“La mia migliore qualità? Aver smesso di scrivere”: dialogo con Giulio Mozzi, guru della letteratura contemporanea (nonostante lui)

Posted on Marzo 02, 2018, 10:19 am
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Questo è il giardino (1993, Premio Mondello Opera Prima), sorprendente esordio per la mitica casa editrice Theoria, inaugura una nuova stagione letteraria, e diventerà un modello per molti. La felicità terrena (1996, finalista al Premio Strega) e Il male naturale (1998) seguiranno la stessa sorte (anche se con altri editori). Giulio Mozzi, classe 1960, “prende la parola” e fa scuola. Maestro nella prosa breve, sforna Il bambino morto (in La felicità terrena), uno dei racconti più disperati e ossessivi mai scritti. Narratology (in Fiction, 2001) è forse il miglior racconto di una intera stagione letteraria, almeno il più intelligente e impeccabile sul piano stilistico. Praticamente un manifesto di poetica, inarrivabile. Ma già prima, il racconto Amore (in Il male naturale) aveva fatto discutere. Al centro di una interpellanza parlamentare per l’argomento trattato (pedofilia), il libro che lo conteneva fu abbandonato a se stesso dall’editore scomparendo a poco a poco dalle librerie, e tuttavia lasciando il segno e un retrogusto amaro. Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, uscito per Einaudi nel 2001, registra vendite a due cifre, eppure ancora una volta fa da battistrada. Favole del morire (2015) contiene un racconto (Favola del morire) di potenza biblica. Ma Mozzi non è solo uno scrittore. È molto altro: talent scout (ha fatto esordire decine di autori, poi affermatisi), editor, consulente editoriale, docente di scrittura, intellettuale tout court e personalità di spicco sui social.

Cosa altro possiamo aspettarci da Mozzi scrittore, dopo tutto quello che ha già detto e fatto? Hai qualche progetto in cantiere? Romanzi o racconti o testi tuoi, intendo?

mozzi cop 3C’è un romanzo che è lì da un pezzo – da una quindicina d’anni, intendo –, si chiama Discorso a un sentimento nascente, ogni tanto ci rimetto le mani: il problema è che non mi piace, e non ho chiaro che cos’è che non va. Alla mia età, non ha senso metter fuori un lavoro che non mi convince. Del resto, io sono ormai – e felicemente, sia chiaro – un ex scrittore.

Quale ritieni sia il tuo libro migliore, quello più riuscito, quello che meglio esprime, rappresenta ciò che volevi dire in quel momento o in assoluto?

Ecco, buona idea. Potrei fare un’autoantologia, con quella decina di pezzi che mi sembrano ancora accettabili.

Da sempre ti dedichi alla scrittura altrui. Hai scoperto e portato alla pubblicazione molti nuovi autori. Tullio Avoledo, Giorgio Falco, Franco Arminio, Leonardo Colombati, Vitaliano Trevisan, Alberto Garlini, per dirne alcuni. Cosa cerchi in un libro, in un autore? In parte ce lo spieghi in Narratology, io credo. Ma poi ho l’impressione che a quella istanza di “purezza” si siano aggiunte altre esigenze che hanno un po’ intorbidito le acque: la vendibilità, le esigenze di genere degli editori ecc. È così? O nel tempo sono cambiate le tue esigenze? Cosa cerchi nei libri degli altri, come scrittore e come editor?

Non mi pare che in Narratology ci sia un’«istanza di purezza». Aggiungo: il personaggio che parla in Narratology, benché adoperi anche pezzi dell’immaginario mio, non lo trovo molto somigliante a me. E infine: se c’è qualcosa che temo, è il desiderio di purezza. In un’opera letteraria cerco la bellezza, e a questa parola che tanti trovano vaga mi fermo. Al massimo posso aggiungere che mi fido del mio corpo: se il mio corpo reagisce bene, se sto sveglio per leggere, se non mi si stanca il cervello – allora sospetto che ci sia della bellezza in giro. Credo che le opere letterarie servano a tre cose: a passare il tempo, a imparare qualcosa, a elevarsi spiritualmente. Non è necessario che ogni opera faccia tutte e tre queste cose. Da evitare – da non pubblicare, intendo – sono i libri che fanno il contrario di queste cose: che non fanno passare il tempo, che non insegnano nulla, che non elevano spiritualmente. Non sono uno che vive fuori dal mondo, e so benissimo che gli editori hanno bisogno (e voglia) di campare. So anche che la letteratura di un popolo è fatta anche di opere puramente di piacere e da passatempo. Quando Alessandro Manzoni decise di scrivere I promessi sposi, scelse la forma-romanzo proprio in quanto forma popolare, perché sapeva che pubblicando un romanzo (anziché tragedie in versi) avrebbe potuto raggiungere anche il pubblico dei lettori per puro piacere (e li avrebbe fregati, rifilando loro dell’elevazione spirituale). Nella mia collana ideale ci sono i romanzi di Andrea Comotti, di Gian Marco Griffi, di Cosimo Lupo, di Fiammetta Palpati. Se non li hai mai sentiti nominare, non stupirti: sono inediti, o praticamente inediti.

