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“Il mondo anteriore al verbo. L’evidenza di una potenza muta, che abbiamo perduto”. Dialogo con Luca Orlandini

Per una volta, mi acquatto nel silenzio. Ho fatto alcune domande a Luca Orlandini: l’ho conosciuto leggendo le sue traduzioni da Lev Šestov, un pensatore che amo perché retrocede la ragione al miracolo; la sua amicizia, letale, è per me un insegnamento. Orlandini ha da poco raccolto i suoi testi, sporadici, sporchi, spudorati, in un libro, Ritorno agli elementi, appena edito da Aragno. È un libro che ha odore, che ha bestie dentro, che ha lati aguzzi, che non appaga e non placa – è magmatico, pericoloso. Giurassico. Per fortuna. Ho posto a Orlandini alcune domande, come si porgono cartigli a uno che si è scavato con le mani il proprio covo – o una basilica in balia di stelle inesatte. Le risposte costituiscono, di fatto, una appendice al libro: hanno la fierezza di ciò che è impuro. (d.b.)

Intanto vorrei capire cosa è per te la letteratura? Vedo la lotta, il disprezzo, forse.

Se io e te facessimo un incontro a teatro e tu mi ponessi delle domande, io esordirei con un… vuoi la versione composta, compìta o la versione sincera? La domanda è ovviamente retorica. Tu vuoi sempre quella che suona vera. Qualche tempo fa hai scritto dei mercenari dell’editoria. Insomma, magari avessimo i veri mercenari con almeno in dote il potere di fissare su carta la fisiologia del mondo, e di immaginarne altri. Voglio dire, i veri rèprobi di rango. Forse un ronin delle Lettere. La calligrafia di un Minotauro che nessun Teseo o Virgilio possono vincere. Noi invece abbiamo perlopiù i faccendieri dei libri. Gli integrati. Oppure gli arrivisti con gli abiti di sartoria, come se una certa coltivata eleganza avesse il potere di dispensarli dalla loro interessata inettitudine, loro, che spesso alternano inspiegabili latitanze, vili noncuranze e imperdonabili distrazioni. Sono personalità pallide, diafane, anche quando si distinguono. Il grigiore forgiato per la medietà. Quelli che si rifugiano nel piacere intellettuale. Feccia educata, perbenisti esangui. Estenuati che sudano tra gli studi, a coltivare libri. Alcuni fanno i tombaroli in frac. Altri sono bravi, raffinati, ossia radiosi nel nulla. Benissimo. Vale la pena evocare i morti però solo se sono ancora un buon pasto per i vivi. In caso contrario il gioco degli eruditi diventa un giogo, ossia il servaggio editoriale.Questo circolo vizioso dei segni intellettuali che chiamiamo cultura, questa impostura verbale, a me fa ribrezzo. Le persone colte, salvo rare eccezioni, mi ripugnano. Sai che, se posso, le evito. La loro inevitabile sterilità e inettitudine alla linfa, all’equivoco essenziale della vita, mi intimidisce e rinchiude in un ostinato mutismo. È gente a cui perlopiù manca il carisma della creatura. Spesso sanno essere fastidiosamente preziosi, e inessenziali. Soprattutto, segnati dall’università, dall’editoria, dalla bibliomania, dal gergo filosofico e dalle affettazioni letterarie, poetiche. Gli stessi poeti, nel loro patto di disonestà, troppo spesso plagiano il silenzio, raccogliendo i frutti del suo prestigio in un’opera da capitalisti dell’ombra. Per tutti loro la vita è più che altro una discriminante teorica e non un’opposizione reale, da cui tendenzialmente rifuggono. E qualora non disprezzino la natura o non la trovino indifferente, sono meri limitrofi del reale. Velleitari della materia. Provano solo la tentazionedella vita. E non ho mai pensato che la cultura migliori le persone. Ti dirò, inoltre, che per me l’intelligenza non coincide necessariamente con il sapere, con il mondo dei dotti, con il “tanto più leggere, tanta più intelligenza”. Ho incontrato fin troppe persone che hanno molto letto eppure si sono rivelate assai stupide, perfino aureolate da una essenziale meschinità.

Lui potrebbe essere Luca Orlandini

Spiegati meglio.

Vedi, per me tutte le potenti risposte creative ai nostri interrogativi sull’esistenza apparse nei millenni, così come i libri, possono essere una consolazione contro il nulla del mondo. Qualcosa con cui ammobiliare il suo vuoto. Una compensazione per uscire dal tormento. La parola come evasione, che si vuole provvidenza positiva. L’illusoria pretesa di avere l’ultima parola sulla morte, contro tutto ciò che muore e perfino contro tutte le cupe sovranità che si macchiano di sangue. Ed è giusto così. Ma sono anche strumenti, come lo può essere un’ascia, per forgiare, difendersi o conquistare, sedurre e predare, uccidere e creare imperi e civiltà, delimitando un confine reale o immaginario. È anche questo che sono sempre state, soprattutto. Un tempo, in epoche antiche, le parole e l’immaginazione erano davvero delle armi e i creatori di parole le spade dei secoli. Mondi da perpetuare, non ideologie. Qualcosa di molto impuro e poco ‘elevato’. Cosa c’entra, qui, la perfettibilità umana? Nulla. Ho un’idea molto naturalistica della cultura, e molto poco morale, niente affatto edificante, se per questo s’intende nobile. Perfino Leopardi, per me, era troppo ingenuo quando parlava di un “luogo alto”. E, devo dire, mi scappa una smorfia sulla bocca se sento parlare del castello di Muzot, in cui abitò Rilke, quando scrivono, peraltro con estrema potenza e bellezza, che era un osservatorio astronomico sui millenni, l’eremo delle apocalissi e che lui non fuggiva, non rinunciava, ma si elevava. Lui, che conosco bene, per cui non ho alcuna affinità, così esangue, esaurito da una visione estetica, caduta, senza carne. Un viaggiatore astratto, il viandante angelico. Detto ciò, ha l’opera e la sua vertigine, che vale la pena amare e criticare proprio perché c’è. Non è uno specchio, né fumo. Quante frasi lucide e potenti nel suo Malte! E chissà, Davide, che non siano parole che potresti scrivere anche tu, condividendole. Poi, credo che i millenni se ne fottano di Rilke, di te e di me e di chiunque altro, a meno che per “millenni” uno intenda la ribalta della storia umana, la rubrica delle antologie, gli abbecedari del sapere, le cronache e gli annali. La consacrazione nel tempo. Ahimè categorie tutte umane. A me piacciono i poemi sensuali, legati ancora al ventre della natura. La Repubblica delle Lettere, quella dei dotti amanti dei libri, non riesce quasi mai ad accettare questo senso immediato, che ritiene ‘volgare’, dato che in genere ha instaurato una distanza massima dalla natura. Un territorio spirituale o intellettuale in cui la natura, nel caso peggiore, diventa una nemica o nel caso migliore una semplice materia neutra che l’uomo plasma o ammira da lontano come un flâneur intellettuale o in vitro. Quando domina questo mondo, un’utopia in cui inventare la nostra umanità e i nostri ideali è in sprezzante opposizione alla natura. L’arte, qui, sarà l’antinatura. Tutti questi dotti si inginocchiano di fronte a un unico idolo, all’idea che la suprema virtù sia la conoscenza, a quel sapere-virtù che è solo un surrogato della forza reale di cui sono sprovvisti. E sai qual è una delle dirette conseguenze, tutta profana, urbana, di questa ridicola deriva? Legioni di individui, oggi, con il vezzo di fotografare un libro o di farsi fotografare con un libro in mano e… l’immancabile impulso a condividere la foto. Peggio ancora, si fanno fotografare o riprendere accanto alla propria biblioteca. È il plateale indizio che si sta votando un monumento al simbolo della propria decadenza. L’esibizione della propria erudizione libresca è la fierezza dell’imbecille ormai felicemente ignaro del segreto della propria natura. Sull’argomento ho dedicato qualche parola nel Ritorno agli elementi. Mi viene in mente Alfonso Berardinelli e le varie case che sostiene di essere stato costretto ad affittare, nella periferia di Roma, per ospitare tutti i suoi libri. Una cosa ripugnante. Apparentemente lo dice con rammarico. A mio avviso è un vezzo. In realtà temo che sotto sotto se ne compiaccia, come Umberto Eco e i suoi trentamila volumi. L’esatto contrario di Cioran. Credo, infatti, sia stato Citati che, recatosi in visita nella sua mansarda di rue de l’Odéon, rimase scioccato di avervi trovato pochissimi libri. Sorpreso, si chiese dove mai fosse finita la testimonianza materiale della vertiginosa erudizione di questo formidabile e avido lettore. Da questo dettaglio, in apparenza insignificante, possiamo apprezzare l’assoluta differenza di rango tra le due personalità, tra l’umanista accumulatore compulsivo di libri, il semplice intellettuale, e quello che non ne ha quasi.

