“Ho sempre sognato di essere uno scrittore minore”. Giulio Mozzi dialoga con Francesco Consiglio su: editoria, scrittura, oracoli, un romanzo che scrive da vent’anni

Posted on Marzo 09, 2020, 11:12 am
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Il governo ha chiuso le scuole per l’emergenza Coronavirus, e così, ferme le lezioni al liceo e al conservatorio, mia figlia ha la possibilità di andare a letto tardi e svegliarsi tardi. Il blocco delle lezioni, vissuto dalle famiglie come una tragedia (ho capito che la scuola non serve a insegnare ma a parcheggiare i figli), ha avuto su di me un effetto effetto anti-age – che meraviglia! – riportandomi ai tempi in cui, insieme a lei, mi sciroppavo ore di cartoon. Ieri sera, io e la studentessa in congedo abbiamo visto un film su Sherlock Holmes, con Robert Downey Jr. nel ruolo dell’investigatore e Jude Law nella parte del dottor Watson. Da vero uomo del mio tempo, con un occhio alla tv e l’altro sullo smartphone, curiosavo su vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. E proprio mentre Sherlock Holmes diceva: “I piccoli dettagli sono di gran lunga i più importanti”, io leggevo: Giulio mozzi è nato il 17 giugno 1960. Con la minuscola.

Possibile che lui, un curatore editoriale con la maiuscola, non si sia accorto dell’errore? No, impossibile. Il mio quinto senso e mezzo mi dice che l’ha fatto apposta, come Gozzano che nella Via del rifugio scrive così di sé:

“Ma dunque esisto! O Strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta guidogozzano!”

Facendo diventare il Poeta un io minuscolo, con tanti saluti a D’Annunzio e alla sacralità della letteratura. Ecco, mi è sembrato che anche Giulio Mozzi volesse fare altrettanto, prendersi gioco di sé stesso e della sua condizione di scrittore. E Dio sa, in un mondo di automaiuscolandi, quanto c’è bisogno d’ironia e di gioco.

Qui sotto, l’intervista. Bella o brutta non lo so, ma è tanta roba.

Hai pubblicato raccolte di racconti, un paio di libri in versi, manuali di scrittura, ma se chiedo in giro chi è Giulio Mozzi, probabilmente mi sentirò rispondere: “Un insegnante di scrittura”. Molti diranno: “Un ottimo insegnante di scrittura e il più bravo scout letterario che abbiamo in Italia”, ma è proprio questo che volevi quando hai cominciato a scrivere? In una pagina a te dedicata sul sito di una libreria online hai scritto: “Non ho mai desiderato essere uno scrittore; e non lo desidero neanche adesso”. Ma qualche riga sotto dici anche: “Raccontare delle storie è una cosa importante per me”. Insomma, mi fai friggere il cervello.

Sono due desideri diversi. Desiderare di “essere uno scrittore” significa, secondo il senso meno nobile dell’espressione, desiderare di acquisire un certo status; secondo il senso più nobile, significa decidere di dedicare la propria vita primariamente alla scrittura. Io questa scelta non l’ho fatta. Dopo i miei primi tre libri di racconti, Questo è il giardino del 1993, La felicità terrena del 1996 e Il male naturale del 1998, ho avuto la sensazione di aver finito il mio lavoro. Ho continuato a scrivere in parte per inerzia – vedi un libro come Fantasmi e fughe, del 1999, quasi inutile – e in parte per cercare novi modi, un nuovo senso della scrittura: con Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, del 2000, dove tentavo la composizione in versi, e Fiction, del 2001, dove mi interrogavo su che cosa diavolo sia, in effetti, la finzione. Poi mi sono fermato. Da lì in poi ho fatto libri occasionali, pamphlet, quella strana cosa che è Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, del 2009 – un libro tutto diverso dai precedenti: e conta gli anni di distanza – e poi con Favole del morire, del 2015, ho finito di raccogliere tutti i pezzi sparsi. Ci sarebbe il romanzo al quale sto lavorando, ininterrottamente e con tantissime esitazioni, dal 1998; al momento – poiché ha cambiato tanti titoli – si chiama Le ripetizioni. Ma, in realtà, negli ultimi vent’anni non ho fatto altro che lavorare nell’editoria e insegnare. In questo momento, tra me e la scrittura c’è come una parete; devo trovare il modo di abbatterla.

