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Dialogo di Giulio Mozzi e di un lettore qualunque. A proposito del romanzo “Le ripetizioni”

Le ripetizioni di Giulio Mozzi (Marsilio, 2021), per chiunque frequenti l’ambiente letterario, non è solo un libro, ma un evento. Autore di racconti e saggi, consulente editoriale, insegnante di scrittura e talent scout, in una realtà in cui ormai la via più efficace per scrivere un romanzo best seller è l’“essere famosi per altro”, Giulio Mozzi è in un certo senso un “famoso per altro”, dove però il cosiddetto ’“altro” è sempre e ancora la scrittura.

Molto è già stato detto di questo libro. La gestazione ventennale, l’impianto narrativo labirintico, l’imperturbabilità del narratore, l’esposizione spietata del male. Le ripetizioni, le variazioni, le infinite versioni del reale. È stato paragonato a Proust, a Pasolini, a Borges, a Lynch, a Kaufman. I professionisti della scrittura e della critica hanno dato le loro interpretazioni e i loro responsi, gareggiando in erudizione e capacità d’analisi. Resta ora da chiedersi, che cosa darà Le ripetizioni al lettore comune?

Immaginiamolo allora letto da qualcuno che con l’ambiente degli scrittori o aspiranti tali, dei giornalisti, dei critici, non abbia nulla a che fare. Qualcuno immune a tutte le dinamiche dell’universo letterario: l’ammirazione, l’invidia, la piaggeria, la sincera devozione, la gratitudine. Un lettore medio o poco più, di buona cultura ma non erudito, che durante il liceo leggeva di più, però legge ancora, e si ritaglia il tempo per farlo proprio durante i viaggi di lavoro in treno, esattamente come Mario, il protagonista del libro.

Un lettore vecchia maniera, di quelli che leggono e non scrivono. Non ha recensioni da consegnare, interviste da preparare, favori da fare o da chiedere. Sa solo se una storia lo prende oppure no, se desidera voltare pagina fino alla fine o abbandonare il libro. Un lettore o una lettrice, non importa. D’ora in poi, sarà L.

Un giorno come tanti L., sul consueto Freccia Rossa, cerca il suo posto finestrino e vede un libro abbandonato sul sedile di fianco. Chi l’avrà scordato? Sembra quasi nuovo. Non sa chi sia Giulio Mozzi, il nome forse l’ha letto su qualche quotidiano, ma è un ricordo vago. Dovrebbe preparare una riunione di lavoro, ma non ne ha voglia, e comunque avrà tempo il giorno dopo, così prende in mano il libro e inizia a leggere. Ogni tanto si concede una pausa, riflette, s’interroga, poi prosegue. Segna frasi, con crocette a matita sul margine esterno della pagina, ed elabora domande che vorrebbe fare all’autore.

Sa che potrebbe cercarlo sui social, oppure attendere una presentazione, ma sa anche che non avrebbe il coraggio di fargli quelle stesse domande di persona, alcune sono troppo impertinenti. Allora gliele pone nella sua mente, immaginando che lo scrittore risponda. Non teme di risultare invadente, non solo perché non ha nessun manoscritto da proporgli, ma soprattutto perché sa che nulla di quella conversazione è reale.

L. Mozzi, si renderà conto anche lei che il suo libro non è affatto semplice. Più volte mi è capitato di pensare, ma questa pagina l’ho già letta! Tornavo indietro e capivo che invece no, la pagina era diversa. Poi si entra nel meccanismo, però se lo lasci dire, all’inizio non è affatto semplice. Il suo libro mi ha fatto ripensare allo sci. Ormai non scio da anni, ma non ho dimenticato gli scarponi, le lunghe file per le risalite, il vento gelido in seggiovia, la neve che entra nei guanti. Poi però, lo splendore dei panorami e l’ebbrezza della discesa. Sbaglio o lei i suoi lettori li mette alla prova? Li seleziona all’inizio, pretende che le pagine più belle se le debbano meritare? Con questo non voglio dire che le altre pagine non siano belle, lo sono, solo che c’è la bellezza della salita, e c’è quella della discesa. Non a caso, allo sci o ci si appassiona davvero, oppure, passato il tempo delle settimane bianche con i genitori, lo si abbandona.

