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Alfie Evans è morto. In un tripudio di ‘mi piace’ via Facebook. Ora giornali e social si cibano del suo corpo. Forse vivere è stare al fianco di chi è disperato e incurabile

Bougerau

Ci sono tante cose che turbano in questa storia. La prima è il pudore. Cioè, la spudoratezza. La vita e la morte sono misteri da tutelare nel pudore. Invece qui, con accanimento giornalistico – quasi peggio di quello terapeutico – con violento voyeurismo, in troppi hanno squartato il corpo di Alfie Evans. Il bambino inglese, sulla cui vicenda non si può avere un giudizio – non siamo i padroni della vita e della morte, noi – è morto. Il papà, Thomas, ha dato l’avviso, come è consuetudine, via Facebook – “Il mio gladiatore ha posato il suo scudo e ha spiccato il volo alle 2.30 – assolutamente sconvolto”. In meno di un’ora i ‘mi piace’ sono oltre 35mila e le ‘condivisioni’ oltre 16mila. Ci sono anche svariati commenti, di blanda banalità. Già questo è orrore. Come se uno sconosciuto, dieci sconosciuti, a migliaia, irrompessero in casa tua a farti le condoglianze. Ma chi sei, ma cosa vuoi, ma chi ti conosce? La morte, per darsi, ha bisogno di spazio, di silenzio. La sua mano si posi su chi ne è degno e su chi conosce la sua genealogia. Il resto, è noto. Il corpo malato – malatissimo – di un bambino ostaggio dei reazionari con kilt vaticano come dei neopositivisti che sanno tutto. Quanto a me, io so solo una cosa. Che di fronte alla morte e alla vita ci vuole la compassione – che non significa indulgenza né perdono. E che i genitori di un bambino morto, divorato dalle iene dell’informazione, vanno custoditi da una carezza. Ma fin qui è poesia. A me – se devo essere privo di indulgenza – non piace neanche l’immagine, sulla pagina Facebook di papà Thomas: la foto del figlio con il ciuccio, poi la foto del bimbo con il respiratore. La vita va adornata di pudore. Ma questa è ancora poesia. Non è poesia, invece, il tema centrale di questa storia. Il Tribunale che decreta sulla vita e sulla morte; i medici che decidono cosa è degno di cura e cosa è spazzatura. Ora. Io, sul tema, ne so nulla, sono l’ultimo dei cretini, il primo dei curiosi. Per questo, vi lascio, sui cavilli della vicenda di Alfie, a confrontarvi con quanto ha scritto Elisabetta Ambrosi su il Fatto Quotidiano. Io sono libero di pensarla al contrario, ma l’articolo è piuttosto informato, perciò, chapeau. Torno, invece, alla storia di mia nonna, novantenne, demenza senile grave, incapacità di muoversi e di nutrirsi da sola. Il vecchio è lo specchio del bambino: entrambi sono i deboli, i frantumati. Due esempi. Uno risale a tempo fa. Richiesta agli assistenti sociali di un letto ospedaliero a casa, con materasso che eviti le piaghe. Il medico curante mi dice che è necessario, ed è necessario averlo subito. Mi attivo subito, allora. Gli addetti mi dicono che c’è da aspettare un po’. Un po’ troppo. Ma come, dico, il medico mi ha detto che non posso aspettare. Sua nonna ha quasi 90 anni, giusto? Sì. Beh, vorrà dire che aspetterà ancora. Come a dire: ci sono casi più gravi, peggiori, etc. Probabilmente è vero. Ma nessun altro caso è questo caso. Secondo esempio. Recentissimo. Nonna ricoverata in ospedale, nutrita dal naso. Il medico la vuole rimandare a casa. Benissimo, faccio io, ma come faccio a gestire una signora con il nasogastrico? La fa facile. Benissimo, faccio io, solo che mi rimandate a casa una signora che è messa decisamente peggio rispetto a quando è entrata in ospedale. Cosa vuole che le dica?, mi fa il primario, la zia – la nonna, lo correggo – sì, la nonna, fa lui, qui non migliora né peggiora, tanto vale che la portate a casa. Ah, ho capito, gli dico, dovete liberare un letto… la nonna è un peso economico, tanto non migliora né peggiora, meglio che muoia a casa sua. Al che faccio la consueta sceneggiata. Mi rompe le scatole farla. Ma so che il primario, se non dimostro il mio ‘prestigio sociale’, continuerà a trattarmi come un pezzente, un coglione, un quarto di carne idiota. Dico la parola magica. Faccio il ‘giornalista’. La lancio lì, ormai sono abituato, il mondo è teatro, ‘no, perché, non mi pare le cose stiano così, faccio il giornalista e…’. La lancio lì, la parola magica, ‘giornalista’, quasi per sbaglio. Il primario si irrigidisce. Sistema la cravatta. Il primario – ora decisamente grottesco – chiama un infermiere, guarda le carte, fa il simpatico. Sa che faccio, mi fa, dimetto quella che sta al fianco della nonna, una gran rompicoglioni. Ha detto proprio così. Rompicoglioni. Come se tra me ‘giornalista’ e il primario, ora, ci sia una specie di complicità, entrambi siamo ‘esperti di mondo’ giusto? Io con la rompicoglioni parlo tutti i giorni. Una signora di quasi 80 anni, vivacissima, tedesca trapiantata in Italia, figlio che lavora a Bologna – e che non può venirla a trovare – che battezza tutto con adorabile cinismo. Non le piace il cibo, il luogo, la pettinatura degli infermieri. Parlo con lei perché mia nonna non sa più parlare. Mi sta simpatica perché è una rompicoglioni. Ovviamente, dico al primario che è un coglione. Chiamo il responsabile dell’istituto ospedaliero. Il primario se la cava con un richiamino. Ma il punto non è questo. Il punto è questo: forse vivere significa stare al fianco di chi non ha più speranza; forse vivere significa curare chi è incurabile; forse vivere significa amare chi è incurante del nostro amore; forse vivere è vivere al fianco dell’insano e di chi è in ‘condizioni disperate’. D’altronde, siamo tutti disperati. (d.b.)

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