Quando avevo vent’anni e abitavo in Sicilia, a due passi dall’Olympeion della splendida Akragas, avevo più possibilità di sentirmi vicino a Zeus che a qualunque abitante del Parnaso delle lettere patrie. Se avessi voluto parlarti, potevo scrivere a uno dei tuoi editori e supplicarli di darmi il tuo indirizzo, o telefonare a tutti i Giulio Mozzi presenti sull’elenco telefonico. Oggi basta un clic per bussare alla porta della tua casa digitale, al tuo blog o al profilo Facebook. Mi chiedo se questa esposizione mediatica, che è comunque una scelta, ti abbia portato dei vantaggi (che io riesco a immaginare in contatti con i lettori e promozione delle tue attività) o se invece ti senti vittima dell’invadenza dei tanti questuanti letterari in cerca di un padrino che li faccia pubblicare.

Sul risvolto del mio primo libro, nel 1993, lì dove di solito si mette la biografia dell’autore, c’era scritto: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5/bis” (oggi non abito più lì). Se avessi voluto parlarmi, sarebbe bastato cercare sull’elenco del telefono o passare all’ufficio postale per scoprire il codice di avviamento. La mia scelta di “esposizione”, come tu la chiami – e mi sembra una parola ben trovata – risale a diversi anni prima che l’internet diventasse popolare, a sette anni prima che decidessi di dar vita in rete al mio “bollettino di letture e scritture” vibrisse. Grazie a quella scelta ho avuto la fortuna di essere il primo lettore di alcuni autori che ebbi poi il privilegio di accompagnare alla pubblicazione; e quindi la fortuna di scoprire un lavoro, particolarissimo, per il quale evidentemente avevo qualche talento. E poi: diventai amico di Laura Pugno – ancora prima: nel 1988 – perché da un’indicazione di luogo, dopo aver letto il suo primissimo libro di poesie – poi da lei abiurato – riuscii a risalire al suo telefono. Allo stesso modo, dopo aver letto un suo libricino pubblicato da un editore davvero minuscolo, riuscii a incrociare Vitaliano Trevisan. Ricordo ancora l’emozione di quando un giovanotto mi mandò un racconto brevissimo, due o tre pagine, accompagnandolo con una domanda: “Io studio da avvocato, ma la mia futura moglie dice che forse farei meglio a dedicarmi alla letteratura” (cito a memoria): era Diego De Silva. E dovrei lamentarmi perché ogni tanto incrocio qualche rompiscatole? Se ne trovano di più al supermercato.

Quando un critico parla di “libro necessario”, mi vengono in mente quegli incontri di boxe frettolosamente definiti “match del secolo”. Quanti ne abbiamo visti nel secolo scorso? Almeno una decina. Ora, a parte che bisognerebbe chiedersi se la letteratura sia veramente necessaria e provocatoriamente affermare che sono esistiti più popoli senza letteratura scritta di quanti non ce ne siano stati senza religione, penso che bisognerebbe essere più parchi nel parlare di necessità. Un religioso conventuale, il gesuita Carlo Sanseverino, scrisse in un suo libro sugli antichi filosofi pagani: “Non è libro necessario al genere umano. No: senza questo mio libro si può cenare, e dormire lietamente, ed essere un buon cristiano”. Ecco, un pizzico di umiltà non guasterebbe.

Fu Giangiacomo Feltrinelli, credo, a coniare l’espressione “libri necessari”. E intendeva, credo, libri politicamente necessari – con un’idea di politica che era quella onnicomprensiva di quei tempi. Peraltro, di capolavori ne spuntano giusto un paio al secolo. Poi, certo, ci sono dei libri che magari sono importanti per una generazione – per la generazione mia per esempio, è stata importante l’opera di Pier Vittorio Tondelli: ma l’affetto non può impedirci di vederne, oggi, i limiti. Quanto a me, il mio sogno segreto è sempre stato quello di essere uno scrittore minore.

La storia della letteratura è piena di scrittori assolutamente folli, autodistruttivi nei confronti di sé stessi e degli altri, ostili al contatto umano, randagi della vita. Te lo immagini un redivivo Dino Campana, che sua madre chiamava “l’anticristo”, mentre discute le modifiche di un contratto di edizione? E Virginia Woolf, vittima di crisi depressive e profondi sbalzi d’umore, avrebbe retto allo spostamento di una virgola o al taglio di una frase imposta dal suo editor? Giacomo Leopardi, così cupo e indecifrabile, avrebbe passato più tempo sulle “sudate carte” o nello studio di uno psicoanalista, con il ricco genitore che gli pagava le sedute? Non è un tempo per folli, evidentemente. Eppure Allan Poe ha scritto: “Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto”.

La storia della letteratura è piena anche di scrittori assolutamente normali, tranquilli, buoni borghesi, addirittura affaristi o filantropi. E sospetto che siano in larga maggioranza. (Quanto alle domande: i periodi ipotetici dell’irrealtà non mi interessano).