Hai alcuni esempi illustri di tale tendenza?

Sono legioni e legioni gli autori che, diversissimi tra loro, ognuno a loro modo, paradossalmente cadono sotto tale tendenza. Perfino Giacomo Leopardi. Rimbaud, poi, è emblematico. Lo sai, che lui era affascinato dai nomi improbabili di località sconosciute, da certi portatori ignoti e oscuri e che infine fece rotta verso Oriente, la patria della “saggezza”. Zanzibar, poi, “il paradiso a portata di un viaggio”, in cui non andrà mai, è il nome che ricorre continuamente nelle sue lettere. Ma gli bastava “pensarla, sognarla, sperarla”. Lui, che fu sempre sedotto da quell’altrove che, quando mutava nel qui, una realtà tangibile, gli risultava deludente. Immaginò, infatti, luoghi misteriosi, certe contrade ribelli, per cui provava un’invincibile attrazione. Pensava a queste come all’Eden, a terre vergini. E, infine, quando le vide dal vivo, nelle sue lettere narrò solo delle bruttezze che vi trovò, della noia, la monotonia, l’abbrutimento e disse “non trovo mai niente da dire” su questi luoghi, allora “meglio tacere”. Ecco quello che trovò in queste nuove terre, nell’ignoto che aveva sempre agognato. E, curiosamente, nessun resoconto, da parte sua, “sugli animali di ogni sorta, i serpenti di proporzioni prodigiose, verdi tartarughe giganti, legioni di cinghiali neri dalla testa piatta, scimmie dal muso di cane, lugubri avvoltoi e aquile reali, e ancora, uomini dal corpo zebrato di bianco, donne dal viso dipinto di giallo, alberi maestosi e fiori mostruosi, montagne rosa, dirupi geologici, tribù di antropofagi, spaventevoli lebbrosi”. Ahimè, sono le parole del suo datore di lavoro in quelle terre, Alfred Bardey, stilate in un poderoso volume intitolato Souvenirs d’Afrique orientale. Tutto quel che Rimbaud ha visto e disdegnato e non detto nelle lettere. Lui, che si è sempre annoiato, ovunque, e fu affascinato solo dall’Idea. Ecco il punto. Dopo aver mancato di trasformare il reale tramite la poesia, quando ancora si credeva mago o angelo, e infine si inoltra in quei deserti senza strade, viene meno quel reale che non fu più in grado di sostenere. Capisci? Tutto quel che lui vide gli sembrò privo di interesse se paragonato all’Idea che si era fatto di quei paradisi. Fin quando rimasero sprofondati nell’intimo della sua immaginazione, la sua ‘interiorità’, là dove mancava la presa diretta con quello stesso reale. Ora prova solo un “invincibile orrore”. Lui, che un tempo si lamentava dell’ambiente troppo artista, per cui l’arte stessa gli si rivelò una menzogna, una sciocchezza e parlava degli “orribili lavoratori”, per scrivere le Illuminations e dire dell’arte con il quale si vogliono tagliare i ponti, infine ha smarrito il tono e la linfadella terra perché ha troppo fantasticato senza di lei. Questi penosi indizi li troviamo tra le righe delle sue lettere, nel suo voluminoso epistolario composto da millesettecento pagine. Prova a leggerle e ti renderai conto.

In che modo intendi la cultura?

