22 Febbraio 2025

Vita di un genio. Splendori & miserie nelle biografie di Goethe in Italia

Premessa abbastanza necessaria

Paragonando Goethe nel saggio introduttivo a Faust e Urfaust (Garzanti 1994 e sgg.), a Dante Omero Shakespeare, Italo Alighiero Chiusano rileva tuttavia la differenza, per cui mentre di costoro «sappiamo poco o pochissimo», di Goethe, «quest’uomo eccezionale», al contrario «possediamo una tal massa di notizie» da poter dire di saperne «oggettivamente quasi tutto». E ricordava, a esempio, la «minuziosissima cronaca dal titolo Goethes Leben von Tag zu Tag» (Vita di Goethe giorno per giorno).

Quanto alla messe delle informazioni, il famoso germanista ha perfettamente ragione. Ma è un’affermazione senza conseguenze, ché da quell’immane mole di notizie documenti lettere fatti etcoetera nessuno da noi ha mai tratta una biografia di riferimento, di quelle insuperabili per decenni. Il panorama biografico italiano su Goethe è infatti sgomentante, per quantità: tre, e per una qualità infima. Chi infatti oggidì volesse leggere una vita di Goethe faticherebbe  non poco e faticherebbe non poco in ogni senso. Così l’Italia ricambia chi le dedicò la Italienische Reise, il miglior libro di viaggio nei suoi territorii, insieme a quello di Theodor Mommsen.

Passerò in rassegna quanto si abbia alla nostra disposizione da quando – all’incirca un secolo fa e quindi solo un secolo dopo la morte di Goethe – è lentamente e faticosamente iniziato a emergere e circolare, lasciando anche spazio a opere non strettamente biografiche ma variamente in tal senso significative, per di poi chiudere il cerchio con un doveroso e necessario salto in Germania, dove l’aria – guarda un po’ – cambierà parecchio.

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Italo Alighiero Chiusano, clamorosa turlupinatura

È proprio il censore citato all’inizio, considerato nume della germanistica italiana, ad aver scritta una Vita di Goethe. Uscita per Rusconi nel 1981, ebbe due ristampe: nel medesimo anno, la seconda, in economica, solo nel 1994. L’ultima ristampa è del 2024, ma non fa testo: è uno di quei “misteri” dell’editoria italiana che lascio risolvere a qualche volenteroso. L’editore che ha dato vita all’iniziativa negli ultimi anni s’è distinto per scelte a dir poco deplorevoli. E infatti.

Durante la lettura ho riempito non poche pagine di taccuino per annotarmi non i momenti significativi del lavoro (assai pochi, se si tien conto delle cinquecento e cinquanta pagine di che consta l’edizione economica), quanto la ricca vendemmia di scivoloni, distorsioni e arbitrii, e persino non poche malignità, che sono i quasi esclusivi ingredienti del libro, tantoché a un certo punto ho posata la penna per la stanchezza. Qui mi limiterò tuttavia – necessariamente – solo a qualche cenno, ancorché certi disastri dovrebbero essere esposti sulla pubblica piazza interamente (ciò che tuttavia ho già fatto in un mio più ampio lavoro su Goethe).

Prima però debbo giustificare la scelta di commentare questo Chiusano. Se infatti è così disgraziato, perché occuparsene? Il motivo è semplice: il libro è la più nota diffusa e autorevole (considerata tale) biografia di Goethe per il lettore ignaro della lingua tedesca, e la recente ristampa non farà che incrudire la ricaduta nei cervelli di lettori ignari.

Vita di Goethe è un libro, a essere generosi, mediocre e superficiale. Se non sapessimo già, o per conto nostro o perché ci si è letti ben altro, che si sta parlando d’una delle menti più colossali della storia dell’umanità, da Adamo alla fine dei tempi, si ricaverebbe l’impressione bensì di avere a che fare con un individuo speciale, ma tra i tanti speciali che costellano la storia letteraria d’Europa. E dico letteraria perché, ecco una delle tante imperdonabili magagne, Chiusano passa con noncuranza oltre l’attività scientifica di Goethe.

Vizio d’umanista ignaro delle scienze, eguale e contrario a quello dello scienziato esente da formazione umanistica? Supponenza? Distrazione? Io propendo per metà poltroneria e metà ignoranza, e l’una sostiene l’altra. Poiché sappiamo poco o nulla di scienze, invece di studiare, facciamo finta di niente e tiriamo avanti.