M. Si parla spesso dei diritti del lettore e dello spettatore, credo che lettori e spettatori abbiano innanzitutto il diritto di essere considerati intelligenti. Ci sono capitoli che hanno una sintassi più complicata, il capitolo introduttivo di certo mette alla prova il lettore. Poi ho cercato di scrivere ogni periodo avendo in mente un effetto che volevo ottenere. Alcuni capitoli sono semplici resoconti perché volevo rappresentare anche cose molto calde, ma con tutta la freddezza di cui ero capace, e mettere in crisi il lettore. Non per la facilità o difficoltà, ma perché una situazione molto calda, al limite sconvolgente, rappresentata in maniera così fredda, ti suscita due reazioni diverse contemporaneamente. In altri passaggi c’è molta esibizione dell’interiorità di Mario, c’è un periodare lungo ma sintatticamente semplice, pieno di ripetizioni. Sono capitoli nei quali l’obiettivo è confondere i piani temporali, c’è un continuo ritorno al presente. Anche nei flashback, per schiacciare il tempo della storia in una specie di presente permanente. Non mi sono posto la questione di facile o difficile, ma in ogni capitolo chiedo al lettore di accettare delle cose, dal punto di vista sia formale che contenutistico. Nel capitolo su Cadorna il lettore si chiederà, che c’entra Cadorna? Ed è giusto che sia così. Poi, se vorrà e potrà, capirà che c’entra eccome.

L. Glielo confesso, Mozzi, il suo libro stavo per abbandonarlo. L’odore del bosso, lo capisce anche una persona di media cultura come me, è un richiamo proustiano, e lì ho pensato: ecco, questo è un libro sulla memoria. Questo è il solito tizio che racconta la sua vita, e a me, sinceramente, le vite degli altri, i ricordi degli altri, interessano poco. Poi però ho concluso che sì, è un tizio che racconta la sua vita, ma in un modo tutto suo, tutto scombinato. Che non si capisce cosa è vero e cosa no. Cosa si immagina e cosa è reale. Cosa accade prima e cosa dopo, e cosa mai. Come un puzzle, e i puzzle, al contrario delle vite degli altri, mi piacciono molto. Ragion per cui, ho deciso di proseguire.

M. Volevo proprio che fosse un libro ricco di tensione e tutto il montaggio, quindi anche il disordine cronologico della narrazione, è legato a questo scopo. Volevo che si leggesse come un romanzo d’avventura, dove non è tanto il susseguirsi di eventi a far andare avanti il lettore, quanto il fatto che ogni episodio fornisce informazioni che non si sa mai come incastrare con le altre, quindi ti rimane sempre un enigma, e pensi, magari il prossimo capitolo capisco, invece si incasina di più. Il lettore de “Le ripetizioni” deve capire il più presto possibile che non potrà essere sicuro di che cosa è accaduto davvero. Come quando dico “ma andiamo con ordine”, e segue una narrazione che più disordinata non si può. All’inizio preannuncio i temi e le vicende che seguiranno, un po’ come nei procedimenti musicali in cui hai prima un’esposizione di tutto quel che verrà nei movimenti successivi, in pratica un’ouverture.

L. Quindi dei suoi lettori le importa, anche di quelli, come me, non necessariamente eruditi? Non è come quegli scrittori che se ne fregano di piacere a chi li legge, o almeno così dicono…

M. Io non voglio fregarmene del lettore, io voglio fregare il lettore. Invischiarlo e portarlo fino all’ultima pagina. So che per fare questo devo addestrarlo. Il lettore va costruito, ogni persona può essere diversi lettori. Ogni libro che leggo sono un lettore diverso, le opere che non finisco sono quelle che non riescono ad addestrarmi a essere il loro lettore.

