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Luciano Bianciardi giornalista. Una rubrica di domande assurde

Tra gli obiter dicta pronunciati con qualche senso, in direzione precisa, da don Milani, c’era anche questo: che, lungi dal legger niente, gli analfabeti italiani leggevano la Gazzetta dello sport. Come dire che il calcio, spalmato quasi fino alla fine sulle pagine sportive italiane, non fa che aggravare uno stato già latente di prostrazione mentale. E potrà anche esser vero. Sta di fatto che una buona pratica scrittoria, nel valore di usanza affabulatoria e forse anche diaristica, in lingua italiana si è data con intramontabili come Gianni Brera e, senti senti, Luciano Bianciardi. Siccome del primo si è già scritto, e con brio, su queste pagine, varrà la pena restringere il campo sul secondo.

Ora questo è possibile in via più agevole grazie alla riproposta della compagnia editoriale Gog che ha assemblato la rubrica tenuta ai primi anni Settanta da Bianciardi sul Guerin sportivo. Il titolo è assai curioso – Potevo fare il trequartista – specie ora che si è usciti dall’hangover celebrativo dei fasti londinesi per entrare nell’autoassoluzione banale e opportunistica del calcio – motore di salvezza economica e morale e pedagogica. Non staremo qui a riveder le bucce a quel che non va nel sistema italiano che non si assicura dagli inconvenienti del progresso e continua ad aprire scuole calcio invece che asili nido: occorrerebbe la forza di Busi per investigare il nesso tra calzoni del calciatore e quelli del padre; e del resto l’ha già fatto, nel libro uscito dopo i Mondiali di Corea, Bisogna avere i *oglioni con quel che segue.

Urge semmai un recupero in sede di promozione di Bianciardi, perché ce n’è bisogno visto che il progetto dell’edizione totale dell’opera, gli Antimeridiani, si è incagliato e incanaglito dopo essersi installato al polo nord dell’antidiscussione: uscendo dal giro editoriale per rientrarvi con snobistico spicco, facendo spallucce, appunto.

In queste pagine raccolte da Gog, allora, il lettore assisterà alle lettere aperte di Carmelo Bene e della signora di Mantova a Luciano Bianciardi, a quelle di Gassman e di un ragazzo sulla soglia dell’esame di maturità: quel che balza agli occhi oggi è il profilo dello scrittore camuffato al quale chieder lumi; è un po’ la situazione odierna per la quale a suon di paradossi non leggendo si va a sentire le conferenze, si toglie l’autore dal suo bozzolo e lo si strapazza in tutte le posture come un direttore di coscienza.

Certo le domande fatte allora a Bianciardi oggi paiono anche squisitamente naif e il gioco delle parti tra ‘intellettuali’ che non si prendono sul serio è superbo (a Bene che gli chiede l’origine del detto “non è tutto oro quel che luce” Bianciardi replica con un “evidentemente per ragioni politiche le medaglie olimpiche sono di vermeille”). Ma resta l’onda d’urto della vita agra: allo scrittore è consegnata la frase sportiva, dopo le traduzioni e il lavoro culturale restano i giochi circensi per un tozzo di pane senza sale.

Aggiungerò solo una piccola divagazione antiintellettualistica in omaggio alla natura degli articoli di Bianciardi sul calcio: di lui si diceva alla Normale di Pisa che “no, non era normalista” pur avendo seguito i corsi della scuola dopo il ’46. Nonostante le tavole cronologiche compilate dagli eredi e dai critici biografanti, ancora non s’è capito se fosse entrato alla scuola dei dotti filologi per ammissione elargita senza esame d’ingresso ai ventenni che erano stati al fronte (sostenne così il direttore dell’epoca, un soggetto che la storia dei manuali conosce come Luigi Russo); o se invece ci fosse entrato prima della guerra, ne fosse uscito per la chiamata alle armi per poi rientrarvi, appunto, nel ’46.

Questa incertezza di fondo non fa che rispecchiare la natura mercuriale e mobile di chi abbia fatto ‘cultura’ a partire da allora: uno stato dell’arte non invidiabile, tendenzialmente da non indicare sulla carta d’identità alla voce ‘Professione’ per non incorrere in insulti e diffamazioni da parte del sistema che, si sa, preferisce i trequartisti veri come Barella a quelli come Bianciardi.

E per chiudere, un verso aulico di poesia. L’altra voce che correva su di lui alla Normale (sessant’anni dopo, e mutata la geografia urbana con la sua antropizzazione) riferiva che puntualmente alle cinque, dopo aver finito di studiare, Bianciardi entrasse in camera di un amico, poi egregio professore di qualcosa, urlando GINO, SI VA AL CASINO!

Tanto basti per leggere con mutato animo questa lettera aperta di Tiziana Gentili da Ferrara e indirizzata sulle colonne del Guerin al nostro Bianciardi:

Illustre Bianciardi, sarò lieta se ella vorrà rispondere a queste mie due domande automobilistiche in verità assai difformi fra loro: 1) Quando un pilota francese perde la vita in corsa, i giornali francesi dedicano all’avvenimento trenta o quaranta righe, e così fan i giornali inglesi quando muore un pilota inglese; e i tedeschi quando tocca a un pilota tedesco. Nello stesso modo si comportano i giornali italiani quando un incidente mortale riguarda un pilota francese, inglese o tedesco. Perché ogni volta che muore un pilota italiano succede il finimondo? 2) Che cosa pensa di chi fa l’amore in automobile? Ritiene che sia un qualcosa che possa sciupare un rapporto sentimentale? Lei si comporterebbe in questo modo con la donna alla quale fosse legato?

Cara Tiziana, ascolta: 1) È bene che, almeno sulla carta, succeda il finimondo ogni volta che muore un pilota d’auto, perché – l’ho detto e lo ripeto – la morte di un uomo è immorale. Una donna nuda non è immorale, un uomo morto sì. Perciò scateniamo il finimondo, ogni volta che un uomo muore. 2) Cosa penso di chi fa l’amore in macchina? Penso roba da chiodi: chi lo fa è un idiota, un insensato, un povero di spirito e un assatanato da ‘psicosi automobilistica’. La donna che accetta questo tipo di rapporto, tanto varrebbe che si facesse possedere dalla leva del cambio: il divertimento sarebbe lo stesso, io non l’ho mai fatto, glielo giuro, anche se mi è capitato di amoreggiare in situazioni per altro verso precarie: dentro un armadio, alla finestra guardando i passanti, su uno scompartimento della linea Rimini-Cesenatico, eccetera. Ma in automobile, per la miseria, mai!

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