Nell’àmbito dell’operato scientifico goethiano, sbuca Schopenhauer, che con Goethe si confrontò, e di persona, e per via epistolare, sulla Farbenlehre (la dottrina cromatica). Il rapporto fu abbastanza breve e a tratti procelloso, e terminò con un’insanabile, ma non inopinata, rottura. Si tratta, senz’altro, d’un momento sott’ogni riguardo fondamentale per le biografie di entrambi i protagonisti: ma Chiusano lo pone in non cale, dedicandogli soltanto un paio di fuggevoli e insignificative righette. All’illustre germanista i filosofi dovevano spaventare, ovvero non li riteneva degni della sua accademica penna, poiché egli neppure procura notizie, se non minime e risaputissime, dei rapporti tra Goethe e la filosofia classica europea: da Spinoza a Kant, a Hegel, col quale Goethe tenne una importante relazione.

Altra magagna. L’opera teatrale Der Groß-Cophta, o sia «Il grande Cofto», non solo uno dei germanisti italiani più encomiato lo traduce, Dio solo sa perché, Il grande Cofta, come se si trattasse d’un nome proprio del tipo Nikita o Andrea, ma lo definisce «dramma mediocre» (p. 84) senza esprimere le ragioni di un giudizio espresso, con tutta evidenza, dopo una brutta bisboccia.

Anche il senso storico è inibito a Chiusano; e se esso è sempre fondamentale, trattando di Goethe lo è ancor di più. Ma per Chiusano Goethe potrebbe essere nato in Cambogia e vissuto a San Pietroburgo, e aver fatto il carpentiere frattanto scarabocchiando qualche foglio, e sarebbe stato lo stesso. Ben poco, anzi pressoché nulla s’apprende il lettore sulla Germania, storica politica sociale e culturale, del torno in che Goethe nacque si mosse e morì, che fu, come tutti sanno, uno dei più fecondi e cruciali dal Medio Evo insino a noi.

Codesta “biografia” rassomiglia invero, per andamento e sovente contenuti, a una romanzatura scadente, a letteratura da diporto, ove le notizie scollinano nel pettegolezzo e le osservazioni critiche sono ora inutili, ora malevole, ora svianti.

Circa le fonti, Chiusano si comporta in maniera davvero bizzarra, se non sospetta. A esempio, a suo giudizio Bettina Brentano sarebbe inaffidabile, sicché, pur citandola ampiamente, egli si diverte a infiggere cartelli indicatori di pericolo – in parentesi e in corsivo: «(Bettina!)» – ogni qualvolta ritenga tuttavia di doverne evocare la testimonianza su Goethe, che la giovane raccolse dalle labbra di Catharina Elisabeth Textor, la madre del Poeta. Chiusano tuttavia non procura di spiegare al lettore, che deve ascoltare tacere e accettare, le ragioni del suo «Achtung!»: ipse dixit. Bettina Brentano, moglie di Achim von Arnim, sarà stata un peperino, ma oltre a essere una delle indiscutibili protagoniste di quei decenni, era una testa sopraffina. Ma è forse proprio per questo che a Chiusano sta antipatico. Come in primis lo stesso Goethe.

Da tutto il lavoro emerge infatti una delle consuete caratteristiche di certa e per nulla minoritaria critica italiana, accademica e non, cioè a dire l’invidia. Invece di essere ammirati e devoti ovvero critici distaccati, magari anche severi ma corretti, i membri della categoria sono acrimoniosi e malmostosi, insofferenti alla grandezza, della quale si occupano solo per sfregiarla e sminuirla agli occhi di un pubblico, ahimè, troppo spesso acquiescente o credulone.

Tale invidia si rifrange anche sui “colleghi” (metto le virgolette per tutelarli da indebiti accostamenti) di Chiusano, verso i quali questi ha per soprammercato un atteggiamento assai losco. A esempio, l’importante Richard Friedenthal, di cui diremo più oltre, merita una sola citazione. Negligenza ben motivata: Chiusano, infatti, per essere eufemistici, si è ampiamente ispirato a quel predecessore che scrive vent’anni avanti, tantoché leggendo Chiusano i dejá-vu abbondano. Va però detto che anche come copista Chiusano non mostra grande acribia, né acutezza; e quando prova a ingegnarsi da solo, i resultati sono quelli che, sibbene in minimissima parte, stiamo constatando.

