TIC-TAC, TIC-TAC, TIC-TAC. Sono certa che molte delle fanciulle che stanno leggendo questo articolo avranno sentito il ticchettio del loro orologio riproduttivo almeno una volta nella vita. Non temete, manterrò il segreto, anche quando avete giurato su tutti gli Dèi possibili e su tutte le relazioni andate a male – come il latte di riso dimenticato nella credenza – che non volevate figli. Lo sappiamo che nel profondo, incastrato in qualche tubulo o piccolo mitocondrio di una cellula c’era il desiderio o anche solo il pensiero di avere dei figli. Anche le più convinte, come me, devono ammetterlo. Nessun corvo dagli occhi profondi come l’abisso primordiale ci sta fissando, nessuno svelerà il nostro piccolo segreto. Ai virgulti non faccio nessun particolare appello, lo sappiamo che nella maggior parte dei casi la paternità vi spaventa ma che poi in fondo vi piace; oppure ve ne scappate con un biglietto di sola andata in Messico, o rimanete a casina vostra relegando alla paternità il solo cognome, oppure è tutto rose e fiori finché non ci si accorge che ora la fanciulla è proiettata verso il pargolo, e non si ricevono più le stesse attenzioni di prima. Ora qualcuno scaglia molto meglio di voi oggetti per terra, persino più del gatto.
Perdonatemi cari lettori questo inizio un po’ agguerrito ma oggi vi riporto un testo che ha un titolo per niente rassicurante, molto poco incline a mezze misure; stiamo parlando di Meglio non esser mai nati, il dolore di venire al mondo dell’antinatalista David Benatar.
“Abbiamo bisogno di una giustificazione più forte per porre fine a una vita che per non darle inizio.”
Partiamo però da una precisazione necessaria: chi sono gli antinatalisti? Gli antinatalisti sono filosofi, pensatori o anche persone normalissime che seguono però una linea di pensiero, più o meno marcata, secondo cui è assolutamente un bene evitare di procreare – sono quindi contro la nascita. Questo però non significa che possano essere definiti pro-mortalisti, quindi a favore della morte. Le due cose sembrano venire in sequenza ma non è così. David Benatar è un antinatalista e tra l’altro, uno dei più “leggeri” nel suo campo. Ci sono pensatori molto più crudeli di lui. Questo comunque non è un libro per tutti, me ne rendo conto. Specialmente credo che sia un testo molto difficile da leggere per chi è genitore, per chi ha messo al mondo volontariamente o meno, coscientemente o no, un essere umano.
Benatar in questo libro ci dice che venire al mondo è sempre un male, un male senza eccezioni. Vite straordinarie, vite spettacolari di artisti e geni, vite agiate di ricchi e bellissimi non fanno alcuna differenza.
“Il fatto che uno si goda la vita non rende la sua esistenza migliore della non esistenza”.
Il male è male, il male è solo e sempre male e Benatar ce lo spiega bene. Toglie tutti i fronzoli possibili alle teorie giustificative del dolore, che io spesso chiamo teorie consolatorie da casalinghe imbottite di new age, come tacchini ripieni da infilare nel forno nel giorno del ringraziamento. Abbiamo sbagliato il tiro di gran lunga sulla lezione greca del pathei mathos, ovvero dell’imparare attraverso la sofferenza. Per semplicismo si è traslata questa sacra legge come sinonimo del “giustifichiamo tutte le porcate e le cattiverie che subiamo” come metodo di bastonata selvaggia del Karma perché la nostra anima doveva imparare una lezione. Francamente non sono d’accordo. La legge greca in realtà definisce come si possa imparare dalla sofferenza ma nella modalità personale di reazione al dolore: non giustifica il male e non consola. Semmai, responsabilizza, pone l’uomo su un piano causativo, ovvero nella sua piena capacità di essere causa e non solo effetto.
Per Benatar venire al mondo è sempre un male ed è preferibile non nascere. La vita contiene anche nel migliore dei casi una quantità di dolore tale che comunque è meglio la non nascita alla nascita con qualche dolore e qualche gioia. Quando sentiamo un’affermazione simile proviamo un immediato senso di ribrezzo, di sdegno e ci rifiutiamo di pensarci “non nati”. L’assenza della nostra presenza in questo mondo è inconcepibile; noi siamo nati, esistiamo e il pensarci non esistenti è quasi impossibile. Preferiremmo comunque nascere, che non nascere. Dicendo una cosa simile passeremmo immediatamente per pessimisti, e di traslato anche per tristi e depressi. Perché in questa società politicamente corretta dove smaniano slogan da “andrà tutto bene” (e si è visto come è andato tutto bene, vero?) bisogna essere sempre ottimisti, pensare “positivo”, essere pro a tutti, al cambio di genere, alla fecondazione in vitro. Ma il pensiero di Benatar non è pessimista e lui non è un depresso, è solo estremamente crudo e razionale. L’ottimismo è una potenzialità della volontà, è la direzione applicata a una forza di miglioramento, non è sinonimo di felicità.
“Gli ottimisti fanno valorosi tentativi per dipingere un quadro roseo, per mettere una patina giustificativa sulle sofferenze umane, o almeno per mostrare una faccia coraggiosa”.