L. Quello che io vedevo come forma di sadismo, in senso ironico, sia chiaro, è quindi in realtà una sorta di addestramento. E ha funzionato, ho continuato a leggere, con interesse crescente. Devo anche confessarle, ho trovato molto appassionanti le scene d’amore e di sesso. Davvero mirabili. Penso a Mario e Viola, che “si svegliano la mattina presto per fare bene l’amore, poi restano tutta la mattina in casa e giocano a non vestirsi”, al loro fare l’amore come “faccenda di dolcezze e sprofondamenti”. Ho segnato queste frasi con una croce. Poi, però, ci sono anche pagine terribili, piene di violenze e di perversioni sessuali inenarrabili. Che devo dirle, Mozzi, mi hanno appassionato moltissimo anche quelle! Forse di più! Credo ci siano due tipi di lettori: quelli che di fronte all’orrore s’indignano, si coprono gli occhi (se è un film) oppure leggono saltando le parole (se è un libro), e quelli che invece, come me, dal male sono attratti, e non lo rifiutano né se ne sorprendono. Eppure, le garantisco, nella vita sono una brava persona, come di certo è anche lei. Allora mi chiedo: ma non ha paura a scrivere certe cose? Alcuni capitoli narrano violenze su bambini e animali, e mamme e animalisti possono diventare molto cattivi! Non teme la censura, o il giudizio?

M. Non mi sono fatto particolari problemi riguardo alla censura, questa è la mia immaginazione, certo deve esserci un impegno formale, sennò fai solo pornografia. So che ci sono persone che possono scandalizzarsi, sono pronto ad affrontarle. Ho cercato di fare un’opera abbastanza bella da non generare quel tipo di scandalo. Voglio un lettore che mi segua intellettualmente, che apprezzi il movimento formale di tutta l’opera. La morbosità di per sé non mi interessa.

L. È la bellezza quindi, che salva dalla morbosità?

M. Su cosa può contare uno scrittore, se non sulla bellezza della propria opera? Poi, può essere che io abbia scritto un libro brutto. Ma di certo ho fatto il mio meglio perché fosse bello.

L. E ci è riuscito. Io però forse un po’ di morbosità me la riconosco. Sa, a volte faccio una specie di gioco. Immagino di commettere qualcosa di terribile, e poi mi godo il sollievo di non averlo fatto realmente.

M. Idea bizzarra. Ma questo, direi, è un problema suo.

L. Non lo nego. A un certo punto, però, ho pensato che lei stesse facendo lo stesso gioco o, perlomeno, che lo facesse fare a Mario, il suo protagonista. Perché vede, a un certo punto io per Mario ho iniziato a provare affetto. E dire che non è un tipo facile. Spesso avrei voluto prenderlo a schiaffi. Un uomo “solo con la propria assenza da sé stesso”, come lo definisce. Che non vuol vedere la realtà della sua futura moglie, Viola, che lo tradisce con chiunque, della sua ex, Bianca, che lo sfrutta quando le serve e poi lo scaccia in malo modo. Di una figlia, Agnese, forse sua e forse no, cui vorrebbe fare da padre ma non ha la forza di imporsi davvero come figura paterna. Che si fa dominare sessualmente da un ragazzetto sadico, questo Santiago, che penso rappresenti il Demonio, non mi vengono altre parole. Eppure, dicevo, ho iniziato a volerlo giustificare, e a pensare che tutte le parti del libro in cui compie azioni inaccettabili, siano solo fantasie. Anzi, alla fine credo che Santiago nemmeno esista, se non nella mente di Mario.

M. Ma nessuno di questi personaggi esiste, è un romanzo…

L. Non mi prenda in giro, Mozzi, avrò mediocre intelletto, ma non così grande ingenuità. Intendo, non esiste nemmeno nella narrazione. È una proiezione di Mario, il suo lato oscuro. Ma non ha storia, non ha corporeità. Appare e scompare come un fantasma. La sua crudeltà non ha radici, motivazioni. Non sembra fatto di carne. Da come è narrato, ne deduco che non esiste.