Ho una visione parziale, lo ammetto, ma essenziale. Per me i migliori libri, quelli che mi toccano, sono sempre stati quelli che parlano di ciò che è extra letterario, non libresco. Insomma quelli che ti fanno percepire l’au de-là du livresque. La cultura, nei termini in cui è stata concepita per secoli, è un fenomeno largamente negativo. Uno straordinario circolo vizioso, e maestoso vicolo cieco. Talvolta ho nominato la genealogia che per certi aspetti ne fa Marc Fumaroli ne La Repubblica delle Lettere. Il mondo descritto in quelle pagine mi è fisiologicamente estraneo. Parlo della mistica dell’arte, dell’intelletto, della poesia. Quella dove si vaneggia solo di interiorità, spirito, ascesi, anima, intelletto, intelligenza, pensiero, contro il reale. I sinonimi dell’antinatura. E, peggio ancora, tutto ciò oggi è mutato in una visione culturalista, libresca. Pensa alla Cvetaeva, quando un tempo sostenne che il mondo reale la deludeva, lei, che rifugiò con voluttà la sua feroce malinconia nei libri, come afferma testualmente. Nel paese dell’anima. Per fare dell’invisibile una mistica, un ditirambo alla solitudine interiore. Perché si illuse di riscattare la povertà umana con una visione fantastica più reale del naturale, immergendosi nel mondo immaginario della letteratura e dell’arte… quando sai che questo culto dell’immaginazione è una forma di religione, una fede che non ammette atei, una illusione che sfocia nella Grazia della parola dipinta. Non sono un nietzschiano, né tantomeno uno stolido ossessionato dalla virilità, così, perché penso alla parola “puma”, che nella lingua dell’antica civiltà che coniò questo nome voleva dire “poderoso”, maschio o femmina che fosse. E ci sono molti modi di essere poderosi, ossia vivi. Cate Blanchett, per dirti, è donna e attrice poderosa. In ogni caso, per capirci qualcosa intanto rileggerei la Genealogia della morale, il capitolo “Che significano gli ideali ascetici”, e il capitolo “Dell’ascesi e della santità cristiane” da Umano troppo umano I, dove si parla delle virtù dei preti, dei sacerdoti, dei santi, dei filosofi, degli artisti, del dandy, dei risentiti contro la vita, dei deboli di salute, della volontà di potenza delle nature contemplative. Il dominio dei sofferenti, delle nature delicate, del “più malato tra gli animali malati”. Non ho mai sentito affinità con il loro modo di concepire la sofferenza e di rispondere all’orrore e l’estasi di esistere. Con la loro calunnia della vita in nome della purezza, la povertà, il distacco e l’indifferenza. In Proust, e paradossalmente anche in Leopardi, oppure nel potente eremitaggio di Emily Dickinson, nella vertiginosa fuga dall’immanente di Marina Cvetaeva e l’algido ascetismo di Cristina Campo, il suggerimento di “una vita di diamante puro votata al monastero dell’arte”, è una contraddizione spiacevole quanto si vuole, che possiamo non condividere, ma fertile – molti indubbi capolavori, lucidi e immensi, sono nati dalle penne di certi mistici dell’arte, nessuno lo può negare – mentre nel 99% dei mortali che affollano il mondo delle Lettere, ossia tutti gli altri, è solo quello che è, una sterile contraddizione, un ripiegamento su di sé che si vuole antidoto contro la vita reale. Il tipo antropologico che ne deriva è l’amateur della cultura. Si dovrà pur ammetterlo, una buona volta. Non che io ami particolarmente Manganelli, ma lo adoro quando ha il coraggio di puntare il dito sulla sua “fisiologicità intellettuale, una cosa vergognosa”, e si tormenta su come mutare i libri in carne, in una cosa viva. Quando ti dice che bisogna arrivare a parlare della cultura come si parla della figa, e farne una voragine viscerale. Geniale.

Come intendi idotti?

Molti cattivi dotti, quasi tutti, insegnano a spegnersi, a spegnere la parte migliore, viva, di noi stessi. L’eterna sterilità. Sono gli ierofanti di questa disfatta. I suoi mentori. Con la loro saggistica, con le loro opere e perfino canti astratti, il loro buon senso, la loro aggressività intellettuale e la loro pia frode, aspirano intimamente a renderci impotenti. Tutti i loro sforzi ruotano intorno a un solo obiettivo. Farci diventare irrimediabilmente adulti, vittime di una prematura vecchiaia. Rovinano l’eterno dell’infanzia. Dopo di lei la vita è un epilogo! Non solo. Vi dicono che è per il vostro bene, per il Bene. D’altronde, chi acconsente che un altro essere umano si occupi della sua morte, di ciò che lo rende infermo e alimenta le sue incertezze, con la pretesa di illuminarlo, si pone nella posizione della vittima, annega nelle incursioni altrui. In fondo la maggior parte dei lettori sono quasi sempre sedotti che, incapaci di creare, si volgono costantemente altrove e non più a se stessi. La pedagogia, dopotutto, si nutre di tale debolezza. Ogni domesticazione, credo, trova qui la sua origine. Per sprofondare nel profano, ti dico solo che questo lettore si riduce alla stregua di colui che per arredare ‘casa’ – il suo foro interiore, la sua ‘anima’, questa frode metafisica – concede a un altro essere umano, un arredatore d’interni, il privilegio di farlo al suo posto, vantando poi assennatezza, bellezza e potenza parassite.

Qual è, allora, l’autentica scrittura?

Ai miei occhi la vera creazione uccide ogni finzione estetica. Lambisce il gorgo della vita, la sua periferia. Non la pastorizza. Così, se devo cogliere l’essenziale, the very bone, the skeleton, ti dico che come lettore ho un debole per quelli che vivono come se non fossero più presenti da decenni. Gli inattuali. Si vestono, mangiano, dormono, camminano e respirano in mezzo agli altri. Parlano con le persone, sorridono. Sono appassionati amanti e non amorosi eunuchi. Eppure è come se fossero già sepolti da anni, inchiodati a un perimetro di assi, in una buca, loro, che fin dall’infanzia percepiscono il lato irreale delle cose e sono incapaci di aderire alla finzione della realtà umana. Qui l’estetica letteraria è bandita. Arruolarsi nell’irreversibile non significa vegetare in una tortura istruita. Per dire, anche là dove tutto appaia oro e vittoria, per loro, sono sempre provvisori, pronti a sparire, impermanenti. E molto sensibili, ossia usano i loro sensi in modo assoluto, come maestosi rapaci dalle ali mozze, creature per cui non esiste ascesa verso il cielo. Nessun Olimpo, per loro. Vedono il non luogo della Storia e ne fanno una parte essenziale della vita. Non ricorrono alle vili compensazioni, all’ascesi, l’idealismo, alla mistica, né all’immanentismo assoluto del materialismo razionalista che non risparmia il mistero di niente e di nessuno, né al profumo immateriale della poesia contro il fetore della vita, alla trasfigurazione nel sublime. Non è affatto un’idea romantica della scrittura. E non vi è nulla di deprimente, in tutto ciò. Anzi, è una visione piena di linfa, che sa anche gioire e vivere d’umorismo, dove non manca però il patetico, ma solo perché anche i predatori soccombono, infine, abbattuti dal tempo che passa e dal mondo, che inghiottono gli eventi e gli esseri. Come vedi, tuttavia, qui abuso delle suggestioni. Come del resto in tutta l’intervista. Faccio della mitologia. È la frode delle parole a consentirlo. La sua malìa. Siamo tutti poveracci abbagliati da un battito di ali verbale, perché la vita spesso è umiliante, non aiuta a vivere.

Che esperienza hai dell’editoria, in generale?