Se invece prendiamo in esame il campo dei nati con malformazioni gravissime, o quello dei bambini affetti da patologie oncologiche, allora vediamo che la nostra certezza che venire al mondo sia comunque un bene, che una vita valga la pena di principiare e continuare a tutti i costi, comincia a vacillare. Qui si pone tutto il discorso sulle varie disabilità, di dove sia il confine tra un feto normale e uno non normale, dove stia il limite di tollerabilità. Benatar in questo testo espone le sue tesi, esprime e confuta le antitesi, le obiezioni alle sue teorie. Vi lascio il divertimento un po’ crudele della lettura. Quando avrete un’obiezione da fargli, quando il vostro pensiero si opporrà con qualche giustificazione ecco che Benatar ha già pensato e risposto. Per questo vi dicevo che non è un testo facile specialmente per chi ha figli o desidera averne. Nascere è sempre un male, perché la vita anche se si continua, in questo caso Benatar come vi dicevo non è pro morte, è comunque un male e contiene una quantità di dolore non giustificabile in alcun modo, nemmeno dai vani tentativi consolatori.
Io lavoro in ospedale, e in particolare in un reparto oncologico quindi quando parlo di dolore so bene di cosa si tratta, sia per esperienza personale diretta che per ciò che vedo transitare tutti i giorni, negli occhi delle persone che incontro durante il mio turno. Quando entrate in un reparto oncologico pediatrico provate a dire che esiste una ragione per quel male, provate a trovare una giustificazione a quel dolore. Voglio proprio vedervi.

Il testo di Benatar è duro ma necessario, una disamina perfetta del dolore di venire al mondo, di questo atto di incoscienza e dannazione che è varcare le porte del canale vaginale della madre: dimenticare tutto. Ogni connessione col creato, con il mondo spirituale, nel momento esatto del primo respiro viene meno. Si perde tutto, si dimentica. Ci si spezza.
Questo lo dicono numerose tradizioni antiche sacre; durante la nascita eccelle l’oblio, si rientra nel ciclo di una ruota che brama e che con i suoi denti devasta e divora. Siamo gettati su un piano duale e separativo, dove la materia ti incolla a terra, dove il volo è solo un ricordo, uno strazio incosciente. Nel migliore dei casi si passerà l’intera esistenza a ricercare quel tentativo, a trascinarsi fino a una vaga sensazione di spirito, di un ritorno a casa, una casa che ci è stata strappata venendo al mondo. Quindi concordo con Benatar quando dice che nascere è sempre un male, che sarebbe preferibile una non esistenza. Mi collego qui alla antica tradizione dei Catari, che erano assolutamente antinatalisti e per questo selvaggiamente combattuti dalla chiesa santissima cattolica. I Catari ritenevano infatti che fosse fondamentale non procreare in modo da estinguerci il prima possibile su questo piano duale ed evitare inoltre di fornire una nutrita schiera di schiavi all’arconte, il dio-demiurgo, che si sarebbe nutrito di pargoletti innocenti. La chiesa cattolica invece sosteneva e sostiene che l’atto sessuale debba essere congiunto a un atto procreativo, funzionale il piacere alla procreazione, così una pletora di servi crescerà e sarà pronta a piegarsi allo schiocco della frusta del senso di colpa. Il senso di colpa, una geniale invenzione della chiesa per tenere incatenate più persone possibili ai doveri, alla finta morale, alla giustificazione del dolore.
Non parliamo poi della volontà di fare figli per senso narcisistico, come descrive Benatar, quindi del desiderio di generare una prole che assomigli ai genitori; oppure del fare figli per puro desiderio di compagnia e accudimento durante la vecchiaia. Le motivazioni possono essere tante, persino quella di fare un figlio sperando in un corredo genetico che aiuti nel trapianto di midollo per il primogenito affetto da una qualche leucemia. Benatar comunque non è uno dei peggiori antinatalisti, egli sostiene che venire al mondo sia sempre un male ma ormai visto che siamo nati vale la pena vivere, portare avanti una vita degna di essere continuata. Quindi non pone nessun rimedio alla già esistenza, semplicemente si auspica che non si procrei più. Esattamente come i catari templari, ma senza la spiegazione sacra del ciclo di morte e rinascita.
Questo dovrebbe essere un testo da regalare a tutti, genitori e non. Non penso che sia un testo capace di far cambiare idea a chi vuole assolutamente dei figli, a chi si strazia di cure ormonali pur di ottenere una propria prole, ma penso che quanto meno faccia riflettere un poco. Se non altro perché non esiste la sola spinta antiprocreativa dettata da egoismo e indifferenza, come spesso si addita chi sceglie di non volere figli, di mantenere il proprio utero intatto. Quante volte mi sono sentita dire “eh ma tu che vuoi capire, non hai figli!”, oppure “sei giovane, è normale che non pensi ai figli ma ci penserai, vedrai come li vorrai”; capisco Benatar che in questo libro vi guida in ogni possibile obiezione alle sue teorie, perché è quello che vorrei fare io quando mi sento dire queste frasi di una banalità sconcertante.
Sposo la tesi catara, venire al mondo è sempre un male, stavo meglio nella connessione completa con gli universi, con le entità, dove ero in ogni luogo, dove il sogno era un pensiero. Aspiro a tornare lì, sempre che qualcuno tra un centinaio d’anni non mi tiri giù di nuovo dal mondo spirituale, non mi getti in questa dimensione materiale dove ogni molecola tira l’altra, dove la struttura stringe e limita. Voglio essere altrove, e già un po’ lo sono.
“Ognuno di noi ha subito un oltraggio nel momento in cui è stato messo al mondo”.
Però se venire al mondo è sempre un male e visto che ormai siamo qui, viviamo. Viviamo tutte le vite possibili, fino alla radice estrema della terra, fino al suo chiodo piantato nel centro esatto, fino al magma. Bruciamoci fino all’essenza.
Clery Celeste
*In copertina: Albrecht Dürer, Apocalisse (Visione di Cristo tra i sette candelabri), 1497 ca.