01 Maggio 2022

La ferocia degli insegnamenti africani nelle "Fiabe del Kordofan"; la riconoscenza non è un atto dovuto

Leo Frobenius è stato l’antropologo che ha trascritto e portato fino a noi le fiabe e i racconti dell’Africa. In Fiabe del Kordofan, pubblicate da Adelphi e tradotte da Umberto Colla, potrete trovare la parte più interessante delle storie raccolte da Frobenius nel 1912, in una delle sue spedizioni. Tutte le fiabe in questo libro sono state riportate dall’antropologo nel modo più fedele possibile, mantenendo la tensione narrativa tipica del racconto orale. Molte di queste storie disorientano, colpiscono nel profondo eppure non sappiamo bene perché, si rimane a bocca aperta. C’è un mondo di archetipi nascosti che ci riguarda tutti; questo voleva dimostrare Leo Frobenius. Il selvaggio dell’africa è lo stesso uomo primitivo che ci abita dentro e che non vogliamo confessare. All’antropologo siamo immensamente debitori, egli ha contribuito a disinnescare il pregiudizio sulla cultura africana, portando nel mondo dei bianchi una ricchezza incredibile di storie e tradizioni.

C’è una fiaba che mi ha particolarmente colpito, intitolata “La riconoscenza di Mussa”, dove viene trattato il tema dell’aiuto e del soccorso. Mussa era un potente e ricco uomo, così ricco e forte che la sua fama arrivava ben oltre i confini della regione in cui abitava. Mussa era feroce e senza paura tanto che era solito uccidere a mani nude le fiere del deserto, come i leoni, e ridurli in prigionia riportandoli a casa e raccogliendoli tutti insieme nella sua “seriba”, una sorta di recinto per gli animali. Un giorno succede che la popolazione del villaggio, dove Mussa viveva, ormai spaventata da tutta quella quantità di animali feroci in un recinto, chiede a Mussa di trasferire i suoi avere e le sue bestie in un posto più lontano e isolato, in modo da non turbare l’animo degli abitanti.

Mussa quindi prende la moglie, i figli e si trasferisce nel deserto con tutti gli animali della seriba. Non passò molto dal trasferimento che, mentre Mussa era fuori a caccia, dei predoni arrivarono alla sua casa e presero il bestiame, uccidendo tutti, moglie e figli. Quando il padrone tornò a casa vide il terribile disastro; ormai povero e senza più niente decide di avviarsi nel deserto cercando qualche villaggio. Mussa vive numerose avventure, una volta cade in una trappola per elefanti, poi viene ridotto in prigionia e viene obbligato a scappare dal suo compagno di cella; a un certo punto Mussa si trova esausto ma libero, nel deserto e vaga, senza chiedere niente al destino, accettando la sua condizione.

A un certo punto arriva a un villaggio dove abita un arabo ricco e molto rispettato, amato dai suoi abitanti. L’arabo ricco prende Mussa come schiavo e gli fa governare la sua seriba. Vedendo che Mussa era sempre devoto, irreprensibile e molto bravo nell’amministrare il suo bestiame, decide di premiarlo e dargli in sposa la sorella. In tutto questo tempo il figlio dell’Arabo era sempre stato nei suoi possedimenti; accade durante una notte che il figlio torna a casa del padre e Mussa, sempre attento e diligente, pensa che sia un ladro e lo uccide. La mattina dopo l’arabo chiama a raccolta gli abitanti del villaggio e, per evitare degli scontri, si fa pagare cento vacche per l’uccisione del figlio, convinto che sia stato qualcuno di loro. Queste cento vacche saranno poi date a Mussa; egli verrà lasciato libero di costruire una sua casa con una sua seriba, insieme alla moglie, in un terreno diverso.

