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Tornare alla terra. Gino Girolomoni, l’amico di Quinzio e Ceronetti che scriveva poesie sugli alberi

Sergio Quinzio ne parlava nelle sue lettere al fratello, agli amici, a Ceronetti quando si ritirò a Isola di Piano, entroterra nel comune di Pesaro-Urbino, dopo la scomparsa dell’amata moglie. Era il 1970. Scampoli e commenti che poi si sono trasformati in saggi sublimi. Diario profetico, Dalla gola del Leone.

A Isola di Piano si era ritirato in attesa della tensione escatologica finale, tanto promessa da Dio, che avrebbe riportato in vita la moglie Stefania. Intanto aveva realizzato un’opera monstre incredibile, un Commento alla Bibbia; tra i più originali volumi usciti nel ventesimo secolo. Ma la promessa purtroppo non si è mai concretizzata (la stiamo ancora aspettando).

Qualcosa però è successo. Quinzio, oltre ad aver scritto testi importantissimi durante il suo monacale isolamento, strinse amicizia con un contadino geniale e folle, Gino Girolomoni, nato nel ’46 proprio a Isola di Piano, sindaco del luogo per due legislature, dove nel 1977, insieme alla moglie Tullia, fondò la cooperativa Alce Nero (oggi celebre in tutta Europa) con l’intento di tornare alla terra nella terra, remando controcorrente, fu uno dei primi a sviluppare il concetto di agricoltura biologica in Italia.

Il termine allora era pressoché sconosciuto (è stato riconosciuto dalla legge che regolamenta il settore solo nel 1993, sedici anni dopo la fondazione della cooperativa). Se oggi il bio è diventata una moda, qui parliamo di pionierismo vero.

Infaticabile agitatore di quelle lande, decise di ristrutturare l’antico Monastero di Montebello per farlo diventare dapprima la sua casa (abitando con moglie e figli in una ala del monastero) e successivamente centro nevralgico e culturale, luogo di incontro tra gli intellettuali dell’epoca (Quinzio appunto, ma anche Guido Ceronetti, Massimo Cacciari, Paolo Volponi) creando festival e dibattiti per discorrere di tradizione contadina, agricoltura, biologia, teologia e filosofia.

Aveva conosciuto la povertà, la solitudine e la fatica della campagna. Da bambino perse la madre giovanissimo e rimane tutore del padre, già cagionevole di salute.

Un poeta contadino già dalla primissima infanzia, sognatore in Svizzera mentre emigra raggiungendo lo zio, per occupare così un posto pubblico dopo aver superato un concorso. Ma nulla di tutto ciò fa per lui. Si mette a scrivere poesie sugli alberi con il desiderio di tornare nel suo paese per fare il contadino sul serio.

Un Sindaco che munge le vacche, porta il latte negli ospedali della provincia, una persona completamente controcorrente rispetto al pensiero comune dell’epoca. Profondo conoscitore della Bibbia, condivise la passione del Sacro con Quinzio (ed è forse vero che, in cuor suo, si era promesso di attendere la tensione escatologica insieme al caro amico) si decise per una raccolta delle antiche attrezzature da lavoro della tradizione contadina oggi conservate nel Monastero. Non si potrebbe capire la sua missione e l’esperienza del biologico senza carpirne le sue profonde radici, legate al luogo e alle tradizioni.

Dal 2012 riposa nel cimitero di Isola di Piano.

Sono anni tremendi questi, votati alla scienza. Dobbiamo prendere esempio da Girolomoni e fermarci un momento per guardare indietro. Alla fatica, alle tradizioni, alla terra. Solo così ritroveremo il sacro andato perduto.

Fabrizio Testa

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