In genere aderisco alle richieste degli editori per mettere in tasca un segno di riconoscimento che passa dal valore materiale per il lavoro creativo svolto, perché il massimo onore che si possa riconoscere a chi scrive o cura volumi, è un compenso materiale. Almeno ci provo, non senza difficoltà. Farlo in altro modo, è un’altra cosa, ha un altro valore e in fondo squalifica lo scrittore, il traduttore e il curatore che decide di adattarsi. Alberto Arbasino, forse ricorderai, trovava insensate e ridicole le prestazioni intellettuali senza un corrispettivo economico. Eppure molta manovalanza dell’editoria si riduce a fare i libri a titolo gratuito o quasi – libri che peraltro vendono molto bene – talvolta perché sono parvenus dell’editoria, non sanno nulla dei suoi meccanismi, e altre perché hanno desiderio di pubblicare, di far parte di questo mondo e decidono di subire certe logiche perverse degli editori. Gli editori spesso sfruttano con abilità la debolezza di coloro che hanno una passione per le Lettere, la loro vanità, quella che talvolta può indurre alcuni, se non molti, a pazientare quasi all’inverosimile, a scadere nella debolezza della compiacenza. Gli amanti dei libri, d’altronde, sono bizzarre creature. Vedi, una personalità lungimirante, di rango, dovrebbe andare controcorrente a questa degenerazione e difendere, anche materialmente, chi produce l’artigianato editoriale, soprattutto i rari esempi di alta editoria. In ambito editoriale, una cultura che in qualche modo non sia anche una cultura del lavoro non merita di chiamarsi cultura. In realtà, poi, questo è un lavoro per perdigiorno, flâneur, gente con la testa tra le nuvole che passa giornate intere a cercare l’ispirazione, a guardare la vita scorrere fuori dalla finestra per una parola giusta, la musica di una frase, un commento memorabile, un guizzo verbale. È una tara vissuta con estremo rigore, nel migliore dei casi. In fondo è il lavoro perfetto per una legione di curiosi disadattati. Ci sono gli utili idioti, i mediocri di successo, i meri operativi, gli specialisti di rango, i velleitari, i raffinati commentatori e traduttori di idee altrui, i poeti, gli scrittori, i critici e anche i rari corpi estranei, le creature anomale. Per me fare editoria è come stare su un palco con altri. Una fatica immane. Se non ripagata con soldi congrui, amicizia vera ed entusiasmo, è inutile.

Benjamin Fondane vi porge il capo

Dove ti collochi in questa nostra società?

Vivo a Milano. Ma immagino che tu voglia dire dal punto di vista politico? Sono impolitico da sempre. Mai votato. Mai stato di destra, neanche larvatamente, né tantomeno di sinistra. E nemmeno anarchico, dato che per questi il politico e il sociale sono tutto, mentre per me non lo sono affatto. Occasionalmente ho scritto anche su riviste di destra, per gaudente spirito di contraddizione, per disonorarmi, secondo le logiche perverse di un Paese preda della sedicente “superiorità morale” di una cultura ipertrofica. Quella di sinistra. Io sono platealmente un idiota, ma qualche neurone ce l’ho.

Hai curato e tradotto altri libri, a parte quelli di cui si ha nota?

Pochissimi ne sono a conoscenza, ma, soprattutto negli ultimi anni, ho anche curato e tradotto sotto pseudonimo una certa mole di libri per raffinati editori, perché commissionati da loro. Ho sempre rifiutato di firmarli, malgrado le insistenze. Per principio non firmo libri che non scelgo io, di autori che non sono di mio diretto interesse. Insomma, ho fatto e faccio la puttana editoriale, se vuoi, per libri raffinatissimi, di grandi autori, pur non avendo l’indole del curatore ed essendo l’antipode di un filologo o un ricercatore; e forse non è giusto nei confronti di chi studia, con rigore, per esserlo. Parlo di libri recensiti diffusamente sulla stampa nazionale. Ho sempre avvertito, peraltro, che questi editori rimangono abbastanza interdetti dalla mia mancanza di interesse a firmarli, dal fatto che io non ne approfitti per rivendicarne la paternità e accumulare crediti pubblici. Mi stimola solo l’idea di essere compensato materialmente, per farlo. Sono anche stato cercato e invitato da prestigiosi istituti culturali a presentare libri. E sinceramente mi è sempre importato poco di questi inviti, che ho sempre declinato. Come ho rifiutato, in passato, inviti alla Yale University – che per altri motivi ho frequentato più volte, negli anni, da outsider e non certo da studente – quale unico italiano invitato a parlare di un particolare autore. Come ho rifiutato l’invito a Glasgow, presso forse la più antica Università di Europa, luogo molto suggestivo, dove mi offrirono di tenere un intervento individuale, in solitaria. E questo perché non sono un intellettuale, un letterato, un filosofo, uno studioso, un accademico e neanche un artista o uno scrittore. Non che non sia stato tentato. Ma il contesto mi è fisiologicamente estraneo. L’umanismo non mi riguarda. Per dirti, ognuno di noi nasce con in dote una dose di opportunismo da spacciare, ed io in questo ambito ho spacciato molto poco. Solo per farti capire la natura del mio arrivismo, ossia totalmente inesistente. L’unica cosa di cui posso vantarmi, insomma, sono i miei rifiuti. E non so se sono qualcuno di cui aver qualche rispetto o un fesso da compatire. Ahimè, temo molto sia la seconda ipotesi, soprattutto agli occhi degli altri.

Intravedo un rapporto privilegiato, ma non ‘arreso’, con Emil Cioran. Insomma, dimmi.

