Giovanni Lindo Ferretti, capobranco di culto del gruppo punk CCCP, poi CSI, poi PGR si presenta sul palco del Teatro Olimpico di Vicenza, alle ore 21 del 18 ottobre scorso, per la prima assoluta del suo nuovo evento Moltitudine in cadenza percuotendo, inserito nella stagione del Ciclo di Spettacoli Classici dalla sapiente direzione artistica di Emma Montanari e Marco Martinelli. Forzatura ineccepibile: nel 2000, tentai – tardivamente, visto l’aggravarsi della malattia – di portarvi Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene, grazie ad una conoscenza antica e veneziana (1989?), ai tempi del suo folgorante incarico alla Biennale di Venezia.
Carmelo e Giovanni Lindo, due inattuali, due classici contemporanei fuor d’ogni ossimoro, quelli che non ubbidiscono, che non si omologano, mantenendo la propria identità e pagandone il prezzo. Giovanni Lindo è l’ultimo dei grandi, di quelli che ammaliano pur rimanendo in silenzio, che tendono l’aria che li circonda come un arco, scoccando sguardi taglienti e luciferini prima di proferir verbo, Ferretti agevolato in questo da due orbite buie e profonde, quasi le occhiate provenissero dall’antro di due caverne inesplorabili, accendendo la loro luce da una spessa oscurità.
Moltitudine in cadenza percuotendo, questo il titolo della serata, è un racconto personalissimo che l’autore snoda avvinghiato al suo gruppo seminale CCCP, nato Mitropa dal nome di una catena di supermercati in Germania, nell’area berlinese dell’84, quando nel mitico locale Spectrum la bellezza del vivere esce a livello puro e il Punk, ultima avanguardia del Novecento, è un atto forzato di volontà. Negli anni diventeranno poi altro, CSI (dal ’92) etc…etc… ma con la medesima temperatura, con la stessa vocazione sovietica più di cuore che di politica […] ugualmente quella di Brežnev e Gorbaciov, ricordando che:
“La mia guerra è stata sociale, culturale e dello spirito, ho simpatizzato prima per i radiati del Pci e del Manifesto, poi ho aderito a Lotta Continua. Ho partecipato alla prima riunione politica di chi avrebbe fondato le Brigate Rosse nella mia città […] ma eravamo sovietici perché in Occidente, se fossimo nati a Mosca avremmo girato con la Coca Cola in mano”.
Dal viaggio del ’96 sboccerà l’amore incondizionato per l’Asia e la Mongolia che diverrà per GLF terra d’elezione:
“È stata un’esperienza molto forte, mi sono sentito come una creatura, immerso in una appena avvenuta creazione, al cospetto di un creatore che avevo dimenticato… è stato come avessi rivissuto la mia infanzia: la natura incontaminata mi ricordava i ritmi lenti e naturali di Cerreto Alpi. […] La Mongolia mi ha insegnato che il mondo esisteva prima della contro-cultura giovanile e della chitarra elettrica.
Il tramonto è nella steppa. Tsagan Nuur, Ovsgol, Foresta, laghi, fiumi. […] Taiga, pascoli alti, Tuva, Tepee, renne, acquitrini. […] Contro i lupi, nella notte, fucilate di bambini. Karakoram, impero della steppa vendetta di Abele: nomadi e pastorizia. Gher come bianchi bottoni, aquile in cielo danze di gru sulla piana cavalli fin quanti ne vuoi, cammelli di Bactriana. Mongolia, occhi sgranati dall’alba al tramonto”.
Vicende di vita catturate a volo d’aquila, come per quel fedeli alla Linea che accompagna da sempre come un mantra l’attività di tutto il gruppo e delle vite individuali di ognuno, curiosamente non tanto dichiarazione politica di adesione ad un’idea totalitaria, ma originata da una battuta di un doganiere che, venuto a conoscenza del nome CCCP, irrigidito sull’attenti, lo scandirà in segno di ammirazione, come lo stesso GLF avrà modo di raccontare.