Oggi è possibile stampare da soli il proprio libro e metterlo in vendita sul web senza il supporto di un editore. L’autopubblicazione è sempre esistita, d’accordo, ma la novità consiste nell’opportunità data al lettore di acquistare con lo stesso semplice clic l’ultimo romanzo di Baricco o il manuale di ricette di Nonna Pina che un nipote smanettone è riuscito a stamparle con Kindle Direct Publishing. Parrebbe una grande libertà, un ribaltamento dei ruoli di forza tra editore, distributore e autore, eppure il self publishing continua a essere considerato il rifugio dei mediocri.

L’autopubblicazione continua a essere considerata il rifugio dei mediocri perché, oggi, è effettivamente il rifugio dei mediocri. Non dubito che possano esserci buoni libri tra gli autopubblicati; ma la massa, per quel che vedo, è roba che non vale nulla, gli editori fanno benissimo a non pubblicarla: ne pubblicano già troppa, anche loro, di roba che non vale nulla. E a chi vuole liberarsi di loro ricordo che gli editori (a) mandano i libri nelle librerie, cosa che con l’autopubblicazione è difficilissimo fare; (b) fanno un sacco di lavoro di comunicazione; (c) fanno, anche se non sempre, un lavoro di “collocazione” dell’autore nel panorama editoriale e nel mondo culturale; (d) contribuiscono, con la loro identità – o quel che ne resta – all’identità dell’autore e del libro; eccetera. Senza contare che un autore, per dire, potrebbe essere affezionato, per motivi suoi, a un certo catalogo, o a una certa grafica, o a un certo modo di produrre e promuovere i libri, e così via. Rappresentarsi gli editori come pure e semplici sanguisughe è da disinformati. Poi, certo: non sono tutte rose e fiori. Non c’è nulla, nella vita, che sia rose e fiori.

Mi chiedo però cosa impedisca a uno scrittore mediamente noto (ma di quelli che non prendono lauti anticipi) di autopubblicare e percepire una royalty che arriva al 70% sul prezzo di copertina.

Naturalmente, tutto dipende da che cosa cerca un autore. Se uno cerca soldi, si comporterà in un modo. Se cerca successo, si comporterà in un altro. Se cerca di entrare nei circoli più esclusivi di una certa società letteraria, si comporterà in un altro ancora. Se cerca l’abbraccio caldo dei lettori, si comporterà ancora diversamente. A me, per esempio, per stare al piano materiale, dei soldi che posso guadagnare direttamente con i libri importa poco. M’importa invece che i miei libri pubblicati mi qualifichino come professionista: dello scouting, dell’editing, dell’insegnamento. Perché di queste tre cose effettivamente vivo. So perfettamente che i miei libri vendono poco, e mi pare anche logico che sia così. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di fare un’opera in un certo modo anziché in un altro per vendere di più. Anche un libro come l’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori (a cui sta per seguire un Oracolo manuale per poete e poeti, fatto a quattro mani con Laura Pugno), che può sembrare concepito unicamente per un ragionamento di mercato (e in effetti sta vendendo benino), per me è stato importante soprattutto perché mi ha permesso di riflettere sul mio lavoro di insegnante. Qualcuno – ora non ricordo chi – l’ha definito più o meno come “una dichiarazione di poetica travestita da manuale di scrittura”. E mi sta bene.

Francesco Consiglio

*Giulio Mozzi è nato il 17 giugno 1960. Abita a Padova. Si è diplomato presso il Liceo-Ginnasio ‘Tito Livio’. Ha svolto il servizio civile alternativo al servizio militare presso la Casa del fanciullo di Padova. Dal 1982 al 1989 ha lavorato nell’ufficio stampa della Confartigianato del Veneto. Dal 1989 al 1996 ha lavorato come fattorino-magazziniere presso la Libreria internazionale Cortina di Padova. Dal 1996 al 2001 ha campato essenzialmente di corsi e laboratori di scrittura e narrazione. Dal 1997 al 1999 ha collaborato con la casa editrice Theoria. Dal 2001 ai primi mesi del 2009 è stato consulente per la narrativa italiana di Sironi Editore. Nel 2006 ha dato vita, con un gruppo di generosi amici, alla casa editrice in rete vibrisselibri, ora di fatto cessata. Dal 2008 al 2014 è stato consulente di Einaudi Stile Libero. Dal 2009 al 2013 ha collaborato con l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa (Iprase) della provincia di Trento. Attualmente è consulente di Marsilio Editori per la narrativa italiana. Nel 2010 ha iniziato una collaborazione amichevole con Laurana Editore, dalla quale è nata nel 2011 la Bottega di narrazione. Ha scritto per il teatro, soprattutto per la compagnia di teatro per bambini (ma non solo) Fantaghirò; e per il teatro musicale, in collaborazione con Vociferazioni.