Con sommo piacere, frequento i testi di Cioran dal 1986, in tutte le opere edite in francese, italiano e inglese. All’epoca in cui vivevo tra Chicago e New York, nel 2006, trovai in uno spaccio di libri usati una copia, The new Gods (Il funesto demiurgo), edita nel 1974. All’interno, tra le pagine 74 e 75, vi era ancora lo scontrino con l’anno, il costo e il luogo dove fu acquistato. 13 dicembre 1974, 6.37$, Book Center di Syracuse, New York. È qui che, indagando un po’, mi resi conto che al contrario di noi in Nord America Cioran lo leggevano già dalla metà degli anni Sessanta, sebbene non mancassero delle riserve, anche lì. Detto questo, non sono mai stato un cioraniano, un cioranista, un fottuto philoi. Mi ripugnano gli adepti di chicchessia. Non ho mai venerato qualcuno. Al massimo ho stimato e ammirato. In ogni caso, sono tutti da prendere con le pinze, adoratori e detrattori. Quanto al mio supposto “rapporto privilegiato” di cui parli, beh, ci cascano in molti. Voglio dire, io ho avuto un rapporto privilegiato con molti autori, diversissimi tra loro, e anche da me. Insistere su una mia ipotetica predilezione potrebbe avvallare, erroneamente, una mia filiazione, una staticità. E non è il caso, se non altro perché sono troppo volubile e distratto. Ho una percezione troppo esatta di me stesso per poter mai cadere o scadere in questo genere di trappola, questo buco grigio del gregario adoratore. Lui l’ho evocato più degli altri perché è uno dei pochi che leggendolo mi ha fatto anche ridere e saltare sulla sedia. Lo cito anche per rompere le scatole. Per dispetto. Contro quelli che lo amano fin troppo senza essergli affini, e contro chi lo dileggia in modo puerile e interessato, senza essere un suo pari nella potenza della prosa, in lucidità. Molti, poi, ci dicono che critica della cultura e Cioran sono agli antipodi, come se fosse un’onta. Come a dire… è inutile. E allora? Meglio non indugiare sul lutto a getto continuo di un “Re che non esiste”, sostengono. Tra le altre cose, lo definiscono un usignolo che ripete sempre lo stesso verso. “Petulante manierista”, “ridicolo grido”, “portentosa stupidità”. E chi più ne ha più ne metta. Già qui ti rendi conto della amara malafede intellettuale di chi lo attacca. Cioran, infatti, era ammirato da Auden, che in una recensione lo definì “il miglior scrittore in lingua francese dal dopo guerra in poi”. Anche Saint-John Perse gli votava un’ammirazione incondizionata. Al pari di Iosif Brodskij, che ne consigliava i libri nei corsi che tenne nei college americani. Ammirazione nei suoi confronti la votarono Elie Wiesel e Jules Superveille. E Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alain Delon. Fu apprezzato anche da Paul Celan, che tradusse in tedesco il Sommario. E da Ernst Jünger, Jean Rostand, Margeurite Yourcenar, Henri Michaux. Al contrario, altri, ben più modesti, come Savater o Veneziani e Compagnon o Minois, presi dagli scrupoli critici o fanno retromarcia su di lui o ne accennano appena, nei loro libri. Nel migliore dei casi, è ridotto alla dignità etica di un elegante scettico. A un conciliante saggio. Un misto tra Montaigne e Schopenhauer. Oppure lo rubricano e archiviano alla stregua di un esteta, un trastullo per artisti, i puer estetizzanti e i perduti di ogni angolo della terra. I lumpen. Magari i feticisti dello stile. Molti cattolici, poi, per ovvie ragioni, hanno qualche difficoltà a capirlo o accettarlo. Come il critico cattolico padre Ferdinando Castelli, che lo accusò di essere estraneo alla Grazia e al mistero dell’incarnazione, di indugiare sull’assurdo e non rifiutare il nulla. Ma che modo di ragionare è? Perfino all’interno dell’Adelphi ci fu chi sollevò qualche dubbio sull’opportunità di pubblicarlo. Oggi è fin troppo letto e citato. Ha fatto la fine di Borges, è chiaro. Sai, la consacrazione dei commentatori, ossia i parassiti. La sventura di essere capito dal grande pubblico. Inoltre, non concordo affatto con l’opinione che Busi e Parente hanno di lui – ne avessi lo spazio, potrei spiegarti esattamente il perché delle loro opinioni interessate – e questo benché io non abbia affatto inclinazioni religiose o metafisiche di alcun tipo, meno che mai cristiane e, va da sé, non condivida acriticamente tutto quello che afferma Cioran, soprattutto molte uscite gnostiche, come questa: “anche se fosse un inganno, l’esperienza del vuoto meriterebbe sempre di essere fatta. Ciò che essa propone, ciò che tenta, è di ridurre a niente la morte e la vita, al solo scopo di rendercele tollerabili”, che mi è completamente estranea. Quel corsivo… è quello che hanno fatto, quasi sempre, le religioni, la poesia, l’arte, la letteratura, la filosofia, la critica. Ma la forza di questo scrittore è che tra le sue pagine affermi, allo stesso tempo, una cosa e il suo contrario. Vai a leggerle e troverai indubbiamente qualche frase che smentisce quella che ti ho appena citato. Sono valide e futili allo stesso tempo, secondo il suo umore del momento. È uno ‘gnostico’ che infine rifiuta ogni soluzione gnostica, ogni luce redentrice. Non si scappa da qua giù. Impossibile immaginare contraddizione migliore. Anche qui, geniale.

Critica e Cioran sono agli antipodi?

So almeno questo… gli argomenti della cultura, soprattutto quella ‘buona’, sono sempre fragili e perdenti di fronte a un raffinatissimo pensatore da strada. Vedi, lui suona sempre vero, mai falso. Nella prosa di Cioran si trovano una bellezza e una potenza intrinseche. Ammetterlo non significa affatto condividere acriticamente tutto quello che afferma. Guarda anche solo la lista dei titoli che aprono l’indice dei suoi piccoli poemi in prosa nel Sommario. Stupefacenti. Già da lì ti rendi conto. E i suoi lucidi giudizi, esatti, su tante personalità? Su Valéry o Sartre. Come Blanchot e Bataille, su cui scrive: “Balbettatori di cose profonde, menti confuse e verbose, senza smalto e ironia. Oggi è impossibile imbattersi in qualcuno la cui originalità non sia libresca. Dove trovare dei tipi naturali, il cui punto di partenza non sia letterario? Non si parla d’altro che di letteratura; niente che venga da un’esperienza diretta, da una cosa vista o da un dramma personale. Un magnifico esempio d’impotenza, di pretensione quasi vertiginosa, simbolo come nessuno dell’anemia, del raffinamento puro. Non si può mancare di sangue a tal punto”. E quello su Borges, malgrado per certi aspetti lo ammirasse: “tutti i suoi punti di partenza sono letterari; peggio ancora: libreschi”. Altro che “poseur”, come scrivono i suoi puerili detrattori. Qualche burlone e accanito bibliomane ha scritto, recentemente: “Comunque la storia dei critici come peggiori o sanguisughe degli scrittori è una storia consunta, tipica dei pessimisti che, evidentemente, non leggono. Da Papini a Cioran sembra non conoscano quei critici che nulla invidiano agli scrittori. E sono tanti. Anzi: di alcuni autori è molto meglio leggere solo la critica. Grazie alla magnificenza critica di Macchia o di Cecchi o di Praz mi sono risparmiato fior fiore di pallosi scrittori. Grazie critici.” Il formidabile lettore, Cioran, uno che non legge? E quali critici? Il Proust di Beckett impallidisce di fronte alla maggior parte dei saggi di Cioran. Il trattato del ribelle di Jünger è di una noia mortale, come d’altronde la Letteratura e il male di Bataille. Caraco, al confronto, è estenuante, con una prosa che non seduce affatto. Di Nabokov spesso ho fatto fatica a leggere i libri oltre che i saggi. Cioran è più affilato e potente di Brodskij, che ha il genio di non dire nulla molto bene. Il poeta e scrittore russo gioca, si capisce. Allinea aggettivi, sfotte e non sempre è poeta. Al netto di tutto, lo è rare volte, per me. Quando lo è – Elegie romane, In Inghilterra, Kellomaki – lo è in modo inderogabile. I suoi saggi, come quelli che troviamo in Dolore e ragione, per fare un esempio, sfigurano di fronte a quelli di Cioran. Mentre Saint-John Perse, così lontano da me, è poeta in Esilio e Anabasi, poi basta, imita se stesso. Molto, molto meglio Cioran. Anche Auden, a parte Horae canonicae e L’età dell’ansia – non tutto – è una rottura di palle. Praz, poi, l’ho letto tutto e non mi ha mai fatto saltare sulla sedia. Usa parole improponibili, da bibliomania antiquaria, sfoggiando inutili preziosismi, come “algolagnico”. E chissà che non siano opinioni che potresti condividere anche tu, parola per parola. Sono tutti autori interessanti e molto importanti che, in fondo, da giovane mi hanno reso più esigente dal punto di vista intellettuale, eppure non mi hanno mai davvero toccato. Mi sono sempre stati estranei. Si è già benedetti a scrivere qualcosa che meriti una rilettura, che si riesca a leggere senza annoiarsi con vanità, futili illusioni semantiche, spacconerie grammaticali. Poi, insomma, la magnificenza critica che superi il mero commento delle opere altrui, anche quello più raffinato, è merce rara.