“Sgrano le mie ore come mia nonna sgranava il suo rosario, senza mai averne abbastanza… Fedeli alla Linea! La Linea non c’è […] consumati gli anni miei, vistosi movimenti sulla terra, grandiosi, necessari, futili, patetici. Come fare, non fare. Quando, dove, perché?”
Quel rosario che GLF sgranerà per due anni, accompagnando ogni sera in preghiera sua madre malata e prossima al delirio, in una compenetrazione affettiva ed esistenziale senza riserve, mettendo a confronto la tragicità della propria origine con la fine di questa, in una vicinanza oltre la soglia del comprensibile che lo guiderà verso la fede, verso l’assunzione e la compassione profonda per il dolore, pervaso da un’umanità senz’argini, esondata. L’approdo alla Chiesa Cattolica avverrà: Perché mi piace verificare l’odio degli altri, accostandosi a Joseph Ratzinger, uno di questi bersagli divenuto poi autentica guida spirituale, aggiungendo che: Io credo per colpa dei miscredenti, anche se già nel 1986 GLF ha un rapimento mistico (o forse una reminiscenza dei salmi provati da bambino, durante la sua permanenza dalle suore) quando compone Madre di Dio/ e dei suoi figli/ madre dei padri/ e delle madri/ madre o madre o madre mia/ l’anima mia si volge a te, si narra provandola per 25 giorni da solo e profetizzando, dinanzi alle riserve della Virgin che doveva produrla: Che la canteranno con il pugno chiuso e le lacrime agli occhi.
“Ho scoperto che c’è un ritorno a casa quando c’è un ritorno al Padre. […] Ho imparato che non esiste casa senza una chiesa, è un pensiero che ho trovato anche in Yukio Mishima quando scrive: Senza un imperatore non ci si può nemmeno amare”.
Quanto alla musica, le sonorità punk dei CCCP appaiono come l’estensione musicale del linguaggio scabro e allusivo del suo cantante-guida: medesime corde, medesimo respiro, marcato da un sottofondo d’inquietudine latente pronto ad esprimersi alla prima sillaba intonata. Giovanni Lindo è una minaccia fisiognomica travestita da una bonarietà recente, quasi comunicativa – a fidarsi – ma è una disponibilità che inizia solo dalla fine dell’ultimo verbo proferito, quando invece le parole incutono timore, quando l’intonazione metallica le batte sull’incudine dell’instabilità emotiva.
La gestualità di GLF, sul palco in chiaroscuro, concede movenze minimali, pazienti, perdute come lo sguardo; la postura è incurvata, sofferente, riflessiva, con le braccia protese in avanti, spalle chiuse e sguardo dritto, reggendo il microfono, se eretta.

La prima di Giovanni Lindo a Vicenza era un’incognita, un probabile azzardo vista la sede ineguagliabile del Teatro Olimpico, eppure la misura dei toni, la pulizia spartana dell’autore, il suo approdo ad una dimensione spirituale dichiarata, conferiscono all’incedere delle parole una dimensione classica. È una poetica inesorabile, scolpita parola per parola, caricando ogni singolo sostantivo, scandendo ogni singolo aggettivo, in modo che permanga a lungo il loro suono, il loro significato sghembo, dove un linguaggio unico e personalissimo racconta storie di vita e sensazioni insolite, pur nella loro normalità:
“E quindi avvenne che, non contento di me, tornai a casa – jucta fluvium qui vocavit Siccla –, un borgo. Un’aia detta piazza, un campanile un ponte una fontana vecchia, un cimitero in abbondanza di morti nato tra i morti sui monti, vivo sui monti tra i morti un pugno d’anni in compiaciuto fervore a rammendare trame tra montagne. Le scuderie, l’arena, pascoli e cavalli. Un viaggio a ritroso nello spazio/tempo bivacchi, accampamenti. Un patto stipulato nella notte dei millenni”.