M. Sempre lì a difendervi dal male. Fifoni. Non sembra fatto di carne perché è un perverso, e tutte le perversioni sono un rifiuto della carne, e quindi sono moralistiche. Infatti, il moralismo è una perversione. Cerco di stare lontano più possibile dal cosiddetto paradigma vittimario per cui se uno in una storia commette nefandezze è sicuramente perché lo hanno malmenato da piccolo. Non solo la diabolicità di Santiago, ma nessuno dei personaggi dispone di una storia che giustifichi il suo essere in quel modo lì.

L. A parte Mario. Il suo distacco, la sua freddezza, la sua immobilità, dipendono chiaramente da un trauma: la morte improvvisa di Lucia, la ragazza che ha amato da giovane, forse l’unica persona che ha amato davvero.

M. Questa è una lettura psicologica e forse romantica, ma se rilegge con attenzione il capitolo su Lucia, si accorgerà che Mario era già così. Curioso poi, decidere che un personaggio non esiste, avete tutti questo problema con il male… ma il male non ha una giustificazione, e quindi neanche una colpa. Infatti, qui non c’è neanche la redenzione. Ha presente il quadro del Gas?

L. Sì, mi è piaciuto tanto il Gas, il Grande Artista Sconosciuto. L’unico dei suoi personaggi con cui andrei a cena fuori. Anche lui ha le sue stramberie, la sua percezione alterata della realtà, eppure, nelle pagine che lo riguardano avverto quell’ironia, quella confidenza che c’è tra gli amici veri. Ecco, il Gas, al contrario di Santiago, esiste, non ho dubbi. Non solo nel romanzo, ma nella vita. Se non ho capito male, è ispirato a un vero pittore, Claudio Laudani, e il quadro Discorso attorno a un sentimento nascente è l’unica nota di speranza del libro.

M. Mario viene mostrato in relazioni caratterizzate da una forte dipendenza, e anche nell’unica relazione in cui non c’è questa dipendenza, cioè quella con il Gas, è comunque rappresentato come uno che continuamente non coglie. Il Gas produce sotto i suoi occhi questo quadro che è un quadro di rinascita, di salvezza. Mario se ne accorge ma non riesce a farsene niente, e quindi nonostante l’amicizia tra i due, l’intensità di questo rapporto, non c’è passaggio tra Gas e Mario. Il quadro più che una redenzione è una possibilità di salvezza, una grazia. La redenzione è una cosa che faccio da me, e oggi la interpretiamo perlopiù come un processo di tipo psicologico, mentre la grazia è un gesto di salvezza che ti viene offerta, e puoi accettare o rifiutare. Solo una grazia può togliere i personaggi dallo stato in cui versano. Il Gas è già salvo, lui ha già la grazia, nell’arte. Senza essere buono potrebbe essere santo, nel senso di salvato.

L. Una domanda mi si è posta spesso, durante la lettura: chi è il narratore? Sembra Mario, ma è in terza persona. A un certo punto pare che Mario stia raccontando tutto agli “amici del bar”. Ma chi racconterebbe tali segreti agli amici del bar?

M. I narratori si alternano, non è uno solo. Ma quella degli amici del bar è una citazione manzoniana, non l’ha riconosciuta?

L. Mi piaceva molto Manzoni, alle superiori, ma è passato tanto tempo, e chissà, forse in qualche casella della mia memoria, questa risposta c’è…

M. Nell’ultimo capitolo Manzoni dice che Renzo spesso narrava le sue avventure, e che “soleva raccontar la sua storia molto per minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l’avesse sentita da lui più d’una volta)”.

L. Ora capisco, quindi, il perché del nome Lucia! Questo romanzo è la sua versione de I promessi sposi, solo che Lucia muore subito, e Renzo impazzisce dal dolore… vede, avevo capito!