E dimmi se e quali i libri in qualche modo hanno cambiato la tua vita.

Sai, per alcuni aspetti è come narra quel certo libro… “le imprese che si basano su una tenacia interiore devono essere mute e oscure”. Inoltre, se è vero che impariamo anche in dialogo con i grandi, con quelli che ammiriamo, a che pro mettersi apertamente sotto la loro cappella, sfoggiare apertamente un catalogo culturalista, una catena bibliografica? E che senso ha per un poeta di oggi dire che i suoi numi tutelari sono Rilke e Kafka, soprattutto quando è loro platealmente estraneo in dote? Il non detto è più divertente, misterioso ed evita imbarazzanti paragoni. E, sinceramente, un po’ mi vergognerei a fare una lista. Ho letto troppo, e non è una cosa di cui andar fieri. L’elenco sarebbe troppo lungo e sorprendentemente eterogeneo e forse fuorviante. In ogni epoca della mia vita, infatti, ho avuto delle preferenze che poi, in parte, sono mutate nel corso del tempo. Sono pochi gli autori che ancora oggi davvero mi porto dietro. Il segreto è quello di liberarsi della maggior parte di loro, a un certo punto. Cosa non facile, per molti. Poi, bisogna pur dirlo… avere una passione – che io non ho mai avuto e invece molti hanno – per autori quali ad esempio Blanchot, Bataille, Merleau-Ponty, Sloterdijk, dopo i trent’anni, vuol dire non aver capito. È un pessimo segno. Se poi è una bella donna a voler ostentare con passione questo genere di coscienza intellettuale, competenza letteraria, lì precipita nella mediocrità dell’ovvio, dandosi all’orrore dell’astrazione. In fondo io non ho trovato libri che mi cambiassero la vita, ma piuttosto quelli che confermavano via via la mia mutevole e personale visione del mondo, i miei pregiudizi, la mia fisiologia esistenziale. Degli affini, e anche i non affini che rendessero più vasti gli orizzonti dei miei pregiudizi. Le mie parole, come quelle di chiunque altro, nulla provano e nulla dicono, se non delle convinzioni, i pregiudizi e le inclinazioni di chi le ha scritte. E non c’è nulla di vero in un pregiudizio, se non la brutale tenacia della sua forza, quando si unisce alla persuasione e alla seduzione. Degli autori che leggo, in fondo, traggo solo ciò che mi interessa, quello che mi è utile. Tutto il resto lo assorbo, digerisco e infine ignoro. Alimento i miei pregiudizi anche con i pregiudizi altrui, ma solo per abbandonarli per strada, e fare la mia. Siamo un pastiche di illusioni, tutte false e vere allo stesso tempo. Poi, ti dico che non ho iniziato a leggere per piacere intellettuale, ma al contrario per pensare contro a questo modo di concepire le creazioni. Per rabbia e repulsione. Conosci il tuo nemico! Forse avrei fatto prima a ignorarlo, questo mondo.

Da antiaccademico, da supremo ‘dilettante’ hai curato anche le opere più importanti di Benjamin Fondane e un libro di Lev Šestov, La filosofia della tragedia (Aragno). Come mai, con quale spirito?

Vedi, Leopardi scriveva che i migliori filosofi, i più profondi, sono massimamente antifilosofici. Šestov, a sua volta, è stato forse il più grande storico della filosofia e, allo stesso tempo, il suo più implacabile nemico. E Cioran non è da meno, quando afferma che la filosofia è sconfitta quando si apre davvero all’uomo. Fondane, poi, il poeta che diventa filosofo per difendere la poesia, rincara la dose, quando sentenzia che ogni filosofia non è che un consiglio alla rassegnazione. È per questo che tutti loro, in passato, hanno destato il mio interesse. La filosofia è una vecchia conoscenza che in gioventù ho frequentato molto, con estremo rigore, come si può studiare un acerrimo nemico. Un territorio che conosco benissimo e che tuttavia mi è estraneo, per natura. E se per me può aver avuto qualche interesse per quello che negava, non lo ha mai per quello che afferma. Sono convinto, poi, che possa avere qualche utilità, eventualmente, solo per chi le è estraneo, soprattutto per coloro che pensano per immagini o per gli scrittori di rango e i veri poeti. Per gli altri, oggi, è solo il penoso colombario dei concetti. Il territorio della prosa analitica. Lo stile da note a piè di pagina, la terminologia scolastica, il tono accademico. Il buco nero dei pensieri da serra. Associarmi alla filosofia, fosse anche per via negativa, eccentrica o al gioco delle idee, non avrebbe alcun senso. Sarebbe pura follia. Inoltre, non ho inclinazioni religiose, creazioniste, né sono vicino al cattolicesimo o all’ebraismo, fenomeni che tuttavia conosco bene. Eppure tutto ciò non mi ha impedito di avvicinarmi, da giovane, allo studio rigoroso di tutte le opere di Šestov, questo “Dostoevskij filosofico contemporaneo”. Il primo ad aver sottolineato l’importanza filosofica dell’autore delle Memorie dal sottosuolo. Quello che ti dice… “il miglior modo di filosofare è parlare di se stessi”. E che la verità si trova nella letteratura e non nella filosofia. Sì, è stato il maestro di Fondane, che di lui rappresenta l’unico vero erede diretto, “non tanto ideale quanto ispirato”, come afferma Cioran. A qualsiasi giovane, oggi, consiglierei di studiare filosofia con Šestov, per poi eventualmente reagirgli contro, in dissenso, come fece lui con Husserl, che paradossalmente considerava il suo maestro, insieme a Dostoevskij. Occupandomi, oggi, della pubblicazione di alcune delle loro opere maggiori, mi ha indotto a fare un salto indietro nel passato, a riprendere in mano argomenti e autori che ormai ho già superato da decenni. L’ho fatto con piacere, anche se del tutto eccezionalmente. Certe cose, sotto certi aspetti, non invecchiano. Ma, a onor del vero, devo dire che, a parte il libro iniziale, ossia il Baudelaire e l’esperienza dell’abisso – che ho voluto fare io – mi sono occupato dei loro libri non per mia filiazione spirituale diretta, ma soprattutto perché, dopo quel primo volume, sono stato sempre cercato e sollecitato a farlo dagli editori. Ogni volta. Ho ceduto per vanità editoriale. Di Fondane è uscita ora la nuova edizione – la mia prima versione è apparsa nel 2014, per l’editore Mucchi – del Falso Trattato di estetica, presso la Nino Aragno. Un testo importante, ispirato. Ogni poeta, in fondo, dovrebbe leggerlo e averlo. Questa nuova edizione presenta, rispettivamente, un buon margine di revisione nella resa della traduzione, una nuova presentazione iniziale, intitolata “Note introduttive” e nuovo materiale inedito, anche rispetto alla Francia, nella nuova sezione intitolata “Addenda”. Il volume scalza con slancio la precedente versione, che ormai risulta superflua, superata.