Cerreto Alpi è l’origine, il ritiro, il centro abitato più antico dell’Appennino reggiano, il luogo di elezione da dove partire e dove tornare magneticamente, inesorabilmente, in una sorta di moto circolare che si risolve in un’ebbrezza d’annullamento, sintesi suprema di tutti quei luoghi visitati in giro per il mondo: La nonna quando portavamo i soldi ci abbracciava commossa. Una vita semplice, essenziale, accudendo i cavalli, fin da:
“Nubia la cavallina che avevo comprato con i pochi soldi divisi alla fine dei CCCP che terminava la sua terza gravidanza […] Sparta, Tancredi e Terzo: Tu eri il terzo da qui il tuo nome […] ti ho scattato una polaroid, mai fatto né prima né poi a nessun altro […] eri appena nato ma volevo la tua immagine nel portafoglio […] un gesto scaramantico […] verso l’ultimo paradiso terrestre di cavalli e cavalieri […] Ventotto è una buona età per un cavallo proprio come settantuno per un uomo e ora, tutti due vecchi, possiamo specchiarci negli occhi in reciprocità”.
E il teschio di Tancredi è in scena, celebrato, accarezzato, baciato e sollevato in segno di riverenza collettiva.
“È stata una grande fortuna – non so mai che parola usare: dono, destino? – c’è di mezzo anche la volontà, la scelta, l’occasione – l’essere tornato a vivere sui monti dove sono nato, in una quotidianità costruita sulla presenza animale e non di animali qualsiasi ma di quei cavalli che hanno segnato qualche millennio di condizione umana”.
Moltitudine in cadenza percuotendo è un’esibizione performativa densa di significati: c’è il personale e il collettivo, il privato e il pubblico, la parola e il suono – accompagnata mirabilmente da Simone Beneventi alle percussioni e al vibrafono e al suono da Mauro De Pietri – l’uomo e l’animale, la presenza e la storia, in un susseguirsi magnetico di sensazioni sonore taglienti, che evocano tensione, a volte spaesamento, ma che riconducono sempre ad un centro che catalizza l’attenzione con GLF protagonista, assorbito da una sorta di rendiconto esistenziale che riguarda sé ma anche l’umano vivere in un’incerta ora che abbiamo l’occasione di attraversare. Nella sequenza del racconto a tratti magico s’intrecciano indissolubilmente spezzoni musicali che hanno fatto la storia della musica alternativa italiana e internazionale – i CCCP si son sempre sentiti reggiano/berlinesi, per le loro origini personali e musicali – combinati in soli tre giorni di prove, solo due settimane fa: il risultato sonoro è impeccabile, la dizione scandita del testo perfetta, quasi fosse un risultato scontato, inesorabile, ferrettiano, quasi che il contenuto fosse naturalmente a disposizione di tutti, come acqua che sgorghi spontanea dalla roccia.
“Con doloroso parto, ostetrica e nutrice la Chiesa Cattolica, nacque Europa, Miracolosa d’arti, cultura, ingegni, pluralità di lingue, di riti. Ordinamenti e tradizioni. Piccole e grandi Patrie. Un ciclo irrimediabilmente finito. Il bardo intoni il canto. Te Deum laudamus te Dominun confitemur… Sanctus, Dominus Deus…”.
E il ciclo sonoro della serata si chiude intonando un Te Deum ampio e maestoso, dove Giovanni Lindo Ferretti di alza in piedi stringendo a due mani il microfono, quasi genuflettendosi ritmicamente nel canto rituale a piena voce, ma infondendo grazia, profondità, respiro ad una platea immobilizzata in uno stato quasi ipnotico.
Dopo l’ovazione prolungata del pubblico, il bis Intimisto – che GLF dichiara complicato dopo il flusso potente del Te Deum – è cupo, lugubre, generoso, sconnesso, definitivo.
Essere non essere
comparire scomparire
anime animali
(Pare che ad oggi non siano previste repliche. Sarebbe meraviglioso.)
Roberto Floreani