Non miglior sorte tocca a Friedrich Gundolf, un altro che il lettore scoprirà a breve. Oltre a concedergli una solo occorrenza, Chiusano lo sfotte con toni da tanghero. Volendo parlare degli aneddoti dell’infanzia di Goethe, il germanista italiano avverte: «senza la pretesa di Friedrich Gundolf, che in ogni fatterello dell’infanzia di Goethe vorrebbe sempre sceverare quanto ci sia di genericamente infantile e quanto già di caratteristicamente goethiano». Una frase davvero aberrante, che dimostra o soverchiante ignoranza, ovvero schietta malevolenza.

A ciò s’aggiunga che Vita di Goethe, essendo evidentemente concepito come libro popolare (oltre Chiusano non sarebbe potuto andare; ma tale natura del lavoro non giustifica le abborracciature e le carognate), ben difficilmente sarebbe potuto giungere nella mani d’un pubblico specializzato (a parte i colleghi di Chiusano, che, a quanto ne so, non levarono voce contro quella biografia), un pubblico specializzato in questioni goethiane e tedesche, sì da aver potuto leggere la peraltro assai vasta monografia di Gundolf, che in quel 1981 in che uscì Vita di Goethe, era già scomparsa dalla circolazione.

Anche qui c’è, temo, dell’invidia: perché l’infanzia e la giovinezza di Goethe dimostrano, almeno in parte, quale prodigio si stesse a poco a poco sviluppando, e come in effetti si sviluppò; e come nei primi anni, davvero come dice Gundolf, ci fossero già molti segni di future strade. D’altra parte, parliamo anche degli anni su cui si diffuse la madre di Goethe con Bettina Brentano.

Insomma, a Chiusano gli orecchi restano serrati o non ben nettati quando si parli del giovane Goethe. Si vede ch’egli non ha avuta un’infanzia così lucente, né ai suoi vent’anni dimostrò, al contrario di Goethe, di essere già qualcuno. Come ho detto: è invidia.

Si presti poi attenzione alle misere e irrilevanti cinque citazioni di Thomas Mann, autore di magistrali e importanti saggi sul Poeta, pur in gran parte opinabili, tra i migliori mai scritti attorno a Goethe (radunati in Nobilità dello spirito). Nonostante egli ne abbia tradotta una parte, a Chiusano non hanno invece dovuto dire molto. Ma a noi su di lui dice moltissimo questa scelta.

Perfetta paredra di tale gaglioffata è Goethiana, raccolta di fantasie pretese verisimiglianti sulla vita del Poeta, che se esce malconcio dalla Vita, lì rimedia qualche imbrattatura in più.

A Chiusano s’attaglia alla perfezione una parafrasi da Cicerone: «Tantum quisque odit quantum se posse sperat imitari».

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Paola Giovetti, ossia «L’imbarazzo va crescendo»

Se non fosse perché oltre a essere obbligato dalla direzione di questo contributo, sono anche un incorreggibile autolesionista, dello Johann Wolfgang Goethe di Paola Giovetti dovrei tacere anche solo l’esistenza.

Il nome di costei dirà poco o più tosto nulla ai lettori di Goethe e in genere ai lettori di libri seri, ché questa autrice si è distinta lungo molti anni come studiosa di fantasmi paranormale & affini. Le duecento e ottanta pagine della biografia pubblicate, nel 2016, da Pendragon, sono un assemblaggio d’informazioni raccattate qua e là e ricomposte in bell’ordine di scolaretta, riuscendo infine come un’estesa voce d’enciclopedia per ragazzi e niente di più.

La lingua è sciatta e tutto il libro gronda rettorica sentimentaloide d’una stucchevolezza e disinvoltura da romanzetto rosa tenue. Come Chiusano, anche Giovetti s’è fatta ispirare, nel suo caso da Rüdiger Safranski (arriva tra non molto). Il sottotitolo del libro dell’italiana, La vita come opera d’arte, somiglia tanto a quello del tedesco, Kunstwerk des Lebens, che, improvviso, può tradursi con «Opera d’arte della vita; Opera d’arte vivente», oppure proprio con «La vita come opera d’arte».

Ma, ahinoi, non è tutto. Giovetti ci riserva ben di peggio e qui c’è davvero poco da ridere. Scorrendo l’indice ci si accorge subito d’una stranezza, o sia d’un’Appendice tutta per «La città di Weimar». L’enigma d’una chiusa sul centro geografico goethiano per mezzo secolo si scioglie con le ultime due righe dell’Appendice e quindi di tutto libro: «A pochi chilometri, il campo di sterminio di Buchenwald, contrasto insanabile con la città dell’arte e della cultura».

Non rileggete: avete già letto benissimo.

