“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Se è già difficile parlare dei libri che si amano, scriverne lo è ancora di più. Temiamo di dire banalità, di non riuscire a dare la misura della devozione ispirata da quelle pagine. Ci coglie un sentimento di frustrante inadeguatezza. Davanti a me c’è una copia ingiallita, smangiucchiata dal tempo. Mi guarda con quieto e impassibile distacco. La copertina si è staccata e continua la sua separata esistenza nell’universo come il satellite di un pianeta. Penso alle astute e misteriose manovre del tempo: per quanti e quali scaffali, librerie, scantinati e depositi, per quante mani è transitata questa copia, ora di fronte a me nel suo muto splendore?
Il titolo del libro è Invidia, di Jurij Oleša, tradotto in italiano da Vera Stanic. Per un attimo penso alla traduttrice di un altro libro del cuore, Il Maestro e Margherita. Ma no, si tratta di un’altra Vera. Documento, Libraio Editore, Roma. Il simbolo della casa editrice, di infantile stilizzazione araldica, rappresenta un lupo sgraziato e sproporzionato, circondato da tanti minuscoli suoi simili. L’anno è il 1943. Lividi bagliori illuminavano allora le notti capitoline. Chi leggeva il libro, in quei mesi, lo faceva nel lieve bagliore di una luce rubata alle tenebre imposte dall’oscuramento notturno. Nel risvolto di copertina figura il nome della collana – ‘I compagni di strada’ – di chiara ascendenza sovietica. In basso, quasi scritti con la punta di un lapis, i titoli usciti in precedenza: Tichonov, Erenburg, Ivanov, Pilniak…
Lampi di un’editoria coraggiosa, corsara, innamorata della vera letteratura.
Invidia, al quale sono giunto con colpevole ritardo, è uno dei libri della vita, per la vita. Uno di quelli da esibire come un amuleto o un totem, da custodire nel taschino della camicia, all’altezza del cuore, o da brandire come una torcia che incendia il mondo. La vicenda raccontata nel libro è profonda e lieve nello stesso tempo, come le striature su ali di farfalla. Mi sembra che si possa descrivere solo con una similitudine o una metafora un libro amato o un verso o un personaggio. Oleša scrive Invidia a 29 anni e il romanzo resta, per sempre, la cosa più bella mai scritta dal russo. Egli aveva invero cominciato dai versi, sentendosi precocemente una vocazione da poeta. Ma dopo i primi, dopo tutto trascurabili tentativi poetici, si risolve a scrivere racconti, romanzi brevi e sceneggiature. Che su questo cambiamento di rotta abbia inciso l’atmosfera culturale di Odessa, pare un fatto pressoché evidente. Era infatti, quella bellissima città, sorgente di una modalità espressiva piuttosto unica nella sua aderenza plastica e scanzonata alla realtà, pervasa da un certo gusto del motteggio, da un senso più o meno spiccato dell’ironia e da una vena particolarmente fiorente che intrecciava satirico, grottesco e meraviglioso. Eppure, Oleša non chiuderà mai le porte alla sua prima passione e, come i più grandi scrittori di sempre, le sue pagine più belle hanno l’intensità e il soffio della grande poesia.
D’altronde, il primo grande shock estetico-letterario della sua vita, Oleša lo riceve dopo la folgorante lettura del poemetto La nuvola in calzoni di Majakovskij. Quello che colpisce il giovanissimo scrittore è l’uso della metafora, che sembra quasi incarnare tout court la creatività e l’ispirazione dell’artista. E Majakovskij, Oleša lo incontra in carne ed ossa proprio a Odessa. Gli sottopone i suoi scritti, ricevendo in verità dei responsi piuttosto taglienti. Eppure, quel breve ma intenso sodalizio resta l’avvenimento più luminoso della biografia umana e poetica di Oleša.
