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“La stessa urgenza della fame”: che fine ha fatto Antonio Porta?

Dimenticato per eccesso di applausi. Figlio di ricca famiglia, Antonio Porta (1935-1989) ha occupato ruoli di vertice nell’ambito dell’editoria italiana (esordio in Rusconi, poi assistente di Valentino Bompiani, infine alto dirigente in Feltrinelli), e dell’informazione (ha scritto, soprattutto, sul “Corriere della sera”, ha cofondato “Tabula” e “Alfabeta”), è riconosciuto “come uno dei poeti italiani del secondo Novecento meglio definiti, incentrati su un rovello ben riconoscibile” (Daniele Piccini). Tutti hanno parlato della poesia di Porta – Leo Paolazzi, alla nascita – per lo più bene: da Giovanni Raboni (“la sincerità viscerale dell’ossessione ne costituisce la chiave pressoché esclusiva”) ad Amelia Rosselli (“ha un preciso fascino”), Andrea Zanzotto (“si tratta di un’individualità poetica sicura”), Pier Vincenzo Mengaldo (“ad autenticare la ricerca di Porta sta un reale, inguaribile rapporto traumatico col mondo e l’esistenza”), per citare pochissimi. Nato poeta nell’ambiguo e nel precoce – nel 1956 esce per Schwarz Calendario, nel 1960 con Azimuth La palpebra rovesciata, Aprire, nel 1964, è edito da Scheiwiller – Porta ha pubblicato tanto, spesso con Feltrinelli (ma Melusina esce con Crocetti, 1987, e Il giardiniere contro il becchino per Mondadori, 1988); Niva Lorenzini ne ha custodito l’opera inedita (Yellow, Mondadori, 2002), curando le Poesie 1958-1988 (per gli Oscar Mondadori, 1998) e poi Tutte le poesie (1956-1989) per Garzanti, 2009.

Fatto è che tutti questi libri sono pressoché scomparsi dal consesso librario, le antologie risultano “attualmente non disponibili”, l’esimio poeta di allora – esumato ogni tanto da piccoli editori: San Marco dei Giustiniani, Tozzuolo – è per lo più morto, ora. C’è qualcosa di brutale, quasi fossimo sotto ricatto del millennio, in questa radiosa dimenticanza, una tremenda tonsura. Tra le poesie, tante, si ricorda, per nitore, il ciclo “Airone”, questa, per dire, scritta quarant’anni fa:

quando il mio essere si fa opaco lo distendo

ai tuoi piedi airone

io disteso come prateria

invasa dalle acque dai semi

opposto ai buchi luminosi dello stellato

come in attesa di essere ancora luce

all’alba quando il conflitto si placa e si racchiude

in un uovo minuscolo

dove già pulsa il cuore di un usignolo

dove batte il minuscolo mio cuore neonato

come milioni di altri muscoli nascosti

potenti macchine da guerra che avanzano

che scuotono la cintura della terra

e misurano ogni altro respiro.

Defunta l’opera lirica, è disintegrata quella in prosa: i romanzi (Partita, edito da Feltrinelli nel 1967, Il re del magazzino, “dall’interno della disperazione borghese”, stampato da Mondadori nel 1978), i racconti (Se fosse tutto un tradimento, stampa Guanda, 1981) sono traditi, spacciati, neppure buoni per documentare un’era letteraria fa (più audace, forse). Pare il falò dei talenti di un tempo, ora incomprensibili, vacui, di vetro; gli editori non hanno cura degli autori che li hanno fatti grandi, stritolati nel carnaio del genio che fu. Stessa sorte ha contagiato il teatro, pubblicato da Einaudi nel 1974 (La presa di potere di Ivan lo sciocco), svanito. Traduttore, tra gli altri, di Edgar Lee Masters e di Pierre Reverdy, Porta aveva una sintonia con Lautréamont: scrisse la nota – ribattuta qui sotto – alle “opere complete” dell’“inafferrabile” edite da Feltrinelli. Nella nuova edizione dei Canti di Maldoror, l’hanno tolta. Pare un monito, un massacro.