Hai fatto da consulente editoriale a molti editori: inizialmente Theoria, con cui esordisti, poi Sironi (eravamo insieme all’epoca, almeno per il tratto inziale, io poi me ne andai), quindi Einaudi, e ora Marsilio: come si differenziano tra loro le varie esperienze? E cosa porti addosso di bello e di brutto di quelle esperienze? Quali sono, tra gli autori che hai fatto esordire, quelli cui sei più legato, per ragioni personali o di poetica? Quelli che senti più affini a te?

cop mozziSono state esperienze molto diverse. Per Theoria lavorai poco, molto poco, e in una situazione ormai di disastro aziendale. Pagai di tasca mia un paio di mesi di stipendi, nel 1997, con l’anticipo mondadoriano de Il male naturale. Però riuscimmo a pubblicare un paio di opere di Vitaliano Trevisan. L’esperienza in Sironi va divisa in due. Qualche anno di grande divertimento, nel corso del quale Sironi si ritagliò un posticino nella Repubblica delle lettere e la collana «indicativo presente» si segnalò come collana interessante e sperimentale. E qualche anno di grande sofferenza: non tornando i conti, cercammo di fare qualche passo nel mondo della narrativa mainstream – ma era probabilmente un lavoro da far fare a qualcun altro, non a me. Avrei dovuto farmi da parte. E, come c’era da aspettarsi, fu abbastanza un disastro. Dell’esperienza di Einaudi Stile libero posso solo dire che in cinque anni furono accettate in tutto due opere da me proposte (più una, che però aveva anche vinto il Premio Calvino: non c’era bisogno che la proponessi io). Sono convinto che parecchi testi da me proposti non abbiano mai ricevuto nemmeno un’occhiata. Marsilio è un’esperienza in corso, e in un momento particolarmente difficile per l’editoria. Non è necessario che un autore con il quale lavori diventi un amico. In qualche caso è successo. Ma questa è la mia vita privata.

Come ti accosti alla scrittura altrui? Intendo dire: quando leggi un libro stai ancora a studiarne la tecnica, lo stile, la struttura, o ci scorri sopra liscio godendoti semplicemente la lettura?

Leggo come ho sempre letto, credo. Ebbi l’imprinting dai romanzi di Salgari, e sono ancora lì. Forse oggi le strutture mi incuriosiscono più delle avventure: ma le strutture sono avventure della forma.

C’è qualcosa che invidi alle scritture di altri, ad altri scrittori? C’è qualche scrittore le cui qualità vorresti avere e non hai? Una volta se non ricordo male mi dicesti di non ritenerti uno scrittore particolarmente intelligente ma dotato di una potente immaginazione. È così? Dunque l’immaginazione è la tua vera forza? E anche il rigore stilistico, immagino. Insomma, quali sono, secondo te, le tue qualità migliori come scrittore e quali quelle che ti fanno difetto e vorresti avere?

Confermo: non mi sono mai sentito particolarmente intelligente, ma a volte mi riesce di far finta di esser tale. Agli altri non invidio niente, perché invidiare non serve a niente: è uno spreco. Ciascuno faccia quel che può. La mia migliore qualità, come scrittore, è l’aver smesso.

Agli inizi tu proponevi di pubblicare un testo anche se ancora non era perfetto e se c’era da lavorarci sodo. Lo fai ancora? O lavorare per un grande editore (Einaudi, Marsilio) ha reso impervio seguire questa strada?

cop mozzi2Oggi in generale gli editori si aspettano di ricevere testi finiti: vale per i grandi come per i piccoli. È difficile che si faccia un contratto sulla base di un lavoro non finito, o imperfetto, o addirittura tutto da fare. Però nel novembre scorso, sì, abbiamo fatto due contratti per libri, a dirla tutta, quasi ancora da scrivere.

Quali sono secondo te le rivelazioni letterarie di questi ultimi anni, sul piano letterario, della autorevolezza, della personalità? C’è un nuovo Giulio Mozzi all’orizzonte?

Seguo con molta ammirazione il lavoro di Vanni Santoni – che non sono mai riuscito a conoscere di persona, e mi piacerebbe. E qui mi fermo, non perché non ci sia altro.

Come vedi la letteratura odierna, il mondo editoriale? E come sono cambiati rispetto agli anni del tuo esordio?