Lasciamo perdere «la città dell’arte e della cultura», uno slogan da ufficio turistico, da cartellonistica stradale, per cui, inoltre, cultura e arte sarebbero due dominii differenti. Solo uno spirito banale e grossolano avrebbe potuto associare la Weimar di Goethe con l’olocausto. Codesto finale ricorda gli exploit d’avanspettacolo con attori incapaci, i quali si congedano dal pubblico emettendo versi sguaiati, che vogliono essere spiazzanti arguzie. È il destino dei senza risorse, degli incompetenti, degli incompleti.

Ritengo che le parole migliori con cui sigillare i lavori di Chiusano e Giovetti le abbia pronunziate lo stesso Goethe in una conversazione con Eckermann del 21 Dicembre 1831: 

«Se non si avesse altro dalla vita, se non ciò che i biografi e compilatori di lessici dicono di noi, il nostro sarebbe un gran brutto mestiere e non varrebbe la pena di darsi tanto da fare».

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Emil Ludwig, ovvero Gli ultimi saranno i primi

Ingollate e spero digerite queste erbacce, ritempriamoci il palato e l’anima con i lavori serii.

Ignoro le ragioni precise per cui, salva la citazione nuda e cruda soffocata in fitti elenchi bibliografici, la biografia goethiana d’Emil Ludwig sia assente dagli studii. Temo però di divinare o addirittura conoscere le ragioni probabilissime di un ostracismo comprensibile solo in grazia dello snobismo e della superficialità della maggior parte della critica, di stampo accademico, non disgiunta dalla consueta invidia che investe immancabilmente autori di meritato successo. I censori e gli spregiatori, anche se non sempre, conoscono bene il valore di chi destínano alla deportazione e all’oblio. Se queste ipotesi dovessero dimostrarsi errate (e sarà il benvenuto chiunque volesse discuterne), sarà assai difficile rintracciarne di alternative per spiegare la disgrazia che séguita a tormentare Emil Ludwig anche a distanza di tanti anni dalla morte (1948).

Ma a star dietro a certi andazzi si rischia di finir tra i rovi, se non in qualche scarpata. Sicché è meglio procedere con prudenza.

Indubbiamente Goethe. Storia di un uomo, come altri libri di Ludwig, ha qualche difetto. A esempio due: esso s’avvia dalla giovinezza goethiana e priva il lettore delle fonti, quantunque, al netto di qualche mia svista, l’autore non inventi alcunché. Il secondo difetto è sia comune: molti ricercatori, anche autorevolissimi, operano nell’identica maniera, a esempio George Steiner; e sia spiegabile: Ludwig, come Steiner, vuole scrivere per tutti i lettori colti e non solo per gli specialisti e gli studiosi. Sicché evita, per così dire, d’impacciare la lettura con le note.

Quanto alla prima lacuna, è Ludwig stesso a giustificarla in anticipo nell’Introduzione, dicendo che il materiale documentale era insufficiente per trarne qualcosa.

Entrambi i difetti sono superabili e colmabili: il primo – oltreché fidandosi di un autore che non dà mai adito al contrario – attingendo anche altrove; il secondo, idem.

Inoltre certe osservazioni e certe scelte su Goethe io le sostituirei con altre. Ma non conta cosa pensino il critico e il lettore ferrato su di un argomento: bisogna giudicare imparzialmente la bontà o meno di una trattazione.

Queste sono le magagne (chiamiamole così per porgere un contentino ai pedanti) del Goethe di Emil Ludwig. Tutto il resto è oro del più prezioso. La biografia più popolare del popolarissimo (un tempo) scrittore ebreo-tedesco (tanto poco ebreo, quanto più tedesco, fidatevi: e non è che un bene visti i soggetti dei quali si occupa) è un capolavoro: un capolavoro di stile e di contenuti. Ludwig è in adorazione di Goethe, lo definisce «il più grande genio che il millennio abbia prodotto», ciò che però non implica affatto menzogne e omissioni, esaltazioni o giustificazioni, corruzione e aggiustamenti. L’opera è di rarissima onestà e acutissima penetrazione psicologica.

Immergendosi in questo Goethe si riceve senza posa un’immagine robusta eroica ma al contempo reale e narrativamente felicissima di quello strabiliante uomo, che sarebbe la perfetta base per una sceneggiatura cinematografica o teatrale ma con tutti i crismi della ricerca erudita e accorta.

