20 Marzo 2022

“Il respiro di Shackleton sul collo”. Endurance: la leggenda tra i ghiacci

Le lettere di bronzo che formano il suo nome, Endurance, sotto la stella polare, brillano nell’oscurità degli abissi, sulla poppa della nave di 44 metri, il relitto perduto e ritrovato, come una sfida lanciata contro il tempo. I tragici avvenimenti di guerra di questi giorni non hanno offuscato il miracoloso ritrovamento, in condizioni straordinarie, nell’Artartide, della goletta dell’Endurance, il leggendario tribordo del celebre esploratore britannico Sir Ernest Shackleton. Il destino di questa straordinaria nave sembra legato in modo insondabile a terribili venti di guerra. Rischiava di andare tutto a monte, già allora.

Era la fine di luglio 1914 e ogni cosa era stata imbarcata sull’Endurance, che prendeva il largo il primo agosto 1914, dall’Est India Docks di Londra. Nonostante la guerra. Nonostante la dichiarazione di guerra della Germania alla Francia. Nonostante tutto, l’Endurance si trovava, in quel momento, nell’estuario del Tamigi. Il giorno in cui Re Giorgio V consegnava nelle piccole grandi mani di Shackleton la Union Jack per la spedizione al Polo Sud, l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania. Per oltre un secolo, l’Endurance è rimasta intrappolata, un tesoro nascosto nell’intimità segreta del Mare di Weddell, a tremila metri di profondità, al largo della costa dell’Antartide. Un relitto da scoprire, il simbolo avventuroso della sconfitta dell’uomo contro i ghiacci. Ma anche l’epopea di un’incredibile avventura di sopravvivenza a piedi, in uno dei luoghi più inospitali della Terra.

Il direttore della gloriosa spedizione Endurance22 – organizzata dal Falklands Maritime Heritage Trust – l’archeologo subacqueo Mensun Bound, a bordo della rompighiaccio S.A. Agulhas II, ha dichiarato di aver sentito “il respiro di Shackleton sul collo”. Cerco la sua foto, trovo un uomo con barba e capelli bianchi, dal fisico asciutto, con grandi mani dalle dita affusolate, uno sguardo deciso dietro gli occhiali, le maniche rimboccate, una vaga aria da intellettuale, una tenacia che gli ha dato ragione, a pochi passi dalla fine della sua spedizione antartica. Mentre scorro le immagini mozzafiato del National Geographic con relitto della nave imbrigliata dalle alghe come fossero cime che la intrecciano agli abissi, riprendo tra le mani Endurance L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud scritto nel 1959 (Tea, prima edizione in Italia Corbaccio, 1999) di Alfred Lansing (giornalista scomparso nel 1975, da questo romanzo fu tratto il film Shackleton con protagonista Kenneth Branagh), una lettura imprescindibile per comprendere prima che la vita della nave, la tempra del suo comandante, talora criticato per la sua temerarietà. Quell’esploratore “alla vecchia maniera”: Ernest Shackleton.

Prendo appunti. “A quell’epoca aveva quarant’anni, era di statura media col collo taurino, spalle ampie, i capelli castani scuri divisi da una scriminatura. La bocca ampia e sensuale ma espressiva si arricciava in una risata improvvisa o si serrava con la stessa subitaneità in una linea sottile. La mandibola sembrava fatta di ferro. I suoi occhi grigio-azzurri potevano, come la bocca, illuminarsi per l’allegria o con la stessa facilità farsi cupi per il malumore”. Le mani? “Aveva mani piccole, ma la loro stretta era ferma e sicura. Parlava in tono sommesso piuttosto lentamente con voce baritonale e un tenue accento che ricordava la sua origine della Contea di Kildare. Comunque fosse il suo umore, un aspetto del suo carattere prevaleva sempre nel suo modo di essere: la tenacia”.

Naturalmente non poteva non pensare alla guerra, rifletté a lungo sul da farsi e decise dei mettere l’intera spedizione a disposizione del governo. A disposizione della guerra. Lo raggiunse presto un telegramma di Winston Chruchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato: il governo voleva la continuazione del viaggio. Il viaggio dell’Endurance si imbrigliò a sole ottanta miglia dal Polo Sud. L’impressione degli avventurosi componenti dell’equipaggio è notevole. “Il mare scavava ampie caverne e le onde, che vi si riversavano in questi anfratti azzurri, le facevano rimbombare come casse armoniche. Si udiva, come un rumore di sottofondo, lo sciacquio ritmico del banco di piccoli ghiacci galleggianti che salivano e scendevano sulla cresta delle onde”. L’atmosfera descritta grazie ai diari di bordo era magica, fiabesca: “milioni di piccoli cristalli aghiformi scendevano dal cielo illuminato dal chiarore crepuscolare”. Il 21 novembre del 1915, l’Endurance, non resistendo alla pressione famelica della banchisa, si inabissò per sempre.

Era mattina presto, una squadra di salvataggio era tornata alla nave. Dev’essere stata un’emozione spaventosa vederla affondare agli occhi inermi del comandante Shackleton. “Ragazzi, affonda!” gridò. “Un attimo dopo s’erano sistemati tutti in punti strategici da dove osservarono in silenzio l’Endurance alzare la poppa verso il cielo, una mezza dozzina di metri sulla superficie del ghiaccio e scomparire lentamente e senza rumore sotto il lastrone; al suo posto rimase soltanto un piccolo spazio di acqua scura. Nel giro d’un minuto, anche quell’apertura si rimarginò e il ghiaccio si chiuse definitivamente sulla carcassa. Non erano trascorsi più di dieci minuti”. Non c’era più il segno dell’ingegno umano, nessuna traccia della perizia umana, la costruzione, ideata da Aanderud Larsen, veniva sepolta da un mare di ghiaccio: un motore a carbone della potenza di 350 cavalli, in grado di dare una spinta di 10,2 nodi, gli elementi della chiglia di solida quercia, il loro spessore di 2 metri e 39 centimetri, le fiancate di quercia e abete delle montagne norvegesi. Lo scafo era stato internamente rivestito di greenbeart, un legno più pesante del ferro. Tutto questo ben di Dio era scomparso per sempre, inghiottito dalle acque terribili e senza pace dell’Antartide.

Senza Endurance, erano perduti. Perdutamente soli. “Ora, dovunque volgessero lo sguardo, non c’era altro in vista che ghiaccio e ghiaccio. La loro posizione era 68° 38 1/2′ sud, 52° 28’ ovest… un punto in cui mai nessun uomo era stato prima, né alcuno di loro avrebbe mai potuto immaginare che qualcun altro dopo di loro volesse tornarci”. E invece il fascino di ciò che si perde per sempre è sempre lì a tormentare gli animi inquieti e più audaci. Nonostante due anni di sopravvivenza eroica dopo la scomparsa della nave, Shackleton cercò di raccogliere intorno a sé alcuni partecipanti della spedizione al Polo Sud per ripartire per la conquista dell’Artico, ma in una notte di gennaio del 1921, il suo cuore cessò per sempre di battere. La moglie Emily decise di portare il suo corpo in un cimitero di pescatori nella Georgia Australe: una piccola tomba bianca che porta le lettere del suo nome raccoglie le voci degli albatros che volano da queste parti.

Linda Terziroli

Gruppo MAGOG