Nei bassifondi della carne. “La Gana”, il romanzo incarcerato
Libri
Luca Buoncristiano
“Per la prima volta in vita mia voglio scrivere qualcosa di veramente autentico”, scriveva Pasternak, la vigilia di Natale del 1945, ad Olga Fréjdenberg, sua cugina paterna, cui era legato da un intenso epistolario.
Studiosa di filologia classica, Olga fu per Pasternak una figura di inestimabile rilevanza, di incentivo ed apertura alla sua opera, fino al capolavoro de Il dottor Zivago. Alla corrispondenza con Olga, Le barriere dell’anima, dobbiamo infatti un contributo fondamentale alla comprensione della genesi e del significato del grande romanzo per il suo stesso autore. “La mia prima vera opera” è definita da Pasternak stesso in una lettera alla cugina del 13 ottobre 1946:
“In esso voglio raffigurare un’immagine storica della Russia negli ultimi quarantacinque anni e, nello stesso tempo, attraverso tutti gli aspetti della vicenda – una vicenda dolorosa, triste, elaborata in ogni particolare come, secondo il mio ideale, in Dickens e in Dostoevskij –, voglio esprimere le mie vedute sull’arte, sul Vangelo, sulla vita dell’uomo nella storia, e su molte altre cose ancora […] L’atmosfera di quest’opera è costituita dal mio cristianesimo che nella sua ampiezza di vedute differisce alquanto da quello dei Quaccheri o da quello di Tolstoj, perché si basa anche su altri aspetti del Vangelo, oltre a quelli morali”.
Con Il dottor Zivago Pasternak si propone di rappresentare la sua più intima realtà interiore “l’ampia libertà dei [suoi] rapporti con la vita”, in un linguaggio che si vuole voce del cielo e della terra.

La volontaria evasione dai canoni letterari classici, sia nelle strutture espositive (spesso lasciate sospese), che nello stile (colloquiale e discorsivo), spinge Pasternak in un territorio inesplorato. L’opera d’arte si fa vita: le vicissitudini della grande storia, in cui la madre Russia era tratta, in tempi straordinari e terribili, si mescolano alla piccola storia dell’uomo, costretto ad improvvisare soluzioni rocambolesche, in risposta alla vita che preme e alla tragedia che espone agli eventi. Sul crinale, ad osservare le due rive scoscese su cui scivolano, inesorabilmente, i destini di un grande paese e quelli che coinvolgono la famiglia e gli amici, sta seduto, pensoso, il poeta. Da quell’alta prospettiva trasfonde nel romanzo la sintesi di un’epoca e degli uomini che l’hanno abitata. Dota il racconto di un valore altamente simbolico, scolpisce sulla pietra un epitaffio invisibile all’eroismo dimenticato di mille vite nascoste.
Il registro dei testi che cantano la sintesi di molte vite e molte morti non sono né epopee né, tanto meno, autobiografie. Celebrano l’eterno fardello che devono reggere i sopravvissuti, per il ricordo di chi s’è immolato anche per loro: una vertiginosa metafora del sacrificio che le Sacre Scritture raccontano sul Salvatore e su come si sia lasciato crocifiggere a remissione dei peccati – dell’uomo. Una resurrezione dei giusti, dunque, eternamente declamata a monito degli imperdonabili delitti della storia, una silenziosa riflessione sul peccato (originale e involontario) di non esserci stato per tutti, quando era necessario, del senso di colpa che affligge chi non ha commesso errori, ma sente di esserne responsabile, del senso di pena per l’inclemenza degli eventi che ferisce a morte – certe grandi anime. Di tutto questo narra, dunque, Il dottor Zivago.
Confessa Pasternak ad Olga:
“non mi propongo affatto di scrivere un’opera d’arte, benché questa sia la cosa più letteraria che abbia mai scritto. Però vi sono persone (assai poche) che mi amano molto e il mio cuore è in debito nei loro confronti. È per loro che scrivo questo romanzo, lo scrivo come se fosse una lunga lettera in due volumi a loro indirizzata”.
