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“Ho trovato amore per la madre e gelosia per il padre anche nel mio caso, e ora credo che questo sia un fenomeno generale della prima infanzia”. Freud a 40 anni

L’argomento era dei più scottanti. Le lettere di Freud a uno scienziato e amico dell’epoca, William Fliess. I due sono quasi coetanei, Freud è del 1856 e Fliess di due anni più giovane ma la differenza è sostanziale: Fliess apre presto una clinica a Berlino, sposa una signora bella e ricca mentre Freud continua a elaborare, arriva a un passo dalla soluzione puramente tecnica (l’uso anestetico della cocaina, la teoria del neurone) e poi misteriosamente la lascia cadere.

Freud ha come la sensazione che il trattamento della malattia mentale tramite ipnotismo e shock, come si usava ai tempi, sia un metodo in cui il paziente è puramente passivo. Lo trova rivoltante sul piano morale, come il mantenimento dell’ordine sociale per mezzo delle Corti di giustizia. Allo stesso modo la cocaina: potrebbe funzionare sulla spinta della moda, potrebbe anche essere necessaria per qualcuno, ma solo un sadico potrebbe approvare.

Per questo Freud scava. Tiene aggiornato quotidianamente Fliess e si capisce perché quando nel 1984 incominciarono a saltar fuori queste lettere ci fu una bella levata di scudi. Fatto sta che vennero pubblicate anche in Italia dalla Boringhieri e poi recuperate nel 2008 dalla Bollati.

Ma scorriamo le lettere a Fliess nel periodo dell’autoanalisi.

31 maggio 1897

Impulsi ostili contro i genitori, un desiderio che debbano morire che fa parte integrale della nevrosi. Come se nei figli il desiderio di morte sia diretto contro loro padre e nelle figlie contro la madre.

3 ottobre 1897

Più tardi, tra i due anni e i due anni e mezzo, libido verso la madre; l’occasione deve essere stata il viaggio con lei da Lipsia a Vienna durante il quale trascorremmo una notte insieme e devo aver avuto la possibilità di vederla nuda.

15 ottobre 1897

Mi è venuta una sola idea di valore generale. Ho trovato amore per la madre e gelosia peril padre anche nel mio caso, e ora ritengo che questo sia un fenomeno generale della prima infanzia (…) Se è così si comprende l’interesse avvincente che suscita l’Edipo re, nonostante tutte le obiezioni razionali al fato inesorabile che quella storia presuppone (…) Ogni membro dell’uditorio è stato una volta un tale Edipo in erba e, da questa realizzazione di un sogno trasferita nella realtà, ognuno indietreggia con orrore, con la piena rimozione che separa lo stato infantile da quello presente.

Si è citato per via telegrafica per dare l’idea, la dimensione del progetto dentro la prosa. Si tratta di un tentativo scientifico e gli scienziati sono meno adatti degli artisti a tenere registrazioni personali dei loro progressi. Tutte le lettere a Fliess, mancando quelle a Freud, sono quindi tanto più affascinanti in quanto sono la bozza di uno scienziato che illustri il suo processo creativo. L’avanzamento non sarà mai lineare, ci sono sentieri che sono semplici giri in tondo e vicoli ciechi oltre alle giornate benedette dalla scoperta.

7 maggio 1900

Nessun critico (nemmeno quello sciocco di Loewenfeld, il Burckhardt della neuropatologia) sa vedere con più chiarezza di me la sproporzione tra i problemi e la risposta che io dò loro, e sarà punizione adeguata per me che nessuna delle regioni mentali inesplorate in cui sono stato il primo mortale a metter piede debba portare il mio nome o sottostare alle mie leggi.

Si ha la sensazione che Fliess fosse sì intelligente, pieno di immaginazione, forse anche più mondano di Freud ma che in fondo acquisisse nuove idee perché le trovava un buon modo per far funzionare la mente. Freud al contrario vuol convincersi che un’idea sia vera e davanti a lui Fliess e tutta la sua sicurezza in se stesso prendono la forma di una maschera che cela solo profonda incertezza sul valore della sua clinica psichiatrica. Per questo dopo quindici anni di amicizia i due prenderanno la forma di Romolo e Remo e si ignoreranno.