Mussa si trasferisce, le vacche sono gravide e la moglie pure, diventa di nuovo ricco e temuto. Alcuni anni dopo, quando il bambino di Mussa era ormai diventato grande e forte e dell’età del figlio ucciso dell’Arabo, Mussa decide di mandarlo dallo zio con una lettera in cui confessa l’uccisione involontaria del figlio e offre suo figlio come scambio; una morte per una morte. L’arabo però era un uomo clemente, anzi che uccidere il nipote, lo riempie di doni e lo rispedisce da Mussa. Qualche tempo dopo l’arabo va a far visita a Mussa e alla sorella nel loro podere; e qui accade una cosa incredibile, la riconoscenza di Mussa. Di notte, mentre tutti dormivano, dei predoni attaccano l’arabo e Mussa gli salva la vita; ma Mussa sale a cavallo e insegue l’arabo che tornava a casa, tenta di ucciderlo. “Aspettami! Tu mi hai sempre fatto del bene, e così tanto che io non posso più lasciarti vivere. Devo ucciderti!” dice Mussa all’arabo, “Perché vuoi uccidermi, se non ti ho mai fatto nulla di male?”, “No, tu non mi hai mai fatto nulla di male: tu mi hai sempre fatto soltanto del bene, ma a me ne hai fatto così tanto che io non potrei ricompensarti neppure se lavorassi come tuo schiavo per tutta la vita. Per questo non sopporto più di vederti. Per questo devo ucciderti”. La storia non finisce qui, ma non è importante raccontarvi il finale che potrete leggero con molto gusto da soli.

La riconoscenza di Mussa è l’uomo che viene soccorso senza aver chiesto niente, Mussa non è mai stato davvero aiutato perché non ha mai chiesto aiuto. La beneficenza in eccesso diventa quindi un atto violento, non contiene dolcezza e il ringraziamento non è assolutamente d’obbligo. Il fatto che Mussa fosse uno schiavo attento e diligente non costituisce di per sé un motivo per elevarlo di condizione e fargli sposare la sorella dell’arabo. Mussa accetta la sua condizione, non è un uomo che scappa dal proprio destino felice come dalla povertà, semplicemente accetta quello che la sorte gli porta in dono, senza lamentarsi e senza produrre alcuna richiesta di aiuto. Quello che fa l’arabo quindi non è aiutare Mussa, ma soccorrerlo. La differenza è fondamentale, il soccorso infatti si presta a persona in gravi condizioni che non sono in grado di chiederlo, è un’azione completamente unidirezionale, non richiesta e imposta. Aiutare qualcuno invece significa formare in due un complesso di energie volte alla risoluzione di un problema. Mussa viene solo soccorso e la sua rabbia, la sua apparente falsa riconoscenza, è invece evidenza di una indipendenza di azione che gli è stata tolta a priori, senza possibilità di replica. Mussa viene deresponsabilizzato dall’arabo, viene messo in un angolo e trascinato dalla volontà di una altra persona che crede di fargli del bene.

L’arabo non compie nessun bene, l’unico bene che compie è verso se stesso, verso la soddisfazione del proprio ego. Tutti in questo modo lo vedranno magnanimo e clemente, mentre in realtà, seppur con buone intenzioni, quello che ne risulta è un atto di bene non richiesto, non voluto e quindi neppure riconosciuto.

Questa fiaba ci insegna la profonda differenza che esiste tra aiutare e soccorre, con ferocia ci dimostra come il troppo bene non richiesto vada comunque ucciso e sepolto. Il troppo bene non è che un eccesso, rende l’altro incapace di vivere in autonomia, rende sterile ogni slancio e persino la fatica dell’accettare la propria condizione e le difficoltà. Le fiabe del Kordofan ci portano una lezione importante: lasciare all’altro la possibilità di chiedere aiuto. Smettiamola con tutta questa beneficienza, doniamoci quando ci verrà richiesto, l’essere bravi benefattori fa belli solo noi e svaluta gli altri.

Clery Celeste

Gruppo MAGOG