L’intento è celebrativo, remuneratorio e denota una fede nella letteratura che si pone al di sopra delle vicende umane. Il verbo, per il poeta Pasternak, ha la consistenza e il peso di una giustizia sovrumana – che non può essere tra le cose – umane. Mentre si interroga sulle ragioni che lo sorreggono nel monumentale sforzo di completare Zivago, nella quasi certezza di un fallimento editoriale, sgorgano parole che appartengono al linguaggio religioso, pregne di fede: “bisogna”, “lo desidero, con una irresistibile intensità”.
A Boris non manca la mistica fiducia nel sacrificio che accompagna i grandi artisti nelle fasi più dure di gestazione dei loro capolavori. Vacilla, soffre, si ritrova spesso con la schiuma alla bocca, come un Dostoevskij redivivo, ma crede nel suo compito e infine consegna il suo romanzo alla storia.

Consapevole di aver maturato in sé qualcosa che si è posto in controtendenza al gusto e alla sensibilità di molti, in ottica retrospettiva, opera un bilancio del percorso e prende atto che “alla maggioranza, esso [il libro] non è piaciuto e quasi tutti sollevano obiezioni. Si possono contare sulle dita di una mano le persone alle quali è piaciuto. Se a ciò si aggiunge che questa è un’opera che scrivo solo per la mia anima, che non vedrà la luce mai, oppure solo in un lontano futuro […]” – dice, rivolgendosi a Olga – “comprenderai che la trasformazione di questo sogno in realtà può avvenire solo a prezzo di forzate misure di temporanea rottura con tutto ciò che mi circonda, misure che non hanno nulla a che fare con la presunzione”.
L’allusione allo stato di clausura in cui deve ritrarsi il cuore del poeta, a suffragio dello spirito, per produrre l’opera, pare quasi quello di una gatta gestante, che si nasconde agli occhi del mondo per divorare nella solitudine i dolori del parto. Anche in spregio ai buoni rapporti con famigliari e amici, la rivoluzione che cova nel Dottor Zivago con ammette deroghe.
Ci si aspetterebbe di leggerne qualcosa che abbia solo a che fare con l’autore, ma ogni sacrificio narrato da Pasternak nel suo grande romanzo non ha mai il tono patetico del solitario lamento, né ricorda in alcun modo l’assolo di uno strumento nel silenzio dell’orchestra, semmai risuona come la melodia di un inno, un coro unificatore dell’informe popolo degli sconfitti e dimenticati dal tempo. In alcune sue parole è ritratta quella metà dell’anima dell’intero popolo sovietico che ha attraversato la rivoluzione nella sofferenza e nella pena e ha pagato il suo tributo alla storia con la rinuncia e la perdita.
“Spesso la vita accanto a me è stata buia e ingiusta in un modo oltraggioso e sconvolgente, e ciò ha fatto di me una sorta di suo vendicatore o di difensore del suo onore, zelante e puntiglioso, dandomi reputazione e rendendomi felice, sebbene, in sostanza, non facessi altro che soffrire per loro [gli amici perduti] e prendere la rivincita per loro”, scrive ancora alla cugina.
Olga non poté vedere pubblicato Il dottor Zivago (morì infatti a Leningrado il 6 luglio 1955), ma lo lesse in manoscritto ed ebbe notizia della candidatura del cugino al Nobel per la letteratura.
Dopo la lettura del primo volume, in uno degli omaggi più commoventi e acuti a lui dedicati, il 29 novembre 1948 ebbe a scrivergli:
“Qual è il mio giudizio? Difficile dirlo: qual è il mio giudizio sulla vita? E questa è vita, nel senso più vasto e più grande del termine. Il tuo libro è al di sopra di ogni giudizio […] Ciò che da esso spira è grandioso. […] È una variante tutta particolare del libro della Genesi. La tua genialità si rivela qui in tutta la sua profondità. Mi sono corsi i brividi per la schiena leggendo i passaggi filosofici: avevo paura che da un momento all’altro mi fosse svelato il segreto ultimo, quello che rechi dentro di te e che per tutta la vita cerchi di esprimere […] e nello stesso tempo sei spaventato a morte che ciò avvenga, perché esso deve rimanere un eterno enigma. […] Tutto ciò va posseduto, non semplicemente letto, come non si legge una donna ma la si possiede. […] Ciò che scrivo non è però ciò che sento. Non avrei dovuto rispondere con una lettera, ma con un lungo bacio”.