M. Se lei ritiene di aver capito, mi fa piacere…

L. Confesso, sono più i film che ho visto, nella mia vita, dei libri che ho letto, e nel suo romanzo vedo molto cinema. Viaggi temporali, tempo circolare, futuri alternativi, sliding doors. Ma vedo anche altro.  È probabile che lei abbia una conoscenza, almeno divulgativa, della fisica, della meccanica quantistica, della teoria della relatività, che pochissimi capiscono a livello di formule matematiche, ma che influenzano moltissimo cinema e letteratura.

M. Vede, fisica, biologia, ecologia… un romanzo è un ecosistema. Ciò che chiamiamo conoscenza è semplicemente un sistema di modelli sottoposti a continue verifiche o falsificazioni. Quel concetto per cui non si può mai conoscere con esattezza la posizione dell’elettrone e contemporaneamente la sua velocità, mi pare assolutamente ovvio: nel momento in cui investo qualcosa con il mio desiderio di conoscenza la modifico. Mi domando spesso che cosa sia la finzione. Possiamo parlare di Sandokan o di Santiago, e per il solo fatto che possiamo parlarne esistono? È un problema ontologico. Finché il libro è chiuso, Santiago è vivo o morto? Esiste oppure no?

Sliding doors (1998)

L. Il Santiago di Schrödinger! Mi sta convincendo. Ho segnato questa frase con tre croci. “Tutte e tre le vite di Mario sono segrete, ma la terza è la più segreta perché conosce le altre due”. La terza vita di Mario è quella con Santiago. Quindi c’è verità solo nel male? E amore solo nell’assenza o nella bugia?

M. Credo che a questo punto lei abbia gli strumenti per rispondere da solo a queste domande, non crede? Come dicevo, quello che volevo era questo, che la persona arrivata fino a pagina 26 non fosse più capace di smettere fino a pagina 368. Non è mia intenzione esprimere verità generali, definire cosa è bene e cosa è male. Voglio solo che il lettore mi segua fino in fondo, che queste immaginazioni – che hanno abitato la mia mente per tanto tempo – si trasferiscano nella sua mente, grazie a una forma che le contiene e le articola e che permette quindi al lettore di incorporarle senza subire danno, anzi aumentando la propria vitalità.

L. Sì, comprendo, ma ci sono dubbi che restano. “La scelta di Bianca esclude tutto, la scelta di Santiago esclude Bianca ma non Viola, la scelta di Viola non esclude niente”. Questa frase mi ha fatto riflettere. Quello che mi comunica è che le relazioni sentimentali o sessuali tra i personaggi siano per lo più relazioni di potere che richiedono una scelta razionale. Scelta su cui Mario si interroga, ma che infine non compie. Eppure, non è un furbo, nemmeno un opportunista. Perché Mario non sceglie? È guidato da forze superiori, qualcosa di paragonabile al destino? A volte questo romanzo sembra negare il libero arbitrio.

M. Negare il libero arbitrio, sì, me lo sono chiesto, vedi l’importanza della grazia. In molte occasioni bisticciano le parole caso e destino, ha notato?

L. Sì, ricordo bene. “La tua fortuna e la tua disgrazia, caro Mario, sono io, io sono il destino che il caso ti ha assegnato. Tu non vuoi crederci, ma io ti dico: la tua fortuna e la tua disgrazia sono io” dice Santiago. E anche con il Gas, Mario ne discute spesso, di caso e destino, senza arrivare a una soluzione.

M. Perché quello che si cerca non sono le soluzioni. Mario non compie le sue scelte, scelgono gli altri per lui.

L. Verso la fine del libro, c’è una bellissima lettera, la lettera di una figlia al padre che l’ha abusata fin da bambina.

M. Abusata da bambina? Il testo non dice questo. Potrebbe benissimo aver avuto una relazione con il padre dopo il compimento della maggiore età.