Emil Ludwig fu nei primi decenni del secolo scorso uno degli autori più pubblicati e letti. Il suo Napoleone furoreggiò; gli editori aprirono collana per le «Opere di Emil Ludwig»; fu tradotto in molte nazioni; s’occupava soprattutto di personaggi storici (il catalogo annovera tra gli altri Stalin e Bismarck) che per la prima volta con lui avevano un volto; la mia copia del Goethe appartiene alla centesima edizione; etcoetera.

Ludwig sopravvisse a sé stesso per alcuni anni, poi iniziò a esser sospinto nelle tenebre, come Bajazet nel Tamerlano di Händel. L’unico titolo che resistette fu Colloqui con Mussolini, e di recente un editore ha ristampato Bismarck, ma non per ammirazione verso Ludwig: è solo l’ennesimo ripescaggio per ingrassare un catalogo con vecchi fuori dal commercio da vendere adesso a prezzi oltremodo eccessivi. I libri di Ludwig si trovano invece in abbondanza nel mercato dell’usato per un pacchetto di sigarette e a volte anche assai di meno, un valore inversamente proporzionale al contenuto.

Aggiungo da ultima un’osservazione penso utile.

Si è soliti attribuire se non la fondazione almeno il primato per efficienza documentale e formale la ricerca storica biografica e giornalistica agli anglo-americani. Credo che sia una notevole cantonata. Se indubbiamente i lavori degli scrittori e dei giornalisti statunitensi e britannici hanno una qualità ragguardevole, nulla a essa invidiano i tedeschi e austriaci, quando non sopravanzino i colleghi. La scuola storiografica tedesca dei Jakob Burckhardt dei Gustav Droysen è insuperabile, e nel genere biografico gli scrittori di lingua germanica debbono vedersi riconosciuti indiscutibili meriti, e da lì Emil Ludwig proviene.

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Richard Friedenthal, il rigoroso

Dobbiamo alla figlia di Benedetto Croce, Elena, la traduzione della mirabile biografia Goethe: la sua vita e i suoi tempi di Richard Friedenthal (1896-1979), saggista e poeta molto famoso all’epoca sua. L’opera escì, per Mursia, nel 1966, e in patria solo tre anni avanti, nel 1963, suscitando parecchio clamore, ritengo in ragione d’un contegno verso Goethe meno o per nulla supino, come ovunque s’era abituati ad assumere soprattutto in terra tedesca, non di rado oscurando episodii e parole o altre in vece esaltando, che, giusta certune ultrazelanti vestali, lederebbero l’immagine del Poeta.

Il lavoro di Friedenthal è di lettura obbligatoria e gradevolissima; è indubbiamente utile sia per la quantità di informazioni sia per le riflessioni sull’uomo e l’opera. Soprattutto Friedenthal sfugge, vivaddio, l’eterno vizio della critica e del biografismo, cioè a dire la scissione in «vita e opere», e confeziona un amalgama compatto e coerente, che può essere letto sia dallo specialista, sia dal lettore colto. Difetti ne porta, ma non tali da invalidare l’opera, e certo saremmo stati grati all’autore se anch’egli, come Ludwig, ci avessa fatta la grazia delle fonti. Ma, come nel caso precedente, si può esser fidenti nell’onestà anche di questo autore.

Si presti tuttavia attenzione a non farsi gabbare da un editore diciamo bislacco. Di Friedenthal circolano infatti un Goethe: la sua vita e i suoi tempi e un Goethe. Biografia critica, del 1974: sono lo stessissimo libro. Mursia pensò, meno di dieci anni dopo la prima edizione, di ristampare l’opera appiccicandole un sottotitolo inesistente nell’originale, credo per solleticare le ambizioni dei lettori d’un’epoca in cui la parola «critica» era tanto “à la page”.

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Lavinia Mazzucchetti, la pioniera

Onesto e rispettoso ancorché anomalo è invece il lavoro di Lavinia Mazzucchetti. Nel 1932, pel centenario della morte, e replicata nel 1949 per il bicentenario della nascita, uscì con Sansoni La vita di Goethe seguita nell’Epistolario, che si snoda, innovativa trovata, nella parte alta della pagina in piccoli caratteri, e appoggiandosi a un’infilata di lettere, canonicamente stampate, che principiano dalla giovinezza e s’arrestano a poco prima del triste 1832, vera spina dorsale del libro.

Mazzucchetti compì una duplice impresa, o sia: di fornire un profilo biografico di Goethe e di portare in italiano un vasto numero di lettere: in entrambi i casi per la prima volta. Sarebbero occorsi ancóra decenni e decenni avanti che qualche zelante traducesse in italiano qualche lettere di Goethe, talora non inferiore, per bellezza formale e per contenuti, alle opere letterarie.