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A circa cent’anni dall’apparizione delle opere di Lautréamont l’inafferrabile autore dei Canti di Maldoror torna di attualità dopo che poteva essere dato per consumato dall’esperienza surrealista. Occorre quindi chiedersi perché Breton & Co. non siano riusciti a distruggerlo. In realtà, la pubblicizzazione della problematica surrealista, se ha distrutto il surrealismo, ha lasciato sul tappeto tutti i problemi sacrosantemente agitati senza risolverli. Ma si tratta, poi, di problemi risolvibili? Se si intende ‘una volta per tutte’ la risposta è ovvia: no. Se si intende che adesso questi problemi vanno risolti la risposta non può essere che: è necessario. Quali sono dunque le ragioni per cui un’opera ‘irriducibile alla ragione’ è veramente attuale? Si può rispondere sempre in modo relativamente personale. La mia risposta è questa: perché è certo che adesso la letteratura si giustifica nella misura in cui si mette al servizio di ‘idee che hanno la stessa urgenza della fame’. Il che significa privilegiare la letteratura rispetto alla prassi, la forma rispetto ai contenuti? Niente affatto, perché si sa bene che anche la ‘forma’ è ideologia. Rinunciare a un certo tipo di costruzione formale in favore di un’altra presuppone notoriamente una scelta ideologica. È tempo di rinunciare alle ‘forme’ come apparati magici, è tempo cioè di rinunciare alla forma così come istituzionalmente tale idea si configura. Quindi: povertà della forma, per usare una metafora o forme battenti come richieste pressanti di cibo, o forme che distruggano se stesse, che si rinneghino alla pagina seguente. In questo senso la suggestione più forte viene dal sottotitolo di Lautréamont alle Poesie (1870): “Prefazione a un libro futuro”. Sembra facile che un libro, appena finito di essere scritto, venga percepito come ‘letteratura’ dall’autore, e serva appena da prefazione al ‘prossimo libro o non-libro’, perché l’urgenza delle nuove idee deve negare come ormai ‘istituzionalizzato’ il libro precedente; anche scritto contro la letteratura è diventato ‘letteratura’. Allora va cancellato dal libro ‘nuovo’. Quello che biologicamente è diventato urgente. Il lettore, a questo punto, non c’entra più: a lui si può chiedere un ‘certificato di malevolenza’ oppure un ‘patto di alleanza’ nella lotta per la sopravvivenza.

Lasciamo che gli autori innocui facciano la parte dell’erba che deve essere calpestata e non crescere più. È così che lo scrittore diventa un exemplum della rivoluzione: prima di tutto mettendola in atto ai danni di se stesso con un atteggiamento spietato verso la propria opera, rendendosi conto della misura i cui ‘segni’ che ha lasciato dietro di sé sono divenuti ‘inattuali’. Senza naturalmente confondere il ‘vitalismo del superfluo’ con la ‘necessità della vita’ e senza temere i ‘contenuti privati’ che hanno sempre dimostrato di appartenere a tutti quando si sono fondati sull’inderogabilità del sopravvivere. Come il contenuto di un sogno esemplifica le frustrazioni e le sottrazioni di un intero sistema sociale. Qualcosa ci è costantemente sottratto, e compito della rivoluzione è proprio quello di restituire il maltolto. Che cosa bisogna restituire, che cosa ci è stato tolto? È certo che la ‘letteratura’ è il luogo di questa ricerca e delle possibili scoperte. I segni ci mettono in grado di riconoscere l’oggetto perduto o rubato o distrutto, che va assolutamente recuperato, a tutti i costi. Per questo Lautréamont non si affida alla ‘ragione’ sinonimo di istituzione, dunque di furto. In questo senso non esiste ‘libertà’ fantastica, ma ‘fantasia nata dalla storia’. Che può benissimo essere quella apparentemente ‘privata’ del sadismo di Lautréamont o della sua negazione. A Propp non c’è da aggiungere una virgola: perché con la sua analisi è stata negata ogni possibilità di compensazione ‘letteraria’ nei confronti del reale. Al reale bisogna chiedere, bisogna strappare una vita diversa.

Antonio Porta

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