È cambiato il mondo, non il «mondo editoriale». E un discorso in generale sul mondo non lo farei qui, in questa sede: e non lo farei io. Posso dire che dieci anni fa mi sembrava di capire pressoché tutto, e oggi mi sembra di capire pressoché niente.

Che rapporto intercorre tra qualità letteraria e successo di un romanzo?

Secondo me non c’è nessun rapporto. Possono esserci capolavori che vendono tanto e capolavori che vendono poco, brutti lavori che vendono tanto e (la maggioranza della produzione) brutti lavori che vendono poco.

Nel 1996 sei stato nella cinquina del Premio Strega. Cosa ricordi di quella esperienza? Come la vivesti? E come giudichi i premi letterari nel nostro Paese? Alcuni grandi del passato (ricordo tra tutti Italo Calvino) se ne sono tenuti alla larga, rifiutando di ritirarli quando venivano loro assegnati: c’è qualche premio che decreta veramente il valore di un’opera? Vi sono dei premi che servono a stabilire delle scale di valore?

La vissi con una certa curiosità. Capii abbastanza presto che tra il Premio Strega e la letteratura, se c’era un rapporto, era un rapporto casuale. Quell’anno vinse Alessandro Barbero, col bel romanzo, assai piacevole e divertente, Bella vita e guerre altrui di mr Pyle gentiluomo. C’era in cinquina la povera Pia Pera. C’era anche Melania Mazzucco, che sembrava spaesatissima, forse terrorizzata, e aveva scritto la più bella delle opere in lizza: Il bacio della Medusa. Oggi come oggi credo che i premi servano solo a dare una svolta a una carriera.

Parliamo ora di una delle rivoluzioni più totalizzanti dell’ultimo secolo: Internet. Quanto e come il web e i social incidono oggi sulla produzione di letteratura e sul linguaggio? A volte si ha come l’impressione che vi sia una letterature pre-Internet e una post: è così?

Non so rispondere. Ci vogliono studi e studi e studi, e cominciano da poco a essercene. L’impressione mia è che non sia ancora cambiato poi tanto. Ma è un’impressione da uomo della strada.

Tu trascorri molto tempo su Facebook: perché lo fai e qual è il ruolo che ti sei ritagliato? Come lo utilizzi? Ho notato per esempio che ti astieni dal mettere “like” a qualsivoglia post, o sbaglio?

La verità è che uso il Like negli ambiti affettivi, non nell’ambito professionale. Così come nei primi anni del millennio campavo grazie a vibrisse, il mio «bollettino di letture e scritture», oggi campo grazie alla mia attività in Facebook. Intendo «campare» in senso materiale. Incontro nuovi autori perché sono facile da trovare, trovo nuovi autori perché li vedo scrivere in Facebook, pubblicizzo le mie attività formative via Facebook… Comunque, no, non «molto tempo».

Dal 1993 tieni corsi di scrittura creativa; ora la Bottega di Narrazione, a Milano, presso l’editore Melampo/Laurana. Ovviamente tu credi che si possa insegnare a produrre letteratura, altrimenti non vi dedicheresti il tuo tempo (senza contare che i risultati fin qui raccolti sembrano dimostrarlo). O perlomeno ritieni che attraverso questi corsi possano essere forniti o affinati i ferri del mestiere. Altri scrittori autorevoli però hanno espresso idee opposte dicendo peste e corna sulle scuole di scrittura…

Ricordo che la retorica s’insegna da un paio di millenni almeno. E tutti gli scrittori fino alla fine dell’Ottocento facevano gli esercizi di composizione a scuola, in prosa e in versi. Poi vennero il surrealismo e la riforma Croce-Gentile (che scacciò definitivamente l’insegnamento della composizione dalle scuole italiane; solo negli ultimi due decenni, e con incertezze, ci stiamo riprendendo).

La Bottega di Narrazione ha fatto esordire scrittori di talento o comunque le cui doti andranno verificate nel tempo. Tra gli ultimi se non sbaglio Claudia Grendene, uscita in questi giorni per Marsilio con il romanzo Eravamo tutti vivi. Un libro cui tieni molto. Vuoi parlarcene?

Posso dire che mi sembra un buon romanzo, e che Claudia mi sembra una scrittrice vera. E se ti pare poco, allibisco.

Non ci pare poco, ovviamente. E come alcuni di voi si saranno accorti Giulio Mozzi ha superato a pieni voti la prova della macchina della verità, alla quale non sapeva di essere collegato. Infatti nelle sue risposte non si è registrata alcuna alterazione del battito cardiaco né altro (aumento del ritmo respiratorio, conduttività elettrica dell’epidermide, innalzamento della pressione sanguigna) che potesse indicare una bugia. A parte forse quando si è definito un ex scrittore felice di essere tale (qui la macchina ha vibrato). Lo ringraziamo dunque sentitamente. Avanti il prossimo.

Gianluca Barbera