La stessa Mazzucchetti già allora denunziava, cercando di intercettarne le ragioni, la negligenza in che giaceva Goethe in Italia, con parole ben pesate e severe, non smentibili e attualissime. E se lo spazio non fosse tiranno, sarei tentato di soffermarmi su quelle Opere, stampate da Sansoni tra il 1943 e il 1961 e curate da Mazzucchetti, ch’è una delle due maggiori iniziative editoriali e culturali dedicate a Goethe (l’altra è Il mito di Faust di Vincenzo Errante) e indubitabilmente uno dei maggiori e riusciti sforzi della nostra editoria. Anche qui, nell’introduzione, Mazzucchetti fa il punto della situazione degli studii goethiani in Italia intingendo la penna in amare ma cristalline lagrime, denunziando un paesaggio da allora non molto mutato e non di rado sfregiato.

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Friedrich Gundolf: passaggio obbligato, ma non per omnibus

Provo un po’ di difficoltà a offrire un bozzetto dei tre densi volumi del Goethe di Gundolf, a maggior ragione nelle poche righe che mi sono dovuto imporre, tanto esso è inclassificabile sotto ogni riguardo. Gundolf fu – e resta – uno dei massimi scrittori e critici tedeschi del Novecento, la cui gittata, a saperla intercettare e accogliere secondo criterii ormai relittuali, giunge insino a noi, tale è la profondità del suo sguardo nelle epoche e negli esseri umani. Fu uno dei principali esponenti del raffinato George-Kreis, e anche al suo elitario animatore, Stefan George, dedicò una monografia, che s’aggiunge a quelle su Caesar, su Shakespeare, e alla nostra.

Questo Goethe non è una biografia stricto sensu: esso è, più tosto, una biografia letteraria (non mi riesce di coniare altra espressione più eloquente), o sia una composizione dell’esistenza goethiana secondo criterii rigorosamente bensì biografici ma letti in funzione dell’emergenza d’una personalità che s’invera grandeggia e acceca per il tramite di un’opera strettamente fusa con la vita materiale, e viceversa. Si potrebbe perfin dire, che il Goethe di Gundolf fondi una sorta di nuovo genere biografico, che trascura – va aggiunto – i fatti minuti e minutissimi pur conoscendoli alla perfezione, per concentrarsi sulla completa tastiera dialettica dell’andamento interno ed esterno dell’uomo.

Di certo, per accostarsi a quest’opera, bisogna non esser lettori principianti, né di biografie, né d’altro; e al contempo è necessario essere esigenti assai, per non sfigurare come un Chiusano qualsiasi, che non potendo capire, si mette nell’attività di contorcere e insolentire, più adatta alla sua morale.

La prima quarantina di pagine Friedrich Gundolf spende per illustrare, con meridiana chiarezza geometrica precisione e non di meno slancio appassionato, la sua concezione dell’indagine biografica, intrecciandola in un fitto tappeto di anticipazioni definitive sulla personalità di Goethe e sulla natura della sua opera. Rarissimamente un lettore pur navigato potrà trovare nella letteratura, goethiana e non solo, una concezione la quale, per quanto opinabile (ma occorreranno strumenti robusti assai per demontarla!), riesce sin dal principio nel suo intento, cioè a dire a dipingere un Goethe credibile e di duratura efficacia. Codesta introduzione vale come un intiero trattato di storiografia biografica.

Inutile dire che, insieme a Mazzucchetti Friedenthal e Ludwig, Gundolf piglia la polvere in biblioteche e bancarelle.

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Gabriella Catalano, ovvero Della buona accademia

Chi volesse percorrere a volo d’uccello l’attività di Goethe, potrà senz’altro fare affidamento sul Goethe di Gabriella Catalano (Salerno Editrice), una studiosa attenta anche a quei momenti dell’impegno goethiano per solito trascurati dalla critica, in ispecie gli studii scientifici. Studii scientifici cui questa autrice pare conferire particolare significatività, come dimostra l’utile capitolo «Fra arte e scienza».

Bisogna però essere assai cauti a maneggiare questo lavoro.

A parte che le pagine sono incollate con lo sputo, esso è suddiviso a blocchi tematici. Ora, se già per solito lo scisma «vita e opere» è spericolato e sintomo di una mentalità vieta e retriva, con Goethe esso apporta esizialità per chi voglia anche solo avere la classica infarinatura, parola che dice tutto lo spirito di massaia di certa critica e didattica.