Profondamente toccato da quelle parole, Pasternak le rispose che quella lettera era mille volte migliore del suo manoscritto. Olga aveva infatti toccato il cuore del cuore di quanto Pasternak si era proposto di realizzare “non un’opera d’arte”, bensì una lunga lettera (di vita) alle persone a lui care. Definitivo e irrevocabile è infatti il messaggio che conclude il romanzo, quando Pasternak chiude per così dire le figure, e Zivago canta in versi il senso ultimo dell’esistenza. Tutt’altro che un’Appendice, bensì il fiore del fiore della sua produzione.
Il capolavoro gli valse l’altissima considerazione di Giangiacomo Feltrinelli:
“Grazie per Il dottor Zivago, per tutto quello che ci ha insegnato. In un’epoca in cui i valori umani vengono accantonati, gli esseri umani vengono ridotti a robot e la maggior parte delle persone pensa soltanto a fuggire da sé stessa e a risolvere i problemi del proprio ego […] Zivago ha impartito una lezione indimenticabile. Ora so che ogni volta che non saprò come andare avanti potrò tornare a Zivago e imparare da lui la più grande lezione di vita”.
(5 settembre 1958)
Non possiamo che essere d’accordo con Feltrinelli nel riconoscere al romanzo l’eco e il potere di una lezione universale. Forte di un compito che va oltre la breve vita dell’essere umano, un giorno, Boris ebbe a dire “Bisogna che la morte si limiti alla nostra persona e non coinvolga anche il ricordo che lasciamo di noi. Bisogna dunque che porti a termine il romanzo e qualcos’altro ancora”.
Con queste sue parole, il poeta impartisce una lezione esistenziale che può essere d’ispirazione per chiunque sia combattuto tra il riconoscere un valore a tutto ciò che si costruisce e si consegna come un’eredità al futuro e l’annichilire ogni azione nella carenza di senso.

Ripensando al terribile epilogo terreno dell’amata Marina Cvetaeva, alla prematura malattia mortale di Rainer Maria Rilke, ad Olga stessa, come a qualcosa che è lì – quasi ad eterno indizio di un onnipresente senso di colpa (specchio di un’inesorabile bontà) – Pasternak si interroga su quale sia il modo per riscattarli e dice:
“ecco, allora il romanzo è un parziale risarcimento di questo mio debito, la dimostrazione che, perlomeno, mi sono sforzato”.
La rinuncia al Nobel, per il divieto impostogli dal regime, risuona oggi in tutta la sua grandezza, alla stregua d’un minimo frammento di un premio più grande, non solo letterario, bensì umano: il riconoscimento (postumo) ad un’intera generazione di russi, martiri della rivoluzione. Forse Pasternak avrebbe voluto che fosse proprio Marina Cvetaeva a ritirarlo, a compensazione della più ingiusta delle morti. Ancora una volta avrà certamente sentito tutto il peso d’una mancata giustizia terrena, che sempre, in vita, cercò in nome e per conto altrui. Pur non trattenendo niente per sé e – di nulla – volendo appropriarsi, la statura umana, etica ed artistica di Boris Pasternak, il pilastro su cui si ressero le fatiche di Zivago, ebbe a risuonare altrove, quando nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, il figlio Evgenij si recò in Svezia a ritirare il premio, con trentuno anni di ritardo. Quel premio fu ritirato da molti altri, insieme a lui, quel giorno.
Riccardo Peratoner e Marilena Garis
*In copertina: Geraldine Chaplin nel film di David Lean tratto da “Il dottor Živago” (1965)