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Invidia racconta il dramma di chi vorrebbe vivere dentro la propria epoca, ma ne è al tempo stesso estromesso irrevocabilmente. Invidia è la storia di un uomo che saluta con ammirazione e sincero entusiasmo la rivoluzione, ma che non riesce a incarnarne dentro di sé i dettami e lo stile di vita. Invidia traccia la parabola di un uomo sulla soglia tra due mondi, troppo legato a quello precedente per poter vivere in quello nuovo con la sfrontata fiducia che richiede. A chi si rivolge allora l’invidia? A chi è figlio del proprio tempo interamente e senza riserve, a chi coincide con il battito della propria epoca, a coloro ai quali il destino ha riservato l’approvazione, l’amore e il plauso dei contemporanei. Si badi bene, non c’è nulla in Kavalerov del romantico in cerca di solitudine. Il sentimento d’esclusione di cui è vittima Kavalerov lo ferisce sinceramente e senza nessuna affettazione o posa letteraria: la distanza che insegue tra sé e gli altri è tutta di natura umana e sentimentale. Kavalerov vuole, ma non può.
Davanti, gli si para la massiccia figura di Andrej Babičev, l’uomo che lo ha raccolto dalla strada e lo ospita presso la sua casa per puro spirito di compassione. Babičev è l’esempio dell’uomo di successo sovietico, completamente votato al suo progetto di costruire una mensa di granitica e matematica perfezione, il Cetvertak. Attorno a Babičev ruotano Volodia Makarov, un giovane atleta destinato a raccoglierne la ricca eredità, e Ivan Petrovič, il fratello alle prese con la costruzione di Ofelia, una macchina in grado di custodire i sentimenti del vecchio mondo e di distruggere il Cetvertak, simbolo di una realtà asettica e priva di umanità. A lato, meravigliosamente evocata, sfila Valia, promessa sposa di Volodia e figlia di Ivan, con il quale vive un insanabile conflitto. Fin qui la vicenda, che non sembra avere nulla di così particolarmente dirompente. La penna di Oleša, di immenso talento, riesce tuttavia a conferirle una forza stilistica senza precedenti e un pathos impareggiabile.
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La fantasia si caratterizza per l’assenza di peso. E invece tutti i personaggi del libro, tranne Kavalerov, sono caratterizzati da una voluminosa corporeità simile a quella evocata da Rubens nelle sue tele. Il successo di Babičev è legittimato dalla sua fisicità strabordante. Il suo protetto Volodia incarna il modello di gioventù sovietica: gagliarda, indomita, sprezzante. Atleta dalla fibra inesauribile, attira il desiderio del pubblico femminile e soprattutto quello di Valia, con la quale è destinato a generare una discendenza ideale. La stessa Valia, nelle sue fattezze di giovane ninfetta come una Lolita ante litteram, è un’esplosione di sana e splendente manifestazione fisica.
Di Kavalerov non viene fatta alcuna descrizione. Di lui, si sa solo che “le cose non lo amano”. Non si fatica a immaginare la sua silhouette piuttosto insignificante. Egli ha probabilmente delle velleità letterarie, mai rivelate invero nella narrazione. Ma che sia poeta di indole lo si capisce dal magico e sapiente uso della metafora, dal suo sguardo obliquo, laterale e sovversivo. Nel secondo libro più bello di Oleša, Non un giorno senza una riga, sorta di autobiografia istrionica e anticonformista, lo scrittore si interroga più volte sulla metafora e sul suo personale rapporto con la regina delle figure retoriche. Può la ricerca della metafora coincidere con l’ispirazione e la fantasia creatrice?
“Qualcuno una volta ha detto dell’arte che solo la metafora resta per l’eternità. In quest’ottica fa piacere pensare che sto facendo qualcosa che potrebbe durare per sempre. Ma perché, in fin dei conti, dovrebbe far piacere? Che cos’è l’eternità se non essa stessa una metafora? Non sappiamo nulla, vedete, di un’eternità che non sia metaforica. Di una cosa però sono sicuro: ho il dono di dare un nome diverso alle cose.”
E così, in Invidia, un vaso ha le sembianze di un fenicottero, il cuore è una lampada e la donna un’ammirabile fioritura di felci. Valia gli passa accanto “frusciando come un ramo carico di fiori e di foglie”. Kavalerov balza sul sorriso degli altri imitando il naturalista sulla farfalla. La tristezza è una rosa canina, la vanità il ribes. Le scapole di una donna, colpite dai raggi perpendicolari del sole, diventano affilati pugnali. Se io posso rinominare il mondo e scoprirne per la prima volta le oscure connessioni, allora la vita stessa mi obbedirà docilmente, pronta ad accogliermi nel suo caldo ventre…
“Io voglio scuotere il cuore bruciato di questo tempo. Scuotere la lampada del cuore per produrre il contatto dei residui e creare per un istante il magnifico splendore.”