Per quanto a tratti indubbiamente efficace, codesto Goethe è da tenere in anticamera: se ne potranno saggiare tutta l’efficacia e l’utilità solo sul banco di prova d’una più vasta opera su Goethe.

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Un carteggio dall’Olimpo

Anche gli dèi si scambiano lettere. O meglio, se le scambiavano: oggi infatti abbiamo soltanto la posta elettronica e, soprattutto, non abbiamo più divinità ma solo dei Tersìte. Ma, grazie ad Apollo e Athena, che li ha ispirati, e all’arte di stamperia d’Efesto, che ce le consegna, possiamo leggere il Carteggio integrale tra Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller, i due superni la cui amicizia, nell’intera storia occidentale, si può accostare solo a quella, pur con tante differenze, tra Nietzsche e Wagner; o, se si vuole, tra Achille e Patroclo (ma senza l’alcova di mezzo, beninteso).

Queste lettere sono autentici capolavori per stile e contenuti, tantoché Goethe per il primo volle annettere il carteggio con l’amico nei suoi opera omnia, e su Schiller epistolografo si espresse così con Eckermann: «Le sue lettere sono il più bel ricordo che ho di lui e sono anche tra le cose migliori che egli abbia mai scritto» (18 Gennaio 1825).

Di Schiller Goethe ebbe un’opinione talmente alta da uscirsene con frasi per lui insolite. Paragonandolo ai contemporanei disse: «Persino quando si tagliava le unghie, Schiller era più grande di questi signori!» (17 Gennaio 1827). Si legga poi la splendida e commovente pagina ancóra d’Eckermann, che riferisce la reazione di Goethe alla notizia della morte dell’amico.Immaginarsi d’essere al Frauenplan in quei frangenti è davvero come rivivere un mito greco.

Basterebbe questo solo episodio a mettere a tacere una volta per tutte le servette che s’ostinano a ritrarre un Goethe algido, quasi disumano davanti ai fatti della vita. Non darsela da maudit e non ostentare il proprio dolore non significa essere degli autòmati o burocrati dell’anima, ma solo persone capaci di controllarsi, di natura nobile anche nello strazio. È una delle molteplici caratteristiche goethiane da cui possiamo solo imparare.

La curatela è un po’ pedante ma molto precisa e utile e la traduzione, se non mi sono ingannato, assai sorvegliata, anche se sarebbe stato più acconcio adoperare un italiano meno moderno e più consono ai modi che si usavano in quel torno di tempo, soprattutto da parte di questi due fuoriclasse. Ma non si tema: chi vorrà trarre importanti lezioni dall’opera– perché è una vera e propria opera letteraria a sé stante – non resterà deluso. E chissà che qualcuno, adesso che non deve fare la fatica di leggere gli originali o di imparare il tedesco, adoperi il Carteggio per raccontare comme il faut quella straordinaria amicizia, dalla quale, fra l’altro, scaturirono le irresistibili Xenien.

Il rapporto tra Goethe e Schiller oltre a costituire una vasta parte delle rispettive biografie fu, tutto il carteggio dimostra, così intenso e versicolore che basta esso solo a più d’un libro, che, siamone certi, non vedrà da noi mai la luce.

Grazie al cielo, qualcuno però ha rimediato anche a questo vuoto. E adesso lo incontriamo.

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Rüdiger Safranski: ein Meister aus Deutschland

Adesso dobbiamo lasciare l’Italia, e con sentimenti in gran parte affatto opposti a quelli di Goethe quando dopo quasi due anni ininterrotti nel Belpaese, rientrò in Germania, dove anche noi stiamo per approdare.

Ovviamente non possiamo, né sarebbe utile al lettore italiano, passare in rassegna anche solo una minima parte della letteratura biografia goethiana nell’originale idioma. Isolerò pertanto un autore a mio giudizio fondamentale e già noto in Italia per le straordinarie biografie di Schopenhauer Nietzsche e Heidegger e per lo splendido studio storico e critico sul Romanticismo, cioè a dire Rüdiger Safranski, un autentico fuoriclasse della critica, non solo germanica ma anche europea, e uno dei rarissimi esempi di studioso noto se non notissimo, che meriti una tal universale fama, di che egli gode in Germania e in Austria.