Tu sei italiano, di famiglia italiana, ma non hai mai frequentato le scuole italiane, vero?

Esatto. Ho sempre frequentato solo le scuole inglesi e americane, con un percorso scolastico anomalo. Ora, a questo punto è d’obbligo una breve digressione. Credo sia il caso di sottolineare un paio di punti, rispetto alla mia scrittura, per quel poco che può interessare. Non ho mai imparato a scrivere in italiano. Nessuno me lo ha mai insegnato. E, per uno strano scherzo del destino, non conosco le regole, la grammatica di nessuna lingua, anche di quella nativa. Se tu mi chiedessi di farti l’analisi logica di un periodo non saprei farlo. E d’altronde da adulto mi sono rifiutato di ovviare a tale problema. Se scrivo in un certo modo è solo perché ho letto molto. Tendenzialmente, poi, scrivo prestando attenzione più che altro al tono di una frase, a un certo ritmo. Come se componessi suoni. In parte mi consolo, del tutto indebitamente s’intende. Penso infatti a Leopardi, che, anche lui, incredibile a dirsi, a parte scrivere nelle sue lettere forse il più bel italiano che io conosca, talvolta inciampava in alcune improprietà. Penso anche a Flaubert, nella cui prosa qualunque impeccabile scolaro della sua epoca avrebbe potuto scovare tracce di improprietà, e non lo affermo io, ma Proust, in uno dei suoi saggi. Infine, penso a Paul Morand, che ammetteva candidamente: “Non ho mai imparato la grammatica: non c’è da vantarsene, però mi sembra che se l’imparassi oggi, non potrei più scrivere”. Anche per questo non mi avvalgo di un editor. Fatto non meno importante… ho preso la penna in mano, letteralmente, per la prima volta, solo a quarantatré anni, per tentare di scrivere in maniera formalmente cosciente. Motivo per cui i miei primi scritti pubblici, per certi aspetti, sono prematuri. La cosa un po’ mi diverte, e d’altronde non posso farci niente. Tutti i miei i limiti, infatti, sono sotto gli occhi di tutti, volendo. Ho dovuto compiere in pochi anni, quello che altri, come frequentatori più assidui della scrittura, fanno a partire da una giovane età, anche a scuola. È stato un processo intensivo e doloroso, titanico, da autodidatta, di maturazione della prosa. A spron battuto, in brevissimo tempo. In questo avventuroso viaggio, le scorie a testimonianza di tale evoluzione, anche pubbliche, sono inevitabili. Se vuoi Ritorno agli elementi rappresenta uno spartiacque. La tabula rasa del passato. Un autodafé. Ma rivendico tutto. Le sbavature, le ingenuità, l’inesperienza, la natura brada dei miei tentennamenti formali in solitaria. Insomma il patetico. Ma, va da sé, rimango un pessimo scrittore. Sono solo uno che scrive cose.

Con le tue parole spesso alludi all’animale, al selvaggio, all’Amazzonia. Come mai? Cosa significano per te questi elementi?

L’Amazzonia è una vastità sterminata, quel mare verde su cui si naviga per ore e ore senza mai incontrare radure, villaggi o vita apparente, un continuo primordiale che incute lo stesso timore del profondo mare, là dove è più scuro e più blu. Un ambito misterioso, che racchiude la vita così come era un tempo, milioni di anni fa. L’animale è fascinazione ipnotica. Verità inaccessibile alle parole. Il mondo anteriore al verbo. L’evidenza di una potenza muta, che abbiamo perduto. Là dove non c’è bisogno di inventare o evocare un dio. È l’abbagliante presenza di un passato remoto che ti guarda dritto negli occhi, dal gorgo della fitta foresta, lo sperduto continente di immensi alberi, le cattedrali vegetali che infiammano la nostra fantasia. Questo impietoso paradiso con il suo brulicare di creature. Vedi, la Natura sarà anche il più grande mattatoio dell’universo, ma quello che qua giù gli animali fanno per brutale incoscienza, cieco istinto e sopravvivenza, con un carisma a noi ignoto, noi pretendiamo di farlo in tutta coscienza, su proporzione planetaria, anche per piacere e avida vanità, decaduti nel sapere, credendo alla nostra superiorità. Io amo le foreste, le stelle, gli elementi, l’animale, non per etica ecologica o eremitica. Sono una chiamata allo sprofondare, come le gambe aperte di una donna, in altro modo. Tra l’ammaliante presa diretta del fetore animale e l’opacità umana, c’è un abisso, è chiaro. Per dirti, anche Leopardi, certo, lanciava talvolta accuse contro la natura, eppure allo stesso tempo scriveva: “L’arte non può mai eguagliare la ricchezza della natura… la natura è la sola potente, e l’arte non l’aiuta, ma spesso la nega”. E che importa se la Natura un giorno ci estinguerà come specie? Lei non è crudele o il male, ma solo viva e indifferente al nostro destino. Finché non ci annienta, meglio godere della sua temibile bellezza, del suo minaccioso fetore. Per egoismo e capriccio.

Che cos’è la fede? Ti affascina dio, lo ignori? Perché, quindi, si è in vita?

Ti cito il solito scrittore. “Ogni fede è falsa – se vista dall’esterno. Ma credere è importante quanto respirare (non parlo qui di fede religiosa, ma della capacità di adesione a qualcosa)”. Carmelo Bene, che non mi pare fosse un devoto di Dio, era ferrato in teologia. Anche io lo sono, e di altro ancora, perfino in letteratura scientifica. Eppure non ho la minima inclinazione religiosa o scientifica. Mi sono estranei il mondo dei dotti, la Repubblica delle Lettere, i pregiudizi della scienza, ma anche la fede in una verità rivelata. Molto più modestamente, ho letto i testi religiosi come ho letto gli Annali di Tacito, Omero, Shakespeare, la Balena bianca di Melville o la Divina Commedia di Dante, come potenti risposte creative ai nostri interrogativi sull’esistenza. Ti dico, inoltre, che tutti annegano in una metafisica della conoscenza. Perfino Darwin, che negava dignità al soprannaturale eppure non scorse mai che l’alfabeto rappresentava già il regno dell’astrazione, il dominio del tempo sullo spazio, una promessa verticale. E l’“uomo naturale” di Sade, nonostante le sue pretese, non fu da meno, ossia una via libertina per la liberazione mistica, il distacco dal mondo attraverso la perversione, facendo indigestione di carne, altro che gloria del corpo. L’asceta castrato e il libertino Sade sono due facce della stessa medaglia. Certo, meglio il secondo. In ogni caso, qui domina sempre l’omologia… la natura è il male. Poi, non ho nulla contro la grande importanza dell’utilità pratica della ragione, mentre invece ho qualche problema quando pretendono di farmi vivere all’ombra del concetto scientifico di realtà. Anche perché, bisogna pur dire che, paradossalmente, la stessa ragione è un atto di fede, un credere, che dopo l’avvento della sua rivelazione considera ogni altra credenza, ogni altra fede, ogni altra rivelazione che non sia contenuta in lei, assurda, insignificante. A questo punto mi viene in mente la famosa dottrina humiana della credenza, della rivelazione. Hume, va da sé, mi è estraneo. Ma il suo empirismo, malgrado i molti plateali limiti della sua visione razionale, dichiarava che – senti senti – “il fondamento della conoscenza, sia di noi stessi che del mondo esterno, è la credenza, qualcosa di cui non si danno ragioni a priori, qualcosa a cui possono ridursi in ultima analisi tutti i princìpi, le teorie, le costruzioni più coerenti ed elaborate, pratiche e teoriche, della nostra mente”. Insomma, ci dice che la fede è alla base della nostra conoscenza del mondo esterno. Una fede animale, metabolica, e che “non esiste sapere che non abbia alla base una credenza, una credenza non ragionata”. È un illustre storico delle idee a parlarne, da qualche parte.