L. In effetti, non lo dice espressamente. Io però l’ho immaginata subito bambina, o almeno ragazzina.

M. Perché siamo immersi in una cultura che, demonizzando certe cose, ce le rende sempre presenti. “Dall’inizio della mia vita hai fatto di me tutto quello che volevi”, dice. Non parla di abusare.

L. Eppure vederla molto giovane e abusata risulta inevitabile. Il lettore qui viene ingannato.

M. Mica solo qui…

L. In ogni caso, continuo a domandarmi chi sia l’autrice della lettera. Secondo me è Agnese, la figlia di Mario, anche se la paternità non è certa. C’è un indizio preciso: l’origami cha aveva anche la ragazza sul treno.

M. E nessun indizio la porta invece a Viola?

L. Ci ho pensato, ma non mi pare. Potrebbe essere anche Viola? Da cosa dovrei dedurlo?

M. In uno dei primi capitoli, Mario legge una carta in cui Viola racconta un sogno. “Cado nel nero, nello spazio dove non c’è più niente, verso i confini dell’universo, dove c’è solo la sparizione, il freddo, l’oscuro, il nulla”, dice. Queste parole vengono riprese nel finale della lettera.

L. Rileggendo, in effetti è così. Ma a volte leggo in modo distratto, e tra una frase e l’altra ci sono molte pagine…

M. Solo duecentottanta, e in più le descrizioni dei due appartamenti sono piuttosto simili.

L. Mi ha convinto, potrebbe essere sia Agnese che Viola. Ma non le chiedo chi è, non ci casco più. È come se lei, Mozzi, ci avesse dato questo libro completo ma tutto smontato, e noi dovessimo ricomporre i pezzi. E magari non otteniamo tutti lo stesso libro, nel senso che se la lettera è di Viola, ne esce un romanzo, se è di Agnese, ne esce un altro. In me è nata quest’idea, che alla fine, riducendo il libro all’osso, non sia che una storia d’amore, o forse una tragedia familiare. E nonostante la struttura complessa, mi riconosco in molte cose: le indecisioni di Mario, il mistero della felicità dei suoi vecchi genitori, il ragazzo che balla da solo, la memoria ingannevole. Non so se avrei letto questo suo libro, se il caso, o forse il destino, non l’avesse messo sulla mia strada. Di solito rifuggo le letture impegnate. Eppure, ho attraversato tutto il suo labirinto. Fino alle ultime parole.

M. Adesso, basta.

L. Proprio così. “Adesso, basta”. Le parole finali del romanzo, a ricordarci che è tutta finzione. Ora però devo dirle io, queste parole. Questo dialogo esiste solo nella mia immaginazione, e starei ancora a lungo a parlare con lei, Mozzi, ma siamo giunti, come direbbe lei, a destino. Alla mia fermata. Devo scendere, tornare alla mia realtà, al mio lavoro, alle mie beghe. Si parla a volte di libri necessari, di libri che ti cambiano. Ma la verità è che finito un libro lo si chiude e si torna alla propria vita, identica a prima.

M. Le auguro tutto il meglio.

Il treno rallenta, L. si alza in piedi, raccoglie la giacca e la ventiquattrore dalla cappelliera. Abbandona il libro sul sedile, esattamente dove lo ha trovato, a disposizione del prossimo viaggiatore. La solita stazione, pensa. Il solito lavoro. Il solito hotel, le receptionist, a volte la bionda sempre scocciata, a volte la mora più gentile, che assomiglia a quella vecchia amica. La vita, più o meno sempre uguale. Le ripetizioni. Le variazioni. Il treno si ferma, le porte si aprono. L., con un gesto rapido, istantaneo, afferra il libro dal sedile, lo infila nella ventiquattrore, affretta il passo e scende dal treno.

«Che cosa importa, se la nostra vita, la vita di chiunque, è vera o è inventata?»

Viviana Viviani

*si ringrazia per l’editing Luisa Baron

*In copertina: Giulio Mozzi in una fotografia di Manuela Mazzi

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