Qui mi limito a segnalare, entrambi usciti per due editori: Hanser e Fischer, lo studio su Goethe und Schiller. Geschichte einer Freundschaft (Storia di un’amicizia), e soprattutto a spender qualche parola su Goethe. Kunstwerk des Lebens (improvviso un paio di possibili volgarizzazioni: «Opera d’arte della vita; Opera d’arte vivente», oppure, plagiando Paola Giovetti, che pubblica tre anni dopo, «La vita come opera d’arte»), l’attuale miglior biografia su Goethe che io conosca ancóra in circolazione.

Anche adesso Safranski non si smentisce. Una delle caratteristiche più illuminanti di questo intelligentissimo autore dalla penna armoniosa e acuminata, è la capacità d’individuare per ogni soggetto un centro di gravità, una cifra, un dato immediato attorno a cui fare ruotare, non senza qualche utile fuga rigorosamente saldata al centro, l’esistenza esteriore e interiore. E in Goethe, Safranski la ravvisa in ciò che denunzia il sottotitolo: ma attenzione a non confondere questo richiamo con il caleidoscopico e pur nobile estetismo dannunziano: bisogna più tosto pensare a Nietzsche, anche se con diverse e  sensibili differenze.

Potrebbe essere una visione riduttiva, quindi ingiusta, per una figura universale come Goethe, una delle pochissime nella storia universa e l’ultima dell’europea. Ma, vi prego di credermi, Safranski sa il fatto suo.

Egli dà meridiana mostra tanto d’una conoscenza, e generale e dettagliatissima, dei suoi soggetti, quanto d’una vastissima erudizione nei dominii dell’intiera Europa. Inoltre Safranski è uomo onesto, come m’accorsi in ispecie attraverso le lunghe e dense pagine della biografia heideggeriana dedicate alle scelte politiche del filosofo. Safranski, tedesco sì ma anche ebreo, mantiene sempre un sovrano equilibrio, giammai avvilendo sé stesso e il lettore con le solite bolse e moleste, inutili e stucchevoli, stracche e rettoriche intemerate e ammonizioni ammannite dagli innumeri Catone ogniqualvolta artiglino un protagonista della cultura tedesca, o d’altra origine, anche solo di lontano legato a quel regime. Lo stesso Safranski, insieme al soggetto d’uno dei suoi più bei libri, Martin Heidegger, è caduto sotto la mannaia censoria da Minculpop, anzi da Lubianka, della nostra editoria.

Ein Meister aus Deutschland (letteralmente «Un maestro dalla Germania», ma un «Un maestro tedesco») è infatti il titolo originale della biografia heideggeriana.  Longanesi, Garzanti e Tea, che pubblicano l’opera, hanno però cassato il titolo, che è diventato Martin Heidegger e il suo tempo. Biografia di un pensiero. Non solo, l’originale è scomparso anche dal colophon, dove per solito di trovano titolo ed eventuale sottotitolo originali, in luogo dei quali leggiamo: Heidegger und Seine Zeit. Censori e anche ignoranti, perché «seine» è aggettivo, non sostantivo, quindi va scritto con l’iniziale minuscola: è facile pensare che abbiano scambiato l’aggettivo «seine» con Sein und Zeit.

Tuttavia, quando vogliono, gli editori italiani gli occhi invece li chiudono entrambi. La biografia goethiana di Safranski, uscita nel lontano 2013, non è stata ancóra degnata d’interessamento, e gli editori cui mi sono rivolto personalmente (circa una ventina, e senza contare i germanisti) per propormi come traduttore hanno fatto gli indiani.

Si può imputare il contengo incurante all’inconsistenza del mio nome: sta bene. Ma resta il fatto che nessuno, nonostante i libri di Safranski tradotti in italiano abbiano riscosso notevole successo, si è mosso per Goethe. Si è preferito ristampare un Chiusano.

Ha ben ragione Buscaroli a definire l’Italia «una nazione in coma».

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Poscritto

Desidero ringraziare di cuore la Fischer Verlag per avermi forniti con fiducia alcuni volumi di Rüdiger Safranski, tra cui quelli citati, superando alcune difficoltà materiali. Spero di aver pienamente soddisfatte le sue inespresse aspettative.

(Dem Fischer Verlag möchte ich herzlich danken, dass er mir voller Vertrauen und unter Überwindung mancher materieller Schwierigkeiten einige, darunter auch die genannten Bände von Rüdiger Safranski mir zur Verfügung gestellt hat. Ich hoffe, dass ich seine Erwartungen, die er nicht zum Ausdruck gebracht hat, voll und ganz erfüllt habe).

Luca Bistolfi

*In copertina: Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana, 1787

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