Dunque, non hai fede religiosa?

No, ma la questione è più complessa. Pensa che in questo ambito, come in quello della poesia, la scrittura è sempre una forma di preghiera o un’invocazione. Il ricordo di qualcosa di primario. E, d’altronde, il mito e il religioso sono più vicini alla poesia, all’irrazionale fuso alle potenti creazioni dell’immaginazione. Mi riferisco soprattutto a quelle che in epoche remote assimilavano per analogia il reale senza ucciderlo o disprezzarlo. E lo sai, che la poesia è più antica di qualsiasi civiltà. La risposta che ti dà l’ateo razionalista, scientista, va da sé, è semplicistica. Da questo punto di vista, sarebbe stato interessante accennare alla genealogia che esiste tra il cristianesimo e la scienza. Poi, credo fosse Leopardi a scrivere che perdere le illusioni equivale a perdere il segreto della natura. Senza una qualche credenza, è realmente impossibile vivere, ancor meno agire. Anche i negatori di oggi, il cinico o il pessimista, si aggrappano a qualcosa, non fosse altro che alla voluttà del negativo, salvo poi ridursi a giocare tutto il giorno alla play station seduti sul divano, depressi. In questo caso, forse, sono misantropi che hanno troppo riflettuto sul mondo, sui libri. Altro che pessimismo vivo, traboccante di linfa, delle epoche antiche, che fondavano Imperi nella depravazione. Per dirti, inoltre, del sacro, una parola che non amo molto… una musicista, rispose in merito: “In Islanda non andiamo in chiesa, passeggiamo per la tundra”. Ecco, capisco meglio, mi è più affine. E senti quello che scrive, lucidamente, il solito scrittore per cui ho qualche simpatia: “Perché sono stati inventati Dio, gli angeli, ecc.? Per avere con chi parlare (‘d’ora in poi non parlerai più con gli uomini ma con gli angeli’, dice Gesù a Santa Teresa). Arrivato a un certo grado di solitudine o di intensità esistono sempre meno persone con cui si possa parlare; anzi si finisce per constatare che non si hanno più dei propri simili. Giunti a questo estremo, ci si rivolge ai propri dissimili, agli angeli, a Dio. Allora è per mancanza di interlocutori qua giù che si va a cercarli altrove. Il senso profondo della preghiera è questo: l’impossibilità di rivolgersi a qualcuno quaggiù, non perché si viva a livello spirituale elevato, ma per un senso di abbandono… Il lato scortese del cristianesimo. Tutte le religioni sono eccessi di indiscrezione, stupro di anime. La religione, la filosofia, la letteratura, tutto dà troppa importanza all’uomo”. Le uniche cose che mi interessano di questo pezzo sono “il senso di abbandono”, la “troppa importanza”, l’“eccesso di indiscrezione”. Sai, “il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta”, la paura e l’incapacità di tollerare la solitudine assoluta. Cose molto impure, e niente affatto elevate. E, così come il religioso ti intima “la fede o il nulla”, anche il poeta ti esorta con “la poesia o il nulla”. E lo stesso in fondo fa la scienza. Il mondo e il creato un nulla?! Capisci? Sono consolazioni o espedienti, tentativi di dare un senso e delle risposte al nulla del mondo, all’irrazionale, che rappresenta l’essenza della vita, e che la religione, con la sua simbolica potente, cerca di mantenere a suo modo, e la ragione, con i suoi modesti mezzi, cerca di governare. Freud, per esempio, con il suo ateismo razionalista, rassicurando l’onnipotenza della ragione sopra ogni impulso irrazionale, esorcizza ogni trascendenza, assumendo la “morte di Dio”, il Dio morale della teologia razionale, il Dio dei filosofi, per confutare la possibilità stessa di ogni trascendenza. Ma questa cosa della trascendenza a me non interessa. Mi interessa invece quella religione della ragione che ha rimpiazzato lo hiatus irrationalis del religioso, a cui potremmo obiettare, rovesciando le premesse di Freud – il religioso come “ossessione nevrotica” – applicando questa sua stessa definizione alla strategia del pensiero apparentemente chiaro e distinto della ragione che si protegge dall’irrazionale. Insomma, è un cane che si morde la coda. Se vogliamo scomodare i classici, per molti aspetti preferisco Shakespeare, il suo naturalismo non scientifico. Lui, che visse a cavallo tra due epoche, il medioevo con i suoi pregiudizi esauriti e la rivoluzione scientifica ancora da venire, non fu preso dal determinismo della causalità scientifica, né tantomeno dal soprannaturalismo religioso. Dove Freud rivendicava una conoscenza, Shakespeare opponeva l’ignoranza, poiché nessuno può conoscere, ossia spiegare certi fenomeni. Sai, come la Luna dissennata di Leopardi, che rispetto alle cose proprie della Terra, le prospettive della cultura umana, dimostrava solo di non sapere. Osservare i fenomeni e il reale, descriverli ma non spiegarli o ridurli a qualche teoria razionale preesistente. Essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione. Di Dostoevskij, poi, ho ammirato il lucido psicologo di tutto quello che è profondo, meschino e tragico, ma non assumo il suo impianto religioso.

Come nasce il tuo libro, Ritorno agli elementi, e perché?

Questa intervista rivela ampiamente la natura e il movente del libro. Aggiungere altro sarebbe superfluo. Piuttosto, volevo esprimerti la mia gratitudine per il tuo bel testo intitolato Un ghepardo al Baltico, che accompagna il libro. Fin troppo generoso, dato che, va da sé, non sono uno scrittore né tantomeno un lupo o un ghepardo. Insomma, mi onoro della tua amicizia, e ora anche di avere questo tuo monile verbale a sigillo delle mie parole scucite. Da tutt’altro altare, con altre risposte, tu vedi quello che vedo io.

*In copertina: James Abbott McNeill Whistler “Nocturne in Black and Gold – The Falling Rocket”, 1875

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