E i contemporanei di Kavalerov? Poveri quelli che son privi di immaginazione. Quanto vi è di più autentico e commovente nel cuore dell’uomo trova spazio in miracolose feritoie del tempo destinate ad aprirsi solo nella letteratura. Ci si rifugia nel sogno, nella rassicurante comodità dei “se”, in un mondo alternativo che ci corrisponde nell’intimo di ogni fibra. Ecco l’ambizione di Kavalerov: poter infine disporre di sé, finalmente e compiutamente aderire alla propria orografia emozionale. Kavalerov è uno che non si rassegna, è uno che ancora ama distendersi sulla nuda terra e contemplare il mondo da quella posizione.
“Molte meraviglie erano riunite nell’aeroporto. Sul campo, proprio vicino alle transenne, fiorivano le margherite – comuni margherite che spandevano attorno polvere gialla. In basso, lungo la linea dell’orizzonte, rotolavano delle nuvole tondeggianti, simili al fumo delle cannonate. Frecce di legno, indicanti le varie direzioni, rosseggiavano di minio sgargiante. In alto oscillava, contraendosi e gonfiandosi, una proboscide di seta: la manica a vento. Sull’erba – l’erba verde delle antiche battaglie, dei cervi e del romanticismo – strisciavano le macchine volanti. Io assaporavo quel gusto, quegli incantevoli contrasti e associazioni. Il ritmo delle contrazioni della proboscide di seta disponeva alla meditazione.”
Kavalerov ha sempre sognato un amore straordinario, invano. Eppure, sfido chiunque a raccontare una donna con la sua stessa quasi intollerabile delicatezza.
“Sì, essa mi stava davanti (ma prima lo dirò a modo mio); era più lieve di un’ombra. Poteva far invidia alla più lieve delle ombre, a quella della neve che cade. Sì, prima ne parlerò a modo mio: non mi ascoltava con l’orecchio, ma con la tempia, chinando leggermente il capo. Sì, il suo volto è simile a una nocciola, sia per il colore (grazie all’abbronzatura), sia per la forma, grazie ai pomelli tondeggianti che si assottigliano verso il mento. Lo capisce, questo? No? Continuiamo. La corsa le aveva scompigliato il vestito, che si era aperto e ho visto così che non era tutta quanta abbronzata. Sul suo petto ho scorto una vena azzurra biforcata…”
E così può accadere di tutto nell’universo di Oleša. Accade che un adolescente contempli una città e vi ritrovi i lineamenti già familiari ai suoi sogni di fanciullo. Accade che un’immensa nuvola ostenti la forma dell’America del Sud. Accade persino che, dopo un violento temporale, i carpentieri escano dai ripari come piccioni appostandosi sulle tegole, o che ci si accorga di ospitare un paesaggio di alberi nel palmo delle mani come in un acquerello giapponese. In un crescendo sempre più vorticoso di immagini e di metafore, tra disillusioni e rare epifanie, Kavalerov
“in quell’attimo sentì che il confine fra le due esistenze era oramai segnato, che era giunto il momento della catastrofe! Bisognava rompere con tutto il passato… e rompere ora, subito, in due battiti di cuore e non di più; bisognava varcare il confine, e la vita abominevole, orribile, che non era la sua, ma era una vita estranea, impostagli con la forza, sarebbe rimasta alle sue spalle…”
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C’è posto, in quella Russia, per un modo di sentire e di vivere che non sia asservito a un fine e alla logica dell’utile? È così tanto diversa la nostra epoca, perversa corteggiatrice di algoritmi? Vi si può ancora insinuare un sentimento che vale solo per quello che è, sé stesso? Per motivi che fatico a comprendere del tutto, la conclusione del libro, col suo amaro sapore di cenere, mi ha fatto pensare allo splendido e disincantato finale de L’educazione sentimentale. Credo che resista, al netto di tutto, una piccola ancora di salvezza: preservare dentro di sé quel residuo di stupore infantile, dargli spazio e affetto duraturo. Con quello sguardo affrontare i giorni, le stagioni e gli anni. Lasciarsi in fondo cadere a peso morto nel giaciglio della nostra infanzia, là dove l’orizzonte del possibile si popolava di meravigliosi, multiformi e colorati aquiloni.
Lorenzo Giacinto
Le traduzioni citate nel testo sono di Giulio Dacosta e Vera Stanic.