Questo Freud lo capisce perché parte da una situazione di svantaggio, di dipendenza. Deve cominciare lui a cercare il “tu”, deve chiedere lui a Fliess di poter chiamare il suo primo bambino “Wilhelm” come lui (estremamente interessante che Recalcati se lo sia lasciato sfuggire nel litigio tra van Gogh che se la prende con Theo perché questi chiama suo figlio Vincent). Eppure è dalla malinconia, dagli abbattimenti che sorge il genio e si staglia sopra il semplice amico, l’uomo di talento.

Agosto 1890

Mi sento molto isolato, scientificamente smussato, stagnante, rassegnato. Quando ci siamo parlati, quando ho visto che pensavi qualcosa di me, veramente anch’io ho cominciato a credere in me stesso, e l’immagine di energia che crede in se stessa che mi hai offerto non è stata senza il suo effetto.

Freud vuol essere ascoltato e ci riesce al punto che Fliess rompe. Entrambi sono cresciuti in un’atmosfera scientifica dove ogni persona è considerata uguale a un’altra o quantomeno si ritiene di poter fare paragoni sulla base del principio di identità. Qui Freud rompe: parte dalla sua autobiografia ma capisce che ogni caso è storia a sé, che se si possono fare paragoni questi si reggono solo come analogie storiche. Tradotto in termini semplici: A può essere la causa di B per successione storica, quindi A dà a B un motivo perché B si possa verificare. A rende possibile o probabile B: ma questo non significa che B sia inevitabile.

La cosa meravigliosa è che in questa discesa agli inferi, in questa lotta coi fantasmi che fa venire le mani fredde, possiamo sempre sperare di farcela anche noi. Freud è un grande ed è sopravvissuto all’Acheronta movebo, allo scuotimento dell’inferno virgiliano che mette all’inizio dell’Interpretazione.

Però quando si capisce il gioco, quando si capisce che siamo dentro la storia e non solo nella biologia, allora il più è fatto: per tornare all’esempio di prima, “dopo AB non sarà mai reversibile nonostante i nuovi eventi cambino quelli passati, perché nell’ordine storico anche una menzogna deliberata, anche una nozione sbagliata sono tanto importanti quanto la verità. Non si può uccidere per razzismo un’opinione che ci siamo fatti del nostro passato.

Ci possiamo forse preoccupare che oggi, in questo 2021 in cui il lavoro manuale sembra una piccola nicchia rispetto ai tempi di Freud, oggi che l’infotainment è sdoganato, che il concetto di “fatica” è snobbato, oggi che insomma c’è tanto, troppo tempo libero, la psicanalisi sia vista come il ricamo della prozia, un’immensa perdita di tempo e di quattrini.

Attenzione. Ai tempi di Freud le sue idee davano più noie ai neuropatologi che non ai preti e non tanto perché Freud parlava troppo di sesso ma perché a partire da quello costruiva tutto il sistema. E se allora poteva anche passare per un eccentrico, visto che i problemi erano altri e la fatica fisica, il lavoro manuale tutelavano le classi operaie dalla sottostima del corpo tipica dei borghesi, oggi con la società delle macchine che possono essere manovrate anche da un fanciullo i problemi sollevati da Freud si ripercuotono a cascata su tutti. Sono tutti “colletti bianchi”, sono ovunque gli impiegati nevrotici.

Per questo è importante che i “casi” di Freud vengano riletti non come short stories ma come piccoli pezzi di scienza, di scienza storica. Le sue teorie sulla sessualità infantile e sulla repressione spingono all’indietro nel tempo le origini del libero arbitrio individuale più di quanto non osassero fare i teologi prima di lui. Quel suo metodo di far rivivere al paziente il suo passato perché scopra da solo la verità col minimo di richiesta e interferenza esterne dà a tutti la consapevolezza di essere unici, di essere un pezzo di storia e non un caso tipico.

Altrimenti gli ingegneri sociali sono pronti a intrappolarvi con le botte rieducative, con le piccole droghe e le lievi torture che servono sempre per arrivare a quella loro condizione in cui non ci sia più il soggetto della psicologia.

Ma ne varrebbe la pena?

Andrea Bianchi

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