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Lazzaro deve morire, nel racconto di Andreev, è uno strumento lasciato inerte sul tavolo della redenzione

Nella Storia della letteratura russa, Dmitrij P. Mirskij pronuncia la sentenza: Leonid Andreev “non fa paura”. Ma perché avrebbe dovuto far paura? Perché non vi riesce? Ma soprattutto, chi è questo Andreev? Quando il critico Mirskij ne parla, finisce per impantanarsi in un tremendo guazzabuglio: afferma la sua inferiorità rispetto a Tolstoj, ma chi non lo è? Lo accusa di voler impressionare il pubblico, di spaventarlo con le sue trovate letterarie, ma che in verità non è riuscito a spaventare nessuno (tanto meno Tolstoj), riducendolo a un lugubre cantastorie.

Allontaniamoci allora per un istante da questo critico, tanto preoccupato a spiegarci l’inferiorità di Andreev, e prendiamo una boccata d’aria, magari in Finlandia. Perché proprio in Finlandia Andreev aveva stabilito la sua sfarzosa residenza, subito dopo essere diventato uno scrittore di grande successo. Stravagante, un po’ dandy, un po’ tenebroso, spesso accostato ai simbolisti, ma portatore di un pessimismo assoluto e totale, che abbraccia la vita e la morte. Mirskij riconduce il suo grande successo di pubblico al generale sentimento di frustrazione politica in seguito al fallimento della rivoluzione del 1905, quasi a voler trovare una qualche giustificazione a questa ascesa (per lui) immotivata. Molti, suppone il critico, avrebbero trovato un felice riscontro alle proprie delusioni nella tetra opera di Andreev, un’opera senza speranza, dove l’unica realtà è la morte e l’annientamento.

Ad avermi incuriosito, è un racconto di Andreev che il critico non si degna neppure di citare, quasi fosse un’inutile scoria nel fiume della letteratura russa. Un racconto che ci parla del miracolo dei miracoli: Lazzaro (1907).

Quello della resurrezione, col ritorno dell’amico di Cristo dalle tenebre della morte, è forse tra gli episodi più scandalosi del Vangelo. Scandaloso per la sua portata, per come è narrato, per le conseguenze a cui può condurre. Comunemente, Lazzaro è ricondotto alla vita come definitiva dimostrazione della potenza di Cristo. Come si legge in alcuni commenti a questo particolare passo, Cristo potrebbe potenzialmente riportare alla vita chiunque; è una prova della sua potenza, ma allo stesso tempo dimostra come la vita e la morte, nell’accezione antica, non abbiano più alcun senso: vita e morte perdono il loro significato, perché se si è vivi in Cristo, si è vivi in eterno. Ecco lo scandalo, l’annientamento della morte, l’unica cosa che pareva davvero invincibile. Ma per aggiungere scandalo allo scandalo era però necessario uno scrittore come Leonid Andreev.

Leonid Andreev, 1871-1919

Andreev non resiste, allora scava dentro il miracolo e ci porta dove non ci portano i Vangeli. Cosa accade a Lazzaro subito dopo la sua resurrezione? Cosa ne è di quel corpo già avviato alla decomposizione? Il Lazzaro di Andreev è un mezzo, uno strumento lasciato inerte sul tavolo della redenzione. Compiuto il miracolo, Lazzaro diviene testimonianza della morte, non più della vita; e se vita e morte non hanno più significato, l’esistenza terrena diventa un vuoto fitto di tenebra. Così, il messaggio che ci consegna Cristo viene ribaltato da questo “dopo”, un “postscriptum” non richiesto e terribilmente lugubre. Lo sguardo di Lazzaro risorto provoca sgomento, il suo silenzio profonda paura.

«Allora, non vuoi proprio raccontarci cosa c’è di là, Lazzaro?» così lo incalzano gli amici, i parenti, i curiosi. Ma Lazzaro non parla, silenzioso testimone del nulla. E un po’ alla volta viene abbandonato, la gente lo evita come fosse un lebbroso, quasi che la sua catalessi mortifera possa attaccarsi al loro spirito. E infatti succede proprio questo: contagia chi lo guarda troppo a lungo, chi si intrattiene alla sua ombra.

Cosa ci vuol dire Andreev? Due possibili strade: nell’aldilà non c’è nulla se non il freddo, buio, infinito sepolcro; Lazzaro resta null’altro che una cosa lasciata lì, un morto redivivo nel corpo, non nello spirito, quasi quello di Cristo non foss’altro che un trucchetto, un numero di prestigio per prendersi gioco dei vivi e dei morti.

Ma vale la pena tentare anche un’altra strada.

«Sembri ancor più grande nel buio, Lazzaro, quasi proprio ora fossi ingrassato. Ti nutri forse di tenebre?» chiede un Romano pieno di vita; ma poi, dopo aver speso del tempo in sua compagnia, quello diviene apatico, come svuotato, così come successo a molti altri dopo aver guardato troppo a lungo negli occhi del risorto di Betania. Allora forse possiamo vedere in Lazzaro un ponte fra i vivi e i morti, non solo un memento mori; guardare negli occhi di Lazzaro significa sbirciare dalla toppa di una porta che cela l’inconoscibile, qualcosa che è impossibile da descrivere e inconcepibile per i viventi. Il Lazzaro di Andreev ci mostra l’insensatezza del voler conoscere l’aldilà, l’impossibilità di comprenderlo; quasi che conoscere il regno dei morti renda superflua la vita, o addirittura impossibile. Questo Lazzaro ci lascia allora una domanda: è meglio vivere con la consapevolezza della morte, o senza?

Valerio Ragazzini

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