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“Con le mie ceneri fateci una torta”. Carmelo Bene visto dalla compagna (e costumista) Luisa Viglietti

Cominciò che era finita è la biografia degli ultimi anni di vita di Carmelo Bene scritta dalla compagna e costumista Luisa Viglietti, che ricorda a noi mortali quanto sia importante oggi, più di ieri,  smettere di realizzare opere nella speranza che diventino capolavori ma trasformare noi stessi, in un capolavoro.

Impossibile ed incontenibile Carmelo Bene, anche se ormai tutti ne parlano. Oggi Carmelo Bene è patrimonio nazionale del teatro, di un certo tipo di pensiero filosofico, del cinema che non è cinema, di tante cose insieme. È ed è stato soprattutto un personaggio vero, fino all’orlo, esagerato ed esagitato. In poche parole, un uomo libero.

Cominciò che era finita (edizioni dell’asino 2020) è una breve ma dettagliatissima cronaca quotidiana degli anni anni di vita del maestro, raccontati dall’ultima compagna (e non moglie) Luisa  Viglietti, costumista per i suoi spettacoli, musa non dichiarata, segretaria e tuttofare (com’era stata del resto anche la Mancinelli) nonché quasi lanterna magica per un uomo che profetizzava già la sua fine, mentre lavorara senza sosta, tra un colpo al cuore ed un altro, fumando sigarette che sapevano di niente, cucinando ad agosto ragù e chili di pasta nella sua casa di Roma, accessoriata fino all sfinimento, buia, coperta di drappi e tappeti, inveendo ed innamorandosi di attrici ed attricette che passavano da lui per provini ed omaggi o ancora mentre si apprestava a partecipare alla mitica puntata del Maurizio Costanzo del ‘94 (bissata poi l’anno seguente) che diventò di culto e aprì all’artista le arcaiche porte della tv di genere che in un qualche modo amava/disprezzava a tal punto da considerarla percorso obbligato per quella sua ultima tratta. Ma in un certo modo la tv l’aveva frequentata anche prima.

E allora eccolo il Carmelo Bene quotidiano, tra borderò e carte bollate, infinite sovvenzioni non ricevute, continui pellegrinaggi nella sua casa di Otranto (e il passaggio in cui, verso la fine ormai, riesce addirittura a ridere e scherzare in spiaggia con i piedi sulla sabbia fanno davvero commuovere) il divorzio infinito dall’avida Baracchi fino agli studi quotodiani, il lavoro sui testi, le ore notturne stravolte dalla tv fino all’alba, la maniaca passione per qualsiasi tipo di sport, la sveglia puntata a mezzogiorno. Bene aveva da tempo (forse fin da subito e comunque da quando era diventato un “classico” Bompiani) smesso con i capolavori per essere, lui stesso, un capolavoro. Evocando l’obliò di sé da uno Stato in cui non si riconosceva ma dal quale era sempre inseguito, continuando a scrivere e a recitare fino alla fine in Italia, in Russia, in Euorpa (la prima volta a Berlino in taxi l’unico commento lapidario; “…sembra Trani!”)

Duecentoventi pagine che ti bevi in mezz’ora. Sono pregne, grasse, gonfie e sgonfiate da tutta l’arte borghese di stato, dai testi critici, da inutili svolazzi intellettualistici. C’è lui e il quotidiano, con tanto di visite e ricoveri ospedalieri. C’è la morte che lo sorprende nel letto, ormai affaticato e stanco, mentre suggerisce alla compagna “con le mie ceneri fateci una torta!”

A parte tutta l’opera che andrebbe vista, letta e rivissuta (e lo dico sopratutto ai giovanissimi, non limitatevi al Carmelo Bene ironico e televisivo del Costanzo show su youtube. Bisogna masticare, guardare e riguardare, vomitare le sue cose più belle; Lorenzaccio, Riccardo III, Manfred alla Scala con l’orchestra, Nostra signora dei Turchi, ecc…) è il suo messaggio scolpito e coperto dai drappi, dagli arazzi e dai tappeti delle sue buie case romane e pugliesi, dove, avvolto come in un sudario, insegnava ed insegna ancora oggi a smetterla con i capolavori per diventare noi stessi un capolavoro.

Fabrizio Testa

 

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