soteriologico. I fantasmi di pietra, che intitolano il primo volume e una delle sue poesie, sono stati da sempre gli impassibili spettatori della lunga vita del poeta, la notte ne hanno invaso i sogni, mentre di giorno, “…eccoli di nuovi diritti/ agli angoli delle strade, / sugli sfondi del cielo o fra le nuvole” che lo guardano e aspettano “che diventi uno di loro”.

Il volumetto La fame degli occhi testimonia, fin dal titolo, l’estrema volontà del poeta di captare gli ultimi bagliori di una luce, quella della vita, che si va ormai spegnendo. La sinestesia che attribuisce alla vista una sensazione del gusto indica quale insaziabile desiderio pervada gli ultimi anni di un’esistenza assediata dalla malattia e “dagli scherzi degli anni” come ironicamente sono definiti il tremore delle mani e la perdita dell’udito, tanto più dolorosa perché non permette più di sentire come prima l’amata musica. Il poeta si prepara ormai a varcare l’estrema soglia, ma lo consola l’idea che dopo la morte, giungeranno le madri, le quali “ci sorreggono/ nell’altra nascita, ci aiutano a uscire/ la prima volta dal funebre chiuso/ per le vie della città celeste…” portando a compimento l’esperienza iniziatica rappresentata dal passaggio all’altra vita.

Magda Vigilante

*In copertina: Gaetano Previati, Studio per “